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14.02.2022 - 18:41
Aggiornamento: 19:17

Berlinale, applausi per ‘Drii Winter’ dello svizzero Koch

Fuori concorso l’indeciso ‘Calcinculo’ di Chiara Bellosi, coprodotto dalla Rsi e girato a Locarno

di Ugo Brusaporco
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Un’altra lunga giornata in competizione in una primaverile giornata berlinese. Ad aprire le danze l’applaudito ‘Drii Winter’ (Tre inverni, titolo internazionale “Piece of Sky”) del regista svizzero Michael Koch, un film d’autore, una vicenda che è un’intima tragedia e insieme il malinconico canto di un amore la cui bellezza si unisce alla musica di una natura che reclama dall’uomo il pieno rispetto per poterla godere. Siamo nell’ambito più nobile del bergfilm, un genere proprio del cinema tedesco del primo dopoguerra, un genere che matura difficoltà diverse da quelle di altri ambienti: le riprese in esterno devono tener conto della facile variabilità della luce naturale in tutti i suoi livelli di luminosità, nonché c’è il problema del terreno e le condizioni meteorologiche a volte difficili. Eredi di Arnold Fanck, Luis Trenker e Leni Riefenstahl sono oggi, come mostra nel suo film Michael Koch, gli indiani che nel paesaggio alpino ambientano le loro storie. Ecco, il regista di Lucerna si permette con intelligenza di contrappuntare il suo testo filmico di momenti altri alla vicenda narrata, ma che risultano poi indispensabili per la comprensione del film, pensiamo ai cori che intervengono puntuali a commentare o prevedere la storia raccontata, con un funzione propria, tragica, da coro greco. E diciamo subito della straordinaria presenza, non solo vocale, del Coro di Lucerna. Il cast del film è composto da attori e attrici non professionisti, sottolineando così la completa padronanza dell’opera da parte del regista, che guida con rigore e sapienza il suo cast. Protagonisti del film sono Anna (Michèle Brand), Marco (Simon Wisler) e la montagna, comprese le attività umane. Lei vive in un remoto villaggio alpino svizzero, dove guida l’unica locanda e si occupa anche di fare da postina, è una ragazza madre, e scopriamo fin dall’inizio, che ha una liaison amoureuse con Marco, robusto uomo di pianura arrivato da poco nel villaggio dove lavora come bracciante per un agricoltore di montagna. Marco è attentissimo alla piccola figlia di lei, Julia. I due si sposano ma presto il destino cala una mano dolorosa su di loro: casualmente i medici scoprono che lui ha un tumore al cervello, lo operano ma lui non è più lo stesso, cade in una depressione che lo rende folle, Anna lo trova davanti alla figlia mentre si masturba. Nonostante questo, Anna conosce la bontà di quell’uomo tradito dalla malattia, lo va a cercare nell’isolamento in cui lo hanno costretto e gli resta vicino fino ad ascoltare le sue ultime parole che sono dedicate all’amore puro che lui ha per la moglie e per la figlia. A lei resta ancora una volta un’immensa solitudine che la montagna prova a consolare. Intanto la vita che avevamo visto continua ed erano le falci a tagliare il grano e l’erba, e le balle di fieno che volano da un luogo all’altro, e i tori che fecondano le mucche e la legna da tagliare, e le cascate da ascoltare e la neve da calpestare. Tutto canta in questo film, grazie a una regia di grande talento.

Fuori concorso al Panorama si è visto un film italiano, ‘Calcinculo’ opera seconda della comasca Chiara Bellosi coprodotta dalla Rsi. L’idea poteva essere buona, mettere insieme una coppia di, per motivi diversi, emarginati: nell’Italia rurale di oggi Benedetta, una quindicenne obesa e trascurata in famiglia, incontra Amanda, un giovane transgender che lavora in un luna park arrivato al suo paese. Lo seguirà quando il luna Park si sposta a Locarno, tra i due insieme a una dolce amicizia nasce confidenza e rispetto per le proprie diversità. Peccato che il film non riesca mai a decollare, la regia manca di luce e il film si spegne troppo presto. Ben altro regala in concorso un film come ‘Everything Will Be Ok’ del maestro cambogiano Rithy Panh. Un film amaro sul XX secolo e impaurito da questo XXI secolo, un’opera intrisa di dolore per il continuo fallimento dell’umanità, e un cammino sull’immagine in movimento che ne è algida testimonianza. Un film, come sempre in Rithy Panh, segnato dal suo irrefrenabile anticomunismo e nello stesso tempo da un giudizio senza appello sul nazifascismo e il capitalismo, in lui unica ideologia resta la Memoria vista come unica speranza per uscire dal cul de sac in cui siamo finiti con tutta l’umanità svuotata del senso di essere vivo. Il film si apre con un omaggio al Kubrick di ‘2001 odissea nello spazio’: se là era un monolito nero a cadere sulla Terra stupendo gli ominidi, qui un megalite sorge da un deserto sabbioso. Scopriamo che dopo un secolo di ideologie genocide e specismo distruttivo, gli animali hanno ridotto in schiavitù gli esseri umani e hanno conquistato il mondo che è ora un pianeta di scimmie, cinghiali e leoni. Le statue del passato sono state rimosse ma ne vengono erette di nuove, e intanto gli animali guardano gli archivi cinematografici del nostro mondo e fanno esperimenti nazisti sui corpi degli umani rimasti. Lo sguardo del regista cambogiano è scandalosamente delirante, questo mondo in miniatura che mostra giocando con statuine invece di personaggi reali, ferisce e costringe alla ribellione. Questo è solo grande Cinema.

Un altro film in concorso ha sconvolto e scandalizzato la Berlinale: si tratta di ‘Un été comme ça’ del talentuoso Denis Côté, si pensi che ha già avuto oltre 40 retrospettive dedicate al suo lavoro in tutto il mondo, e compie il prossimo anno cinquant’anni. Con questo film ci porta a confrontarci con tre donne ipersessuali che stanno trascorrendo 26 giorni in una tranquilla casa in riva al lago, seguite da un assistente sociale e, meno da vicino, da una terapeuta universitaria presente per uno studio. Il regista canadese entra nel vuoto mondo di malsano desiderio sessuale delle tre giovani donne. Geisha (Aude Mathieu) che non può rinunciare al sesso orale e per questo è disposta a tutto, Léonie (Larissa Corriveau) che ama sentirsi violata da gruppi numerosi di uomini, ed Eugénie (Laure Giappiconi) che ama essere legata stretta e sospesa come nel rituale Shibari. Scopo di questo esperimento non è quello di guarire, ma piuttosto di consentire una franca esplorazione di diverse esperienze, forme ed estremi del desiderio: si scopre come una suoni bene il pianoforte, un’altra sia talentuosa disegnatrice. Tutte hanno forte coscienza di non poter cambiare, di non trovare valori altri che il sesso, ma alla fine di quei giorni hanno la coscienza di non essere più sole, di aver maturato un sentimento nuovo il sapere di avere un’amica. Ma il film pone un problema anche maggiore, quello di un mondo di uomini che desiderano questi corpi gratis per offenderli, ferirli e ridere. Cinema ma non solo.

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