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24.01.2022 - 17:57
Aggiornamento : 18:28

Giornate di Soletta, in attesa dei premi

Ultimi giorni del festival del cinema svizzero. Abbiamo visto il documentario del ticinese Tommaso Donati e ‘Une histoire provisoire’ di Romed Wyder

di Antonella Montesi
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Si avvicina la fine di questa edizione del festival che, mercoledì 26 gennaio, vedrà assegnati i tre premi: Prix de Soleure, Prix du Public e Opera Prima.
Proprio quest’ultima sezione vede in gara una serie di documentari di giovani artisti ticinesi. Noi abbiamo visto ‘Forma del primo movimento’ di Tommaso Donati. Diplomatosi a Parigi alla scuola internazionale di cinema Eicar, Donati inizia con cortometraggi di finzione, per passare poi al documentario, dove un suo tema ricorrente è il rapporto tra uomo, animali, ambiente. Questo suo ultimo lavoro nasce quasi come metateatro: con mano leggera e una presenza quasi non percepita, il regista riprende il lavoro del collettivo teatrale Giullari di Gulliver all’interno di una struttura psichiatrica di Mendrisio.
Il film inizia con un’intensa inquadratura laterale: una giovane donna portatrice di handicap esegue un movimento della mano davanti al viso. Sta solfeggiando? Sta ripassando una coreografia? O sta concentrandosi sul movimento del proprio corpo, unico strumento che ha a disposizione per conoscere sé stessa e ciò che la circonda? La prima parte del film è innanzitutto una ripetizione del lavoro teatrale dei quattro ospiti della struttura, due uomini e due donne, durante il quale, Donati si limita a fungere da spettatore, senza interventi e tanto meno manipolazioni.
Siamo in un’oasi in mezzo alla città, caratterizzata dalla monocromia – che verrà spezzata solo, verso la fine del film, da un gruppo di bambini in un parco giochi –, dalla reiterazione dei gesti e dall’importanza della musica. Il titolo del film si richiama proprio alla forma-sonata, chiamata anche forma del primo movimento, una struttura musicale che consiste di tre sezioni principali: l’esposizione, lo sviluppo e la ripresa. E il suono sottolinea anche la contrapposizione spazio interno: il silenzio della struttura, e spazio esterno: il traffico, i passanti, la vita normale.
Alla domanda perché questo film, Donati ha risposto: “Avevo voglia di lavorare con questo collettivo teatrale. L’idea mi è sorta spontanea, sono temi che mi toccano”. La giovane ragazza dell’inquadratura iniziale e che nel film suona anche il pianoforte era presente alla proiezione ed è stato importante sentire dalla sua voce quanto questa esperienza l’abbia resa felice.
Altro scenario, ma sempre in tema di relazioni interpersonali, nel film di Romed Wyder ‘Une histoire provisoire’, in gara per il Prix du Public. Wyder – cineasta di lunga e varia esperienza: regista, sceneggiatore, produttore – crea un film che, come quello di Donati, si svolge in uno spazio delimitato: da Donati era la clinica, da Wyder è un appartamento airbnb a Ginevra. In questo appartamento si ritrovano a convivere, contro la propria volontà, un pubblicitario svizzero in crisi di ispirazione, Sasha, e una giovane iraniana in crisi coniugale, Marjan; per breve tempo saranno affiancati da una giramondo americana, Mina, che porterà leggerezza e ilarità in questo ménage alquanto ingessato, almeno all’inizio.
Non mancano le scene divertenti create su elementi seri. Marjan porta il velo in casa per tenere lontano Sasha, chiede incredula se debbano usare lo stesso bagno e, prima di riempire il bicchiere d’acqua, lo sciacqua mille volte. Da una diffidenza iniziale nasce comunque complicità: Sasha trova il libro di poesie in farsi della ragazza e si mette a ricopiare delle parole; Marjan prende il dvd di yoga di Sasha e incomincia a esercitarsi. Mina risulta forse il ritratto più stereotipato: l’americana easy going che arriva, sconvolge in positivo i rapporti di forza e riparte.
Il film è piacevole da vedersi e rimane impresso soprattutto per la recitazione dei due protagonisti. Felipe Castro e Pooneh Hajimohammadi sono convincenti nell’interpretare personaggi in crisi che, però, non rimangono indifferenti al richiamo di valori universali come l’empatia, la comprensione e forse un innamoramento. Da sottolineare la fotografia di Ram Shweky che mette in risalto la bellezza di Pooneh Hajimohammadi, attrice completa e complessa: vive nel Regno Unito dopo che, per aver stretto la mano a un uomo in un festival e per altri motivi legati a un atteggiamento sconveniente per il suo Paese, ha dovuto lasciare l’Iran, dove era già un’attrice affermata: “Ho dovuto ricominciare non da zero, ma da meno cento”, spiega alla fine della proiezione. E noi, lasciamo la sala contenti di aver assistito a una bella pagina di cinema svizzero, dall’afflato internazionale.

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