Cinema

Berlino e la Berlinale, l'Ucraina e la guerra

Un passo indietro a ‘Intercepted’ di Oksana Karpovych, e al Museo russo-tedesco di Karlshorst, sul quale oggi sventola una sola bandiera

Da ‘Intercepted’, di Oksana Karpovych
(Christopher Nunne)
26 febbraio 2024
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Secondo grigio anniversario per ricordare l’inizio della guerra in Ucraina. Non c'erano film russi alla Berlinale, in nessuna sezione, la Russia era un ospite ingrato. Certo, non è che non si sia parlato di Russia, anzi. La proiezione dell'ucraino ‘Intercepted’ di Oksana Karpovych, presentato in vista dell’anniversario del 24 febbraio, ha messo in azione la sicurezza dell'intera città che, soprattutto nella parte est, porta ancora monumenti e segni della Storia prima della caduta del Muro. Certo non si possono cancellare tutte le tracce degli anni sovietici e della Ddr senza rischiare un vuoto storico e ideologico che favorisca ancor più la ripresa neonazista, qui in pieno sviluppo. Ma qualcosa in questi due anni si è fatto.

Basta andare fuori Berlino con i mezzi pubblici e raggiungere Karlshorst, dove fino all’inizio del 2021 c’era il Museo russo-tedesco, finanziato dai governi di entrambi i Paesi, aperto al pubblico nel 1995. Oggi, dal 2022, il museo ha cambiato nome e si chiama Museo Berlino-Karlshost e al suo ingresso – dove sventolavano le bandiere di Germania, Russia, Bielorussia e Ucraina, che avevano determinato il suo contenuto con storici di organizzazioni culturali dei loro paesi – sventola solo la bandiera dell’Ucraina e nel video che presenta il Museo spicca una X posta nell'istante in cui appare la bandiera russa. Scopo del Museo era quello di ricordare la guerra sovietico-tedesca dal 1941 al 1945, ma spiegare anche la storia anteguerra e le relazioni dell'Urss con la Ddr e con la Repubblica federale. Questo perché la sede del Museo è l’edificio dove l'8 maggio del 1945 giunse a termine la Seconda Guerra Mondiale, con la resa incondizionata della Germania; al suo interno c'è la sala in cui Wilhelm Keitel, capo del comando supremo della Wehrmacht, firmò la resa di fronte al maresciallo Georgij Žukov, come espressamente richiesto da Stalin. Un luogo quindi simbolico, dove un filmato mostra le immagini di quella firma, la fila di figli e i nipoti di chi era caduto nella battaglia di Berlino per liberarla dai nazisti. Furono 81.000 i soldati dell'Armata Rossa uccisi nella battaglia di Berlino, ora le truppe russe e i soldati e i civili ucraini stanno morendo a migliaia.

Sembra che la sacralità di questo Museo sia scomparsa dinanzi all’assurdità di questo conflitto non più regionale, che rischia di scatenare qualcosa di ben più grave. Quella stessa sala, la scorsa estate veniva destinata una mostra di artisti ucraini per raccogliere fondi per il loro Paese. E questo film ucraino, ‘Intercepted’, ci riporta ancora nel conflitto, mostrando la frattura totale e mortale che si è creata con questa guerra le cui radici sono nascoste, e forse erano già nate qui a Berlino quando il Fronte ucraino non fu chiamato nelle trattative di resa. Certo, era l’Unione Sovietica, ma molti morti erano ucraini. Il film documentario di Oksana Karpovych, cineasta, scrittrice e fotografa ucraino-canadese nata a Kiev, ci porta a indagare un punto chiave del conflitto: cosa spinge le persone che vengono nel vostro Paese a fare la guerra? Nel corso del film, ascoltiamo le registrazioni delle conversazioni telefoniche tra i soldati russi e le loro famiglie intercettate dai servizi segreti ucraini nel 2022, testimonianze scelte tra le più scioccanti, insieme alle intercettazioni di banalissimi dialoghi di soldati russi con madri, fidanzate, amici, una sorta di candid camera esclusivamente sonora, mentre le immagini mostrano la distruzione di villaggi e città, case e autostrade ucraine, ritratte in tranquillità dopo la loro liberazione dagli occupanti russi. Si ha il senso di un vuoto irreale di una fragilità umana, di soldati a un confessionale vuoto di ogni assoluzione. E sono due anni di guerra e Berlino si sente come in un fronte interno, sulle metro e sui bus e nei bar non si parla d’altro che di un Putin alla porta.

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