laR+ Intervista esclusiva

Con Ian Anderson negli anni del Prog (parte II)

“Non ero il miglior flautista in circolazione, ma di certo ero quello che faceva più rumore”. Aspettando i Jethro Tull a Lugano: 27.11, Palacongressi

Ian Anderson, con i Jethro Tull il 27 novembre al Palacongressi (biglietti su www.biglietteria.ch e presso i rivenditori autorizzati
31 ottobre 2022
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Lo stare in piedi su di una sola gamba, flauto roteante in mano, fu immagine così dirompente da diventare logotipo. Quella di Ian Anderson e dei relativi Jethro Tull, 60 milioni di dischi venduti nel mondo, è iconografia del rock nata da una mezza casualità che arriva dai blues, ovvero da quando – ben prima del flauto – le mani di Ian Scott Anderson, classe 1947, stringevano entrambe un’armonica a bocca, appoggiate all’asta microfonica che dava stabilità alla posizione; a fine anni 60, nella sintesi di un giornalista durante le prove dei giovani Tull nel londinese Marquee Club ("Suona il flauto in piedi su di una gamba sola"), Anderson vide un’occasione; la stessa che vide, ancor prima, in quello strumento così atipico per il rock, un flauto traverso suonato applicando lo scat singing, più o meno ‘cantare mentre si suona’. A inizio carriera, messa da parte la chitarra, ad Anderson il flauto era sembrato "un bell’oggetto, compatto, e per chi non aveva fissa dimora come me al tempo, molto più pratico di un violoncello o di una tuba", parole sue. "In marketing si dice ‘una nota distintiva’, e cioè la gente si ricordava di quel tizio bizzarro con il flauto". Lui. "Non ero il migliore dei flautisti in circolazione, ma almeno ero quello che faceva più rumore".

È noto. Ian Anderson verrà a fare rumore a Lugano con ‘Jethro Tull - The Prog Years’, domenica 27 novembre alle 21 al Palazzo dei Congressi, per gentile concessione di Horang Music (biglietti su www.biglietteria.ch e presso i rivenditori autorizzati). Aspettando il concerto, seconda e ultima parte dell’intervista esclusiva rilasciataci dal fondatore della band britannica (la prima è consultabile a questo link).

Mr. Anderson, la storia dice che il flauto appare nella sua vita di chitarrista nel momento in cui le è chiaro che non sarebbe mai riuscito a suonare meglio di Clapton, Blackmore, Hendrix, Jeff Beck, Jimmy Page. Senza questa decisione avremmo mai avuto album come, per esempio, ‘String Quartet’?

Il quartetto d’archi è un concetto che risale al 1968, quando registrai ‘A Christmas Song’, in cui suonavo il mandolino e cantavo proprio insieme a un quartetto di archi. ‘String Quartet’ è un salto indietro nel tempo, un ensemble di questo tipo appare in ‘Stand Up’ del 1969, su ‘Aqualung’ del 1971, piccole formazioni di archi da musica da camera mi hanno accompagnato qua e là in tour orchestrali, e a volte sono state anche orchestre al completo. Quella di lavorare con musicisti classici, sin dall’inizio è stata una parte della mia vita di musicista, fermo restando il fatto che io non leggo la musica, scrivo la mia e la memorizzo. È un lavoro diverso dal loro, ma ciò non significa che le due parti non possano trovare un contatto e princìpi musicali comuni che possano in seguito portare a un buon risultato, come d’altra parte è successo.

Senza il suo flauto, il rock sarebbe mai tornato... al Medioevo, tematicamente?

Il Medioevo è solo una delle influenze. Io amo la musica rinascimentale, il periodo classico, ma pure quella delle epoche precedenti, sin da quando la musica era talmente semplice da essere unicamente suono e non strumento musicale. Il flauto non mi lega al Medioevo più di quanto io sia legato a Richie Blackmore. Appartengo a una buona parte del XX secolo, mi allungo nel XXI e i generi musicali mi hanno sempre interessato, ma non sono mai stato interessato a replicarli. L’importante per me era ed è di tenerli con me, da qualche parte nel mio background di musicista. M’interessava e m’interessa mostrarne al massimo le sembianze, ma non ricrearli. Non avendo l’equipaggiamento intellettuale che potrebbe avere un esperto, nemmeno sarei in grado di suonarla.

In che senso? Quale ‘equipaggiamento’?

Nel senso che se mi mettessero davanti al naso una partitura di Johann Joachim Quantz, flautista e compositore di musica assai complessa per questo strumento, e mi chiedessero di suonarla, risponderei: "Puoi scordartelo". Il flauto non è uno strumento popolarissimo anche perché non è semplice da suonare. È semplice per Quantz, che quella partitura l’ha scritta, meno per altre persone. Per me, per esempio.

Il tour che arriva a Lugano si chiama ‘The Prog Years’. Il suo flauto risuona nell’ultimo disco d’inediti della Pfm, che in fase di presentazione, lodando la sua presenza, ha specificato che ‘Prog’ è per loro assai riduttivo. Vale lo stesso per lei?

Sì. E vale ancor di più con me che ho usato il termine nell’accezione dello sfottò non appena i Jethro Tull furono definiti ‘progressive rock band’, già nel 1969. Fu la prima volta che sentii usare quel termine dalla stampa inglese, riferita a diverse formazioni annoverate in quella categoria. Mi dissi che era una definizione almeno divertente se rivolta a cosa io pensavo di fare musicalmente: sarebbe bastato andare indietro un paio d’anni, non di più, per trovare tdei Beatles, album che poteva essere definito senza alcuna smentita ‘progressive pop’. Lo stesso vale, a un paio di mesi di distanza da ‘Sgt. Pepper’s’, per ‘The Piper at the Gates of Dawn’, i primissimi Pink Floyd, disco che contiene alcune stravaganti idee musicali prodotte dalla creatività di Syd Barrett, qualcosa di eclettico che non era semplicemente un altro album pop.

E dunque qual è il ‘suo’ progressive?

Sono stato influenzato dall’idea di progressive music, non necessariamente dai dischi dei Beatles e dei Pink Floyd che ho appena citato. Nel giro di due o tre anni da quei lavori, il progressive rock si sarebbe accorciato in prog rock, producendo band come Yes, Emerson Lake & Palmer, i primi Genesis, diventando spesso oggetto di derisione per tutto quel mostrare di strumenti, e di quanto i singoli strumentisti fossero bravi a suonarli, dentro una musica complessa, dettagliata, altamente arrangiata.

A un certo punto, il termine ‘prog’ divenne qualcosa di poco amichevole…

Beh, a metà degli anni 70 qualcuno se ne faceva finanche beffa, poi arrivò il punk, che odiava il prog rock. Tra i nostri fan dell’epoca c’erano Bob Geldof, Sting, Eddie Vedder più tardi, ma anche Marc Almond dei Soft Cell, che perse il treno: da fan del prog, il primo album che acquistò, 14enne, fu ‘The Witches Promise’, ma non riuscì a fondare una band prog come aveva sognato, perché quando iniziò a fare musica il prog era già morto e sepolto. Sappiamo che sarebbe poi diventato un esponente del synthpop e lo capisco: feci la stessa cosa suonando il blues quando ancora non ero nessuno, musica che amavo, ma per la quale non ero tecnicamente ed etnicamente qualificato. Comunque, so per certo che Johnny Rotten dei Sex Pistols era un grande fan dell’album ‘Aqualung’. E sulle note dei Jethro Tull ho visto con i miei occhi Rotten e Phil Collins a un nostro concerto abbracciarsi come due innamorati…

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