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21.09.2020 - 16:250

Monsieur Pigeon, una storia d’amore e di solitudine

Al cinema il bel documentario di Antonio Prata dedicato a Giuseppe, senzatetto dal grande cuore

È un personaggio sfuggente, Giuseppe, protagonista del documentario ‘Monsieur Pigeon’ di Antonio Prata. Lo vediamo, con il suo furgone bianco in cui vive, mentre si prende cura dei piccioni del centro di Parigi: intuiamo a grandi linee la sua storia, qualcosa del suo passato la dice lui stesso, ma i dettagli rimangono nascosti, dietro questa figura del “signore dei piccioni” che, con delicatezza e rispetto, il regista ci fa conoscere, alternando le premurose attenzioni che l’uomo presta agli uccelli alle invelenite testimonianze dei residenti del ricco quartiere parigino – siamo a pochi passi dal Beaubourg – che mal lo sopporta..

Dopo le Giornate del cinema di Soletta lo scorso febbraio, il documentario di Prata arriva finalmente nelle sale ticinesi, nella tradizionale rassegna dei cineclub dedicata al cinema svizzero (domani sera all’Iride di Lugano; il 23 settembre, al Ciak di Mendrisio e il 28 al Gran Rex di Locarno). Un arrivo accompagnato da un premio: quello per il miglior documentario al festival Signs of the Night di Bangkok. «Si tratta di un piccolo festival indipendente, che punta sulla ricerca, sulla sperimentazione» ci spiega Antonio Prata. Ma quello che forse sta più a cuore al regista è che si tratta di un festival itinerante che, dopo Bangkok, ha toccato Berlino e, a ottobre, andrà proprio a Parigi «cosa che mai avrei immaginato, un anno fa». Purtroppo «a causa della pandemia, gli organizzatori si sono dovuti spostare in una sala un po’ in periferia: mi piacerebbe andare lì per accompagnare il film, ma non è possibile» (la Svizzera ha da poco dichiarato l’Île-de-France regione a rischio elevato di contagio).

Dicevamo di Giuseppe, personaggio sfuggente: non un semplice clochard – ammesso che esistano, “semplici clochard” –, ma una persona dalla grande sensibilità e dignità. E difficile da avvicinare: Antonio Prata l’ha conosciuto grazie al lavoro di Nevia Elezovic, fotografa luganese che a Giuseppe ha dedicato una mostra, con delle istantanee in bianco e nero. “Quando ho visto quelle foto ho subito chiesto a Nevia di farmi conoscere “Monsieur Pigeon”, e dieci giorni dopo siamo andati a Parigi» racconta Prata. Come è stato il primo incontro? «È una persona certamente spigolosa, e non credo sia stata la strada ad averlo reso così. Certamente hanno avuto il loro peso, gli anni trascorsi in questa maniera, oltretutto nel centro in una città come Parigi dove le cose non sono affatto semplici come si potrebbe pensare. La violenza, verbale e fisica, che ha dovuto subire e subisce ancora, è tanta. Ma credo che fosse severo e spigoloso anche prima di arrivare nella strada… oppure, come ho voluto pensare io e come ho cercato di raccontare nel film, semplicemente era una persona troppo buona, con un cuore troppo grande per sopportare i tradimenti subiti». I dettagli 

Il documentario non si sofferma sui dettagli: il tradimento che interessa ad Antonio Prata non è tanto quello della famiglia o degli amici, ma quello più generale dell’umanità, della vita. «Non ho mai chiesto direttamente, so che non viveva più con la moglie, so che ha due figli ormai adulti con cui non ha più contatti – e del resto non è semplice, per un figlio, accettare che il proprio padre finisca in quel modo – ma non mi sono voluto addentrare in queste vicende, è un modo di guardare, di raccontare le persone che non mi convince: ho voluto portare una visione mia, magari lontana dalla realtà, ma mia». Un’idealizzazione, forse, ma una cosa comunque Antonio Prata l’ha chiara: «Non posso credere sia semplicemente una malattia, un problema causato da un trauma: quella di Giuseppe è una storia di solitudine, se vuoi anche di amore – amore verso i piccioni, perché non riesce più ad amare gli esseri umani. E la domanda, per noi, diventa: come si fa a non prendersi cura di una persona che dona così tanto amore a degli esseri viventi?».

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