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laR
 
21.07.2022 - 05:30
Aggiornamento: 14:58

‘Cronaca di una morte annunciata’, cronaca di un capolavoro

L’ultimo, breve pezzo di bravura di Gabriel García Márquez, storia sul destino di un uomo e sull’inerzia morale di un villaggio

di Marco Stracquadaini
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Keystone
Gabriel García Márquez

Un breve e impressionante elenco di armi da fuoco apre Cronaca di una morte annunciata – "Nell’armadio teneva inoltre un fucile 30,06 Mannlicher-Schönauer, un fucile 300 Holland Magnum, un 22 Hornet con doppio mirino telescopico e una Winchester a ripetizione" – ma qualcosa ti dice che l’arma del delitto sarà il coltello. Presto saprai, anzi, che saranno due coltelli.

Santiago Nasar, possessore di tante armi ma semplice, e benestante, proprietario terriero, fa la sua apparizione come il più plastico dei protagonisti. Poi sparisce nelle figure e nelle parole degli altri, come se già importasse poco la vita di uno destinato a morire. Si vedrà riapparire grande al momento della morte.

Manaure, Colombia, Caraibi

Una sposa è ripudiata dal neo-marito dalla prima notte di nozze. Non è vergine. Il nome è fatto da lei senza molta esitazione: Santiago Nasar. E i due fratelli di Ángela si incaricano della ‘riparazione’. Una storia sulla colpa e sulle colpe. Quella di Santiago di aver sedotto – se è stato lui – Ángela. Quella di Ángela. Di padre Amador che non sa darsi pace, almeno lui, di aver trascurato gli avvertimenti. Di Cristo Bedoya l’amico che cerca Santiago negli ultimi momenti, febbrilmente, dove non sta. Di Clotilde Armenta, la locandiera che lo sa tra le prime e dice a ognuno di far qualcosa, vanamente. Poi il gesto sventurato della madre di Santiago, la più incolpevole, che senza accorgersene…

Le colpe dell’intera comunità che sa, dice e non dice, e non fa. Per inerzia o incredulità o indifferenza. ‘Cronaca di una morte annunciata’, l’ultimo breve capolavoro di Gabriel García Márquez (1981), è una storia sul destino di un uomo e sull’inerzia morale di un villaggio che si chiama Manaure e di un Paese che si chiama Colombia, una parte di mondo chiamata Caraibi. Gli uomini paralizzati dai soprusi e dall’alcol; le donne dalla paura degli uomini. Parole o silenzi, molti nomi e molte congetture, ma pochi oggetti si isolano nel racconto. Tra questi, vari fogli di giornale. I due fratelli Pedro e Pablo Vicario vanno ad aspettare di ammazzare Nasar alla locanda di Clotilde Armenta. Sulle gambe di ognuno un coltello avvolto in quei fogli. Passano pochi minuti e già lo sanno tutti, perché lo dicono a tutti. Col desiderio tacito di essere fermati. Arriva il colonello Aponte e sfila i due involti dalle mani dei fratelli. Loro tornano a casa a prenderne altri, passano dalla casa di Prudencia, fidanzata di Pablo: ogni venerdì vanno a prendere il caffè da lei. Dicono che passeranno più tardi ma poi si trattengono, esitano, tardano. Quando compare Prudencia con i fasci di giornali per ravvivare il fuoco, ne prendono un paio e si riavviano verso la locanda.

A nessuno importa veramente della morte di Santiago Nasar? Prudencia è perfino orgogliosa, ma qui si potrebbero rifare i nomi elencati su, più tanti altri. Nemmeno al narratore importa davvero, uno della comunità, cugino di Ángela, amico di Santiago, che indaga molti anni dopo. Svagato, intrigato e distante, ne immaginiamo i movimemti lenti e una specie di torpore nello sguardo, come tutti. E tanta snervatezza contagia il lettore: anche a lui la morte è annunciata e neanche lui ha le forze per far niente. E anche noi concludiamo che non conviene morire, ammazzati, ai Caraibi.

Certe storie spuntano. Meditate per anni senza saperlo, limate mentalmente mentre si scrive tutt’altro. Scritte con sicurezza e quasi per gioco, con sicurezza perché scritte divertendosi. Fin troppa sicurezza e gioco anche nei punti più delicati, privando il racconto quasi di un’intera dimensione, quella davvero tragica, che l’avrebbe reso più memorabile di quello che è. Un pezzo di bravura lungo ottanta pagine, diviso in una serie di altri pezzi di bravura, con il lungo e incalzante finale. In una storia tutta misuratissima, forse un solo altro limite: quei punti decisivi in cui si passa la misura, si carica. Ma non si possono pretendere tutte le qualità da uno scrittore. Soprattutto non si può chiedere il senso della misura a uno scrittore dei Caraibi.

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