Il da poco 75enne singer-songwriter ha riempito il Theater 11 di Zurigo, in piedi a restituire parte di tutto il buono ricevuto dalla sua musica

«Ho appena compiuto 75 anni, ma non penso mai al fatto che sono diventato vecchio, se non quando me lo fanno notare. Giorni fa in aeroporto una hostess ha letto la mia carta d’imbarco e ha detto: “Oh! C’era un cantante che si chiamava Christopher Cross!”. “Davvero? E cosa gli è successo?”, le ho chiesto. E lei: “È morto qualche anno fa, ma mi piaceva tanto”. Ecco, sono felice di essere qui con voi a divertirmi». Felice, scampato al Covid e altri acciacchi, di poche parole ma capace di chiamare l’affetto di sempre.
Un tour europeo di Christopher Cross fa sempre rumore, anche il fatto che non vi fosse una data italiana per uno che nel 2015 incantò il Blue Note di Milano e che in Italia si era rivisto in tv per ‘I migliori anni’, a dimostrare che i suoi non erano ancora finiti. Nemmeno a Zurigo, venerdì scorso, è stato il tour dei solo-grandi-successi, perché anche al Theater 11 il singer-songwriter e gran chitarrista che disse di no agli Steely Dan (“Mi volevano nel loro disco, mi intimidiva la loro grandezza, declinai l’invito”, raccontò) ha regalato stelle minori come ‘Curled Around the World’ da ‘Walking in Avalon’ del 1998, ‘Baby Says No’ da ‘Another Page’ del 1983, il secondo album con i fenicotteri in copertina, e ‘Light the World’, canto di umanità nato nel 2014 da un viaggio in Africa.
In nome del non replicare sé stessi, tutto è sempre riarrangiabile per Christopher Cross, da ‘All Right’ in apertura di show al duetto ‘Say You’ll Be Mine’, da ‘I Really Don’t Know Anymore’ lasciata per metà alle vocalist a ‘The Light Is On’ e ‘No Time for Talk’, più latin del solito, affidate a una band perfetta, illuminata dagli assoli di Andy Suzuki al sax e Jerry Léonide al pianoforte. Solo due cose sono rimaste nella loro bellezza originaria, ‘Never Be the Same’ e ‘Sailing’, entrambe dal primo ed eponimo album che a inizio anni Ottanta segnò uno standard sonoro e valse al suo autore cinque Grammy in una notte sola, di cui quattro nelle categorie più importanti (album, registrazione e canzone dell’anno, e miglior artista emergente, record che ha retto dal 1981 fino al 2020, eguagliato da Billie Eilish).
Un passo indietro ad Austen Janckes, da Nashville. «Due settimane fa ero seduto sul divano e mi hanno telefonato per chiedermi di aprire i concerti di Christopher Cross. Ho chiesto a mia moglie il permesso». Voce e acustica simili per timbro, Janckes è opening act solo per collocazione, perché ha brani maturi come ‘Pretty Girls and Alcohol’ e ‘Fat Kid’, nel quale canta cosa significhi essere un bimbo sovrappeso a Duvall, Washington, città natale. In mezzo a ‘I Won’t Back Down’ di Tom Petty e ‘Twist and Shout’ degli Isley Brothers/Beatles ha messo una ballad «per tutti i papà che hanno una figlia», ‘Daddies + Daughters’, dedicata alla sua Ravenna, 9 anni.
Tornando all’artista principale. La voce, assai ‘dentro’ il mix generale, impiega del tempo a venir fuori, anche perché cantare quel pop a 75 anni non è come farlo a 30. A metà di uno show da un’ora e un quarto che non è molto ma è il giusto per volerne ancora, Christopher Cross si siede e fa il punto della situazione dopo sette giorni di tour europeo e la data di Budapest annullata per motivi di salute: «È bellissimo essere qui, è bellissimo essere fuori dall’America. Vorrei dirvi che vengo da un altro Paese, è imbarazzante, quasi mi devo scusare. Speriamo che le cose migliorino, se non peggioreranno”. Canta ‘Walking in Avalon’, quel luogo che non esiste nel quale essere “ubriachi di vita”, canta ‘Minstrel Gigolo’, un’esecuzione per la quale un giorno ricorderemo di esserci stati. E canta ‘Arthur’s Theme’, ricordando l’amico e co-autore Burt Bacharach, che non c’è più. Chiuderà con ‘Think of Laura’, altro n.1 della Billboard.
Tra autoctoni e oriundi, tra le prime file del Theater 11 c’era Giacomo, pianista del Teatro Massimo che da Palermo si è preso un aereo e due giorni di ferie, e come tutti i pianisti conosce a memoria l’assolo di pianoforte in ‘Sailing’; c’era la coppia di slovacchi pronta a rifarsi gli 800 chilometri che separano Zurigo da Bratislava, c’era Jane da Francoforte e tutto il resto del popolo del cosiddetto gentle rock, gente intorno ai 50 ma anche 60 che paga volentieri un biglietto, anche salato, per alzarsi in piedi su ‘Ride Like the Wind’ e restituire parte del buono che la musica di Christopher Cross ha dato loro, in una sala piena zeppa che è un messaggio a chi crede che per riempire i teatri o le piazze oggi serva necessariamente un rapper.