L'intervista

Trent’anni di Terra dei cachi (e l’italiano cantava, cantava)

Febbraio 1996, Elio e le Storie Tese in gara al Festival per arrivare ultimi. Faso: ‘Quando le prime file ci applaudirono, capimmo che avevamo fallito’

Faso
(Riccardo Medana)

«Volevamo andare a Sanremo per perdere, o almeno era quello che pensavamo. Volevamo andarci con un pezzo che non avesse nulla a che vedere con il mondo del Festival, alla nostra maniera, un pezzo con un sacco di parti diverse, una specie di microsuite di tre minuti e mezzo che contenesse tutti i luoghi comuni sull’Italia e gli italiani. Quando poi, davanti a noi, seduti in prima fila, abbiamo visto le signore e i signori anziani dell’Ariston che battevano le mani felicissimi abbiamo pensato: ‘Porca miseria, abbiamo fallito, il pezzo piace…’».

Il titolo di questo articolo è preso da un’altra canzone di Elio e le Storie Tese, ‘Il fantasma formaggino’, un accrocco di barzellette diventate arte che è a suo modo un prologo a ‘La terra dei cachi’, decollata dal palco dell’Ariston giusto trent’anni fa per assurgere a manifesto delle ovvietà che caratterizzano un intero popolo. La terra dei cachi, un modo in più per collocare geograficamente espressioni come “santi, poeti e navigatori” e “sole, pizza e mandolino”, per quanto più vicina a “La Repubblica delle banane”.

Nel febbraio del 1996, il già affermato Complessino che aveva pubblicato due album di culto veniva in Riviera a dissacrare il Festival con l’autorizzazione di Pippo Baudo, lasciando in eredità quella canzone (e la relativa versione suonata al doppio della velocità, da usarsi quale ‘clip’ pro-televoto, e gli altri cantanti invece a tagliarne una porzione), un braccio finto (quello di Elio), il travestimento da Rockets nella serata finale e il giallo della classifica, vero e proprio caso giudiziario che si sarebbe potuto intitolare ‘Chi ha incastrato Elio e le Storie Tese’, come il film (di culto anch’esso) del 1992. Perché pare che gli Elii fossero i vincitori di quell’edizione, ma finirono secondi per mano di colui che li aveva voluti, in barba alla tradizione e a ogni tipo di conservatorismo. È il bassista degli Elii, Faso, a riportarci alla nascita di quella canzone e a giorni sanremesi dopo i quali il Festival e la canzone italiana tutta non sarebbero stati mai più gli stessi. Cronaca giudiziaria a parte, i trent’anni de ‘La terra dei cachi’ s’incrociano con altri che non ci sono più, uno dei quali compare su ‘Eat the phikis’, l’album che contiene la canzone, citato come “M° Peppuzziniellicchio Vessicchiuccetticci”. Andando per ordine...

Sanremo, situazione surreale forse di suo, ha vissuto diversi episodi di surrealismo e forse anche un episodio di vera satira come ‘Papaveri e papere’, ma non esplicita. Senza troppi intellettualismi: ‘La terra dei cachi’ può definirsi il primo momento di satira in chiaro del Festival?

In un certo senso sì, anche se la nostra idea non è mai andata oltre il voler mettere insieme quell’idea di italianità ovvia e un po’ banalotta, dai problemi del calcio agli interventi chirurgici con la pinza abbandonata nella panza, per riderne e niente di più, tutte cose che in realtà non qualificano un popolo e un Paese, ma che alla fine sono quelle che vanno sui giornali.

Niente di vostro è più esplicito di ‘Sabbiature’, l’elenco dei corrotti della Prima Repubblica cantato con l’inganno in diretta tv al Concerto del Primo Maggio, un anno prima di Mani Pulite e cinque prima de ‘La terra dei cachi’…

Esplicito sì, ma credo che se si prende l’intera storia degli Elio e le Storie Tese, si vede chiaramente che siamo sempre stati molto apolitici. Ci siamo semmai divertiti a prendere in giro cose che non si potevano prendere in giro, come il bunga-bunga (liberamente ispirato a ‘Waka Waka’ di Shakira, a ‘Parla con me’ su Rai3 nel 2010, ndr), tutti ne ridevano e ne volevamo ridere anche noi. Ma non c’è una canzone di Elio e le Storie Tese che abbia una valenza politica o uno schieramento preciso. Ci siamo divertiti a guardare al sociale, il nostro, e a riderne. Se analizzi il testo de ‘La terra dei cachi’ non c’è una sola cosa che possa sembrare solo vagamente politica. Quanto a ‘Sabbiature’, guardata con gli occhi di oggi, può considerarsi un proto-rap perché Elio, inventandosi un testo a tempo sulla canzone ‘Ti amo’ (per un certo tempo la canzone più lunga del mondo per quelli del Guinness dei primati, ndr) non faceva altro che leggere notizie uscite su quotidiani e settimanali riguardanti l’operato della commissione inquirente, che nove volte su dieci si riuniva e non deliberava perché si trovava in numero insufficiente. In quei nomi c’erano illustri potenziali incriminati che la passavano liscia sempre.

Tutti archiviati “in nome dell’amore”…

Sempre in nome dell’amore. Quel giorno noi abbiamo elencato i nomi, ma non abbiamo aggiunto una sola lettera alla notizia data dai giornali. Certo, un conto è quando la notizia passa inosservata, un altro è quando la fai osservare cantandola al Concerto del Primo Maggio in diretta nazionale.

C’è una figura centrale ne ‘La terra dei cachi’, il maestro Peppe Vessicchio.

Un’altra persona che apparteneva a un mondo bellissimo della musica che si sta piano piano estinguendo. Ricordo i primi contatti per la canzone con i mezzi dell’epoca, lunghe telefonate a confrontarci sul da farsi: “Peppe, vogliamo che tutti gli strumenti dell’orchestra siano coinvolti! Se c’è l’ottavino, scrivi una particina anche per quello!”. Quando scoprimmo che c’era anche il gong, gli dicemmo: “Peppe devi assolutamente inserire un colpo di gong!”, e infatti alla fine della parte introduttiva del pezzo arriva una bomba di gong. Ricordo che dopo la prima prova all’Ariston il percussionista dell’orchestra Rai scese dalla posizione alta nella quale era collocato per venire a ringraziarci dell’aver previsto un colpo di gong. Ci disse: “Lo porto da anni e non lo suono mai!”.

Aggiungo che il maestro Vessicchio fu incredibile perché ci svelò la sua passione per la musica a tutto tondo. Da un maestro ti aspetti sempre che ti parli solo di Verdi, Rossini e Puccini, e invece ci trovavamo in macchina ad ascoltare gli Earth Wind & Fire, lui più gasato di me. Nelle nostre chiacchierate, per arrivare al punto finale dell’arrangiamento si parlava di tutto: “Lì il pezzo è in 7 – gli dicevamo –, ma vogliamo fare un po’ come nel progressive, che si sente il dispari ma la gente percepisce il pari”, e il maestro rispondeva “bene guaglio’, allora lo facciamo”. Fu un momento creativo bellissimo.

‘La terra dei cachi’ ha anche una versione in duetto con Raoul Casadei e la sua Orchestra, su un cd intitolato ‘The Rimini Tapes’. Una versione in verità un po’ sottovalutata…

È vero, è passata inosservata, chissà perché. Del giorno in cui Raoul Casadei venne a trovarci per parlare di questa versione ho un ricordo meraviglioso. Io arrivo in studio di registrazione un po’ in ritardo, varco la soglia, mi precipito al bancone e lui dice (con inflessione romagnola, ndr): “Oh che fretta c’ha questo ragazzo che arriva a duecento all’ora, ma voi milanesi siete tutti nervosi!”. Ma il ricordo più bello è l’incontro con i musicisti della sua orchestra, che avevano curato l’arrangiamento di quella versione. Oltre ad avere avuto il piacere di conoscerli e scoprire che in quella band di liscio si annidavano musicisti di un livello tecnico incredibile, ricordo che il bassista di Casadei suonò tre note che non avevo mai preso in considerazione. Gli dissi “te le rubo!”, oggi ancora le suono. Lui era tutto contento, io di più.

C’è una figura ancor più centrale nella ‘Terra dei cachi’: Pippo Baudo. È vero, erano altri tempi, ma a lui si riconosce l’avere aperto a generi musicali molto diversi in gara, e l’accettazione del vostro essere lontanissimi dai canoni festivalieri. È indubbio, anche per come poi andarono le cose, che Baudo si prese un bel rischio…

Posso dire che la nostra esperienza con Pippo Baudo fu ‘cinque stelle’. In più occasioni si rivelò una persona di grande competenza, diede anche a noi qualche piccolo consiglio e furono ottimi consigli. La sua grande apertura mentale, come hai detto, credo sia arrivata al suo climax, almeno per quel che ci riguarda, quando ci affidò la conduzione del Dopofestival del 2008. La sua proposta ci trovò molto diffidenti perché avevamo bene in mente com’era il Dopofestival a quei tempi, una noiosissima chiacchiera – non me ne volere – con giornalisti presunti esperti di musica e artisti che dibattevano sui testi appena cantati sul palco dell’Ariston, con i suddetti giornalisti che dicevano “tu sì, tu no”, una cosa che ci ha sempre fatto orrore.

E come vi convinse?

Andammo all’appuntamento con Baudo in un hotel di Milano con l’intento di fargli una serie di richieste alle quali avrebbe sicuramente detto di no. Gli dicemmo: “Per fare il Dopofestival vogliamo che i giornalisti non dicano niente, gli artisti possono anche venire, ma non devono cantare niente del loro repertorio, solo cose di altri, e in più vogliamo farlo nel vecchio Odeon, vogliamo portarci il nostro fonico perché al Festival si sente male e il nostro regista perché quello di Sanremo riprende male i musicisti”. Lui disse: “Per me va bene”. Come va bene? “Vi aspettavate che vi avrei detto di no? A me il progetto piace, facciamo come dite voi”, ci disse Baudo. E se vai a vederlo, quel Dopofestival, e non perché ne ho fatto parte per la parte musicale e creativa, fu una vera figata.

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