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03.03.2022 - 20:32

Le odissee contemporanee degli Eventi letterari

Presentato il programma completo della 10ª edizione del festival, dal 7 al 10 aprile al Monte Verità. Ce ne parla il direttore Paolo Di Stefano

Il giurista e scrittore tedesco Bernhard Schlink, il filologo Luciano Canfora, l’autrice israeliana Zeruya Shalev, e poi ancora il pittore e disegnatore Tullio Pericoli e l’ex calciatore Lilian Thuram: sono i nomi di alcuni dei compagni di viaggio della decima edizione degli Eventi letterari Monte Verità, ad Ascona e Locarno dal 7 al 10 aprile con il titolo ‘Le nostre odissee’.

Il titolo, ‘Le nostre odissee’, unisce il centenario di Joyce alla pandemia presa una volta tanto non come guerra ma come viaggio. Quanto sono importanti le parole con cui raccontiamo questi due anni?

Durante questi due anni abbiamo imparato molte parole nuove: già la parola "pandemia" era qualcosa di estraneo al nostro vocabolario perché era estranea l’idea stessa. Prima del Covid il virus era una metafora di moda: quello degli hacker, che si insinuava nei nostri computer. L’aggettivo "virale" era usato per designare un grande successo digitale (se un messaggio social era virale aveva ottenuto il suo obiettivo). La parola virus si è vendicata e ci ha inflitto una sorta di nemesi. La pandemia ha finito per contagiare oltre ai nostri corpi e alla nostra mentalità anche il nostro vocabolario: abbiamo imparato che la lingua vive in stretta dipendenza con le cose che accadono e che si creano nel mondo. I giornali hanno raccontato il contagio, il lockdown (un’altra parola impensabile prima), le paure utilizzando necessariamente un linguaggio nuovo, a volte termini inglesi che sulle prime erano incomprensibili (il "booster" al posto del richiamo vaccinale). Senza contare le formule ricorrenti come i bollettini quotidiani. Grazie alle parole che abbiamo acquisito, siamo diventati tutti virologi…

In passato grandi opere come il ‘Decameron’, ‘I promessi sposi’ (ma particolarmente La storia della Colonna infame’) o ‘La peste’ di Camus ci hanno insegnato come si possano raccontare gli effetti di un’epidemia nella morale pubblica e nella responsabilità individuale. Forse, in futuro qualcuno sarà capace di trovare per i posteri una chiave anche per narrare tutto questo al tempo del Covid.

Che tipo di viaggio è stata la pandemia?

È un viaggio non ancora finito, purtroppo. Diciamo che è stato solo sospeso dalla drammatica parentesi della guerra in Ucraina (speriamo che sia una parentesi e che non sia troppo lunga!). Il che dice anche molto sulla legge dei primi piani imposta dai mass media, per cui tragedia nuova scaccia tragedia vecchia: la guerra ha scacciato il Covid come il Covid ha scacciato i naufragi della povertà… Al momento, sembra che il Covid non esista più, ma è solo un effetto ottico… È stato un viaggio nella paura e nell’illusione di un cambiamento che, stando a quel che abbiamo riscontrato ogni volta che pensavamo di esserne fuori, non si è verificato per nulla. Come diceva Montale, la storia non è maestra di niente. Ci ritroviamo sempre alle prese con gli stessi vizi ostinati, le stesse barbarie, la stessa mancanza di umanità e di memoria. Il Covid non ci ha fatti più consapevoli né, tanto meno, più buoni. Credo che la pandemia sia stata un viaggio di cui si ricorderanno soprattutto i più giovani: loro sì, hanno dovuto fare rinunce terribili, come i contatti tra coetanei, gli sguardi completi (senza mascherine), l’insegnamento libero a scuola… Infatti si vedono i risultati nel numero crescente di adolescenti che chiedono aiuto agli psicologi.

Dal programma sembra esserci una particolare attenzione alla letteratura come indagine dei conflitti contemporanei.

Certo, intitolando la decima edizione alle odissee che abbiamo vissuto, era quasi inevitabile pensare ai conflitti contemporanei. La presenza di Yasmina Khadra va proprio in questa direzione, trattandosi di uno scrittore che ha raccontato e ha avuto esperienza di tanti momenti storici particolarmente drammatici: la missione occidentale in Afghanistan, la prigionia sotto le dittature, il terrorismo mediorientale e le sue conseguenze in Europa, la svolta libica dopo l’eliminazione di Gheddafi, le migrazioni nel Mediterraneo, le discriminazioni di genere nel mondo islamico fondamentalista. Temi fondamentali della contemporaneità raccontati in modo magistrale. Poi, c’è ovviamente anche uno sguardo storico sui traumi del passato (la presenza di Bernhard Schlink) e un’attenzione sui conflitti privati in un contesto storico delicatissimo (l’israeliana Zeruya Shalev)…

C’è qualche ospite per il quale è particolarmente fiero di portare agli Eventi letterari?

Sono particolarmente fiero di avere al Monte Verità una delle maggiori scrittrici del nostro tempo come la francese Maylis de Kerangal che ha affrontato con grande sensibilità temi di straordinaria urgenza come il problema anche etico del trapianto o l’odissea della migrazione dell’Africa. E poi, sempre per restare sugli argomenti solo apparentemente politici che ci toccano nella quotidianità, mi fa molto piacere che abbiano accettato l’invito l’ex calciatore Lilian Thuram, che è diventato un attivista antirazzista. Io poi ho una particolare passione per due grandi italiani, come il pittore e disegnatore Tullio Pericoli, uno degli artisti più importanti del nostro tempo, e il filologo e storico Luciano Canfora che verrà a parlarci dell’Ulisse di Omero e dell’Ulisse di Dante.

Gli incontri con le scuole ci saranno?

Questo è un aspetto a cui come direttore artistico tengo tantissimo: se si prescinde dal coinvolgimento dei giovani in manifestazioni come queste, diventa tutto inutile e autoreferenziale. Per un ragazzo, il contatto è quel che conta: la cultura si trasmette con il carisma, con la passione, appunto con la trasmissione diretta di idee, di immagini, di emozioni. Avere a che fare con gli scrittori è il modo più rapido ed efficace per trasmettere emozioni e conoscenze alle giovani generazioni, e anche per spingerli verso la lettura. Ci saranno incontri nelle scuole cantonali di ogni grado. Senza dimenticare il fantastico laboratorio creativo che Roberto Piumini propone da qualche anno e che terminerà con uno spettacolo teatrale sulla figura di Ulisse al Papio.

Concluderei con due parole sul premio Filippini all’editore zurighese Diogenes.

Il premio Filippini deve sempre essere in linea con la cultura e con lo spirito versatile di Enrico Filippini, traduttore, editor, critico, giornalista. Diogenes è una casa editrice che in settant’anni di vita, grazie al suo fondatore Daniel Keel e poi al figlio Philipp, è riuscita a crescere nel segno di un carattere sperimentale, sposando sempre il nuovo e con la classicità, proponendo accanto ai grandi autori, da Balzac a Cechov a Mark Twain, scrittori molto significativi della contemporaneità. Si pensi a Dürrenmatt, Süskind, Andersch, Noll, Highsmith, ma anche a Fellini e a Tamaro. Un catalogo editoriale esemplare e sorprendente, pensato ed elaborato a Zurigo e capace di imporsi a livello internazionale.

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