Spettacoli

‘Melodie’ un documentario sul canto che attraversa culture e generazioni

Il film di Anka Schmid raccoglie voci e storie da tutta Europa, dalla rapper ticinese Jhon Riot alla terapeuta inglese Heather Edwards

Myriam e Joanna Kora
21 maggio 2026
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Il documentario ‘Melodie’ di Anka Schmid arriva nelle sale della Svizzera italiana in un momento interessante. Non tanto pensando al Festival di Cannes, che si avvia alla sua conclusione, ma all'Eurovision Song Contest di pochi giorni fa, con il suo ricco inventario di tradizioni, generi e stili musicali. Lo spirito che anima ‘Melodie’ è simile a quello dell'Esc (escludendo ovviamente le performance che ridefiniscono i concetti di kitsch e trash): il piacere della musica e del canto in tutta la loro ricchezza. Tra i protagonisti del film ci sono una rapper ticinese, Natalia Beretta, che si esibisce con il nome d'arte Jhon Riot; la famiglia curda Soyal, rifugiata in Svizzera, per la quale il canto è strumento di trasmissione dell'identità; un membro del coro maschile tradizionale di Salmsach-Langrickenbach nel Turgovia; le suore del Kloster Fahr; Panagiota Georgila, ultima “klagefrau” del Peloponneso, che canta ogni giorno il marito defunto e la durezza della propria vita.

‘Melodie’ ha ovviamente un'ambizione diversa da quella di un festival musicale. A reggere il lavoro di Schmid c‘è la convinzione che la musica e il canto non siano solo una forma d'intrattenimento e neanche d'arte: c’è qualcosa di più profondo, che ha a che fare con i ricordi e l'identità delle persone, con il vivere comune, con la spiritualità. Tuttavia ‘Melodie’ non è il classico documentario a tesi che parte da un'affermazione – “cantare fa bene al corpo, all'anima, alla società” – e cerca di dimostrarla. Lascia parlare le immagini e le voci, senza bisogno di commenti, aprendo uno spazio di ascolto in cui la gioia di vivere emerge naturalmente attraverso l'alternarsi di canti e di storie. Come quella di Joanna Kora, che canta con la sorella, la madre e la nonna nel coro misto GoAndSing: quattro generazioni che portano con sé le radici del Benin, paese d'origine del padre; o quella di Heather Edwards, pioniera della musicoterapia per malati di demenza a Norwich, in Inghilterra, dove ogni settimana tiene sedute di canto collettivo in biblioteca; o ancora quella di Mina Inauen, sennerin sull'Alpe Steckwees nell'Alpstein, che ogni sera recita il canto della benedizione alpina per le montagne, la natura, la vita. O quella di Jhon Riot, che il documentario accompagna nel suo primo concerto da solista, con testi che mescolano impegno politico e biografia personale. O quella di Ilyas Soyal che, dopo sette anni di carcere, vede nel canto l’unico modo in cui una cultura senza stato possa resistere alla dissoluzione.

C‘è il rischio di costruire un racconto frammentario, ma l'alternarsi costruito da Schmid funziona bene. Il limite principale di ’Melodie' è forse quello di ignorare completamente il “lato oscuro” della musica: una scelta comprensibile, ma non innocente. Il canto non è neutro: può esaltare l'aggressività, compattare un gruppo contro un altro, trasformare l'identità collettiva in esclusione. Gli inni nazionali, i cori da stadio, le marce militari appartengono alla stessa famiglia antropologica delle nenie e dei canti spirituali che Schmid ritrae con tanta passione. Ignorarli non è un errore, ma priva il film, e il pubblico, di un punto di vista importante.

Cosa funziona: l'idea di avere come protagonisti la musica e il canto.
Cosa non funziona: alcune voci e testimonianze hanno poco spazio.
Perché vederlo: perché la musica va ascoltata.
Perché non vederlo: perché ottantasette minuti di canti e voci, senza narrazione, possono diventare ripetitivi.

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