Spettacoli
29.06.2019 - 14:000

'Avanti, avanti migranti!', racconti di chi fugge e chi arriva

Attori e rifugiati in scena insieme. Teatro, danza, musica e storie in uno spettacolo con i giovani dell’Accademia Dimitri. Li abbiamo incontrati...

Per Ruta il momento peggiore è stato il deserto. Quando vedi l’acqua finire e non hai da mangiare e davanti hai solo quella sconfinata distesa di sabbia. Nella storia di Ruta c’è il Sahara, nel Sahara c’è la vita dei tanti che quel nulla ha inghiottito. È ripensando al deserto che il sorriso di questa donna forte e minuta si dilegua, e i suoi occhi neri guardano altrove.

C’è anche la storia di Ruta, partita dall’Eritrea e arrivata in Ticino quattro anni fa, nello spettacolo a cui i 12 diplomandi dell’Accademia Dimitri stanno lavorando nella corte della Magistrale a Locarno. ‘Avanti, avanti migranti! - Storie di fughe e di arrivi’ è diretto da un regista esperto come il tedesco Volker Hesse, con le coreografie di Andrea Herdeg e il coordinamento di Ruth Hungerbühler (per limitarci a chi ci accoglie in un caldo pomeriggio di prove). Il debutto sarà domani, venerdì, alle 21 a Locarno, con repliche sabato e domenica alla stessa ora. Poi le tappe a Zurigo, Udine e Venezia.

In scena, insieme ai giovani attori, anche 18 rifugiati da diversi paesi. Ruta intonerà il suo ringraziamento a Dio in un canto eritreo. Lo spettacolo si presenta infatti come un concentrato di teatro-danza puntellato di musica e parola, attraverso testi originali, frammenti di vita, brani estrapolati da media e discorsi politici, poesie di Aref Hamza. Ruth Hungerbühler ci spiega il legame fra la scuola e il tema delle migrazioni: «Da anni i nostri studenti offrono workshop, laboratori teatrali e pomeriggi di gioco alle persone in attesa nei centri di accoglienza in Ticino». A questo impegno sono seguite molte interviste e l’idea dei testi.

Ad Andrea, coreografa e danzatrice, è affidato il compito più in linea con la vocazione dell’Accademia: «Il mio lavoro è stato di trovare un linguaggio fisico, perché il corpo è il primo mezzo di espressione dei nostri studenti». Un linguaggio universale, misterioso eppure incisivo, oltre le barriere erette dalla lingua. L’obiettivo in fondo è proprio quello di trovare un linguaggio con cui condividere a teatro l’esperienza della fuga, in uno spettacolo senza palcoscenico in cui il pubblico è chiamato ad abitare la scena. Ecco, chiediamo al regista, che cosa il teatro può aggiungere di suo al racconto delle migrazioni odierne? «Il linguaggio del corpo sa dare forma a interrogativi profondi che le parole non possono penetrare. Il corpo rende la sofferenza del deserto, delle violenze, delle umiliazioni alle frontiere. Il nostro compito non è descrivere quanto accade, ma trovare immagini e rituali che evochino le profondità di un fenomeno fisico». Questo, aggiunge, non è solo uno spettacolo, «ma un esperimento sociale, il pubblico coglierà l’esperienza che ha unito attori e migranti». Mentre le voci dei ragazzi ci cullano come un canto polifonico, in attesa di precipitare in un emozionante Inferno cantato di Dante, c’è altro che Volker Hesse vuole dire: «Sempre più in Europa sono possibili cose inimmaginabili solo pochi anni fa. La risposta alle domande poste dalle migrazioni è orribile. Come uomo e come artista sono arrabbiato. Dobbiamo prendere una posizione, anche con l’arte». Prevendita: accademiadimitri@supsi.ch.

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