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24.01.2020 - 23:570

Di caffè e di piccioni: la Svizzera italiana a Soletta

Alle Giornate del cinema abbiamo visto ‘Moka Noir’ di Erik Bernasconi e ‘Monsieur Pigeon’ di Antonio Prata.

Alle Giornate del cinema di Soletta la Svizzera italiana è arrivata con due documentari molto diversi: ‘Moka noir’ di Erik Bernasconi (prodotto da Ventura e Rsi) e ‘Monsieur Pigeon’ di Antonio Prata (Amka Films e Rsi). Da una parte il distretto del casalingo di Omegna, dall’altra un senzatetto nel quartiere di Marais a Parigi. Due storie particolari e a loro modo banali – industrie che chiudono; persone che vivono per strada – ma che, nelle mani dei due registi, diventano non banali riflessioni sulla nostra società.

Il ‘noir’ di Erik Bernasconi

Iniziamo da ‘Moka noir’, documentario che Erik Bernasconi ha deciso di sviluppare come un poliziesco degli anni Quaranta, impersonando un detective che indaga sulla “morte” – per chiusura o delocalizzazione – di industrie come Bialetti, Lagostina, Girmi, Piazza. «Molto di quello che volevo raccontare appartiene al passato, ho cercato un espediente narrativo e quello del ‘noir’ è sembrato il più naturale, anche per rendere la materia appassionante» ci ha spiegato il regista, aggiungendo anche l’ispirazione del giallista Matteo Severgnini di Omegna al quale si deve l’idea di indagare, appunto, sul distretto industriale del casalingo.

Come tutti i gialli, si cerca un colpevole. Ed Erik Bernasconi ci confessa che «quando ho iniziato pensavo sarebbe stato facile: intervisto gli operai che hanno perso il lavoro, intervisto gli imprenditori, risulterà chiaro che gli operai sono i buoni e gli imprenditori i cattivi». Ma «non è così, per niente: imprenditori e sindacati, quando lavoravano bene, facevano il bene di tutti, facevano il bene della società: Bialetti ha costruito un asilo, Alessi se c’era poco lavoro non spediva gli operai in cassa integrazione, ma li mandava in comune a fare lavori di pubblica utilità… E anche i sindacalisti: alla Lagostina all’inizio erano contrari all’impiego delle macchine che avrebbero sostituito degli operai, poi hanno capito e hanno accettato, chiedendo però che le macchine venissero costruite e riparate da loro». Lavorando così «si portava profitto alla comunità e all’azienda». Così l’indagine prosegue, il detective-regista coinvolge anche storici, economisti, ma alla fine il colpevole non si trova, solo vittime.

Il film di Erik Bernasconi è un noir anche nella fotografia: il documentario è infatti girato in un suggestivo bianco e nero. Una scelta, ci spiega il regista, nata da diverse esigenze: la già citata estetica da poliziesco degli anni Quaranta, ma anche per «creare un tempo unico, tra le immagini del passato e quelle di oggi, sottolineando la continuità… e poi per il piacere, ci siamo anche divertiti».

E poi, gli edifici industriali abbandonati. «Mi sono fatto ammaliare da questi spazi vuoti» ha raccontato il regista: «Mi hanno parlato tantissimo, una suggestione estetica che mi ha convito a fare questo film… e poi le persone, incontrare tutte queste persone così attaccate a quello che è stato, così accoglienti nei miei confronti».
Il film è sul declino del distretto industriale del casalingo, ma se alcune aziende hanno semplicemente chiuso, altre – come la Bialetti – hanno spostato la produzione all’estero. Pensato di andare a cercare queste fabbriche in Romania o in Cina? «Ci abbiamo pensato, ma mi interessava di più raccontare la storia di Omegna: mi sono anche documentato, ho anche avuto alcune immagini realizzate da chi è andato in Cina a vedere quelle fabbriche ma, oltre al fatto probabilmente non avremmo mai potuto usarle, abbiamo capito che era meglio restare qui, perché la nostra ambizione era raccontare Omegna come una sorta di modellino di quello che è successo un po’ ovunque».

Che cosa è emerso da questo racconto? «Anche da un punto di vista personale, senza necessariamente andare nel socio-politico, direi la sensazione che bisogna anticipare: capire che cosa sta cambiando e agire di conseguenza. Penso alla Alessi degli anni Settanta, che a Omegna ha resistito perché ha innovato».

L’uomo e i piccioni

Se nel suo racconto della società Erik Bernasconi parte dalla chiusura di alcune fabbriche, Antonio Prata invece inizia da un uomo: Giuseppe Belvedere, il “signore dei piccioni” del Beaubourg. Che cosa abbia vissuto non lo sappiamo di preciso, ma lo intuiamo: una vita normale, un lavoro fisso e un famiglia; poi un qualche evento, la separazione dalla moglie, ingiustizie subite, lo sfratto. Ma sono dettagli che in fondo poco importano perché non definiscono una persona. Giuseppe lo vediamo lì, che gira in centro a Parigi e si occupa degli uccelli: si prende cura di loro, li porta dal veterinario se feriti, dà loro da mangiare con sacchi di mangime che si procura chissà come e tiene nel suo furgone bianco perennemente in divieto di sosta. Guidati da Antonio Prata, ci avviciniamo lentamente, lo conosciamo prima dalle testimonianze dei residenti, inferociti contro questo personaggio apparentemente così fuori posto in quel raffinato quartiere di Parigi. Poi lo incontriamo più da vicino, ci racconta qualcosa di sé, lo vediamo mentre tutto preoccupato libera un uccello dopo averlo premurosamente curato. E restiamo lì a chiederci perché nessuno si è preoccupato per lui come lui si è preoccupato dei suoi piccioni.

Tutto è nato, ci ha spiegato Prata, da una fotografa di Lugano, Nevia Elezovic, che durante un soggiorno a Parigi ha conosciuto Giuseppe e ha iniziato a fargli delle polaroid, realizzando poi una mostra. «Immagini molto belle, che hanno catturato la sua essenza». Lui circondato dai piccioni che accorrono per il cibo, le sue mani che quasi diventano animalesche. Da qui l’idea di realizzare un film su Giuseppe, su questa figura quasi magica. «Il progetto era diverso, all’inizio – ci ha spiegato il regista –: non un semplice documentario, ma un film con anche dell’animazione, mi immaginavo questa gobba che a un certo punto si apriva e ne uscivano un paio d’ali».
Per un attimo restiamo affascinati da questa idea che alla fine si è rivelata troppo complessa per essere realizzata. Ma la creatività si vede anche – forse soprattutto – nella semplicità e questo ‘Monsieur Pigeon’ è un bellissimo ritratto di un’umanità che rischia di perdersi.

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