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31.01.2022 - 15:03
Aggiornamento: 10.02.2022 - 18:35

Yari Bernasconi, in dialogo con l’assenza

Con lo scrittore ticinese andiamo alla scoperta delle origini del suo secondo libro di poesie, ‘La casa vuota’

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Keystone
Yari Bernasconi

«Una delle peculiarità del linguaggio poetico è il non detto, lo spazio vuoto, e il fatto che chi legge possa riempirlo mettendo in gioco sé stesso e le esperienze personali». Sono le parole che Yari Bernasconi usa per dire che i libri, soprattutto in versi, non hanno un significato unico custodito dall’autore ma ogni lettore in quegli sfondi bianchi è indotto a proiettare scorci del proprio mondo interiore creando un dialogo personale col testo. Parole che sono anche una preziosa chiave per accedere a ‘La casa vuota’, seconda raccolta di poesie dello scrittore ticinese uscita lo scorso settembre per Marcos y Marcos. Con lui intraprendiamo un viaggio lungo le cinque sezioni in cui è articolata l’opera.

I. Ritorno a Dejevo

Il volume si apre con dieci componimenti ambientati in diverse località e regioni dell’Estonia di cui l’ultima è Dejevo, con «un piccolo villaggio di rovine tra la vegetazione dove l’Armata Rossa ai tempi dell’Urss mandava in vacanza gli ufficiali e i soldati meritevoli – spiega Bernasconi –. Lo avevo visitato con mia moglie nel 2006 e ci siamo tornati dieci anni dopo». La sensazione fin dalle prime pagine è quella di un tempo che tra i propri ingranaggi ha fatto passare le esistenze assottigliandone delle porzioni. Lungo il percorso si trovano “storie quotidiane di resistenza / e fallimento” e lacerazioni lasciate dalla “storia più grande, ingombrante”. All’arrivo a destinazione c’è una sorpresa: “Dove sono le case diroccate, sfondate”? Tutto è stato demolito. «Dejevo, dopo la prima visita, era quasi diventato l’emblema della mia scrittura: lì era infatti nato il mio primo testo in versi ‘Lettera da Dejevo’ – racconta l’autore –. Quando nel 2016 abbiamo trovato solo qualche mattone, quel luogo di vestigia definitivamente scomparse dove la mia scrittura aveva trovato un senso si è caricato di una forza supplementare. Negli anni ho molto ragionato sulle macerie, e questa è un’ulteriore tappa della riflessione. Poco importa il nostro attaccamento e il valore metaforico: anche loro, a un certo punto, possono sparire lasciandoci faccia a faccia con il vuoto».

II. Cinque cartoline dal fronte (intorno a Ponte Tresa)

Gli eroi sono altrove: / niente sanno di queste vite assembrate / negli abitacoli e nel traffico, in mezzo a polveri / sospese”. Si configura come una battaglia moderna quella messa in scena nella seconda parte del volume, con protagonisti uomini e donne che consumano le giornate in un “lento / transitare oscillante”, intorno al confine tra Italia e Ticino. «È una zona di frontiera che conosco bene, visto che sono cresciuto a Caslano – ricorda lo scrittore –: da ragazzo andavo a Ponte Tresa a piedi, e quasi più spesso a Luino che a Lugano». La genesi dei cinque testi risale alle Giornate letterarie di Soletta e alla richiesta dell’associazione Kunst und Politik di trattare un conflitto socio-politico d’attualità attraverso un testo letterario. «Avremmo dovuto leggere un testo dedicato a uno dei tanti conflitti che imperversano nel mondo, solo che mi disturbava l’idea di utilizzare programmaticamente la letteratura. Allora, non senza una piccola provocazione, ho deciso di scegliere un conflitto tra i meno spettacolari: quello della quotidianità di una piccola regione come il Malcantone, con le sue tensioni, i frontalieri, il traffico, le menzogne da una parte e dall’altra della frontiera. “Non ci sono trincee, ma sempre più profondo / è il solco dell’odio, delle finte incomprensioni”... Scrivendo questi versi pensavo anche alla microscopica eppure reale sofferenza di chi subisce questa situazione, e non dovrebbe essere meno degno di attenzione rispetto a chi si ritrova invece sotto i riflettori per la legge del sensazionalismo o della spettacolarizzazione a ogni costo».

III. Le stagioni

Nella parte centrale e più corposa si trova il cuore del libro con la vita che pulsa nella natura. «Gli animali sono tra le poche cose che mi offrono una genuina meraviglia, per cui sento spontaneamente una fascinazione – dice il poeta –. In particolare gli animali selvatici come i cinghiali, le volpi o certi uccelli, perché rappresentano bene quello che noi umani non possiamo più essere». La sezione come le altre non è esente da una vena malinconica; “quando attraversi il parco, alla fine / del giorno, lo sai che non è il silenzio / la solitudine più grande”. Le stagioni non sono dunque solo quelle atmosferiche, ma pure quelle dell’uomo. «Dove c’è la vita, c’è la morte. La morte è parte integrante della vita, e viceversa, naturalmente». Ma la postura non è di rassegnazione, afferma Bernasconi, «forse di un certo pragmatismo. A me – confessa – non piace molto il concetto di “speranza”. Ogni tanto mi sembra un comodo pretesto per attendere che qualcosa avvenga. Al suo posto preferisco un termine che utilizza anche Fabio Pusterla nel risvolto di copertina, ovvero “utopia”. Certo, non si potrà mai veramente raggiungere, ma spinge a riflettere, a combattere, ad agire per migliorare e migliorarsi. Per costruire qualcosa».

IV. Altra corrispondenza

In penultima posizione sta ‘Altra corrispondenza’, «un titolo volutamente “in minore” – nota l’autore –. Ci sono testi a cui tengo molto, come ‘Cartolina notturna n. 3’»: “«Siamo vivi», / ti avevo scritto anni fa, rientrando a casa. / E proprio adesso che le cose appaiono / sfocate, con il mio goffo residuo di fiducia, / la fatica, sento l’eco di quel messaggio / come un imperativo”. Quasi ogni scritto di questa sezione, confida Bernasconi, ha un vero destinatario che in alcuni casi ha ricevuto la poesia o la lettera, in altri l’ha scoperta col libro. A predominare sono i tentativi di comunicazione con una “distanza di carta e francobolli”, la difficoltà nel farlo e in certi momenti la resa. «Uno dei motori fondanti dello scrivere è quello comunicativo: la necessità, l’urgenza di dire qualcosa, e farlo nel modo più puntuale possibile. E sono particolarmente attratto dalla corrispondenza, che sia in forma di lettera o cartolina, perché rappresenta bene le nostre vite: è abitata da un’incredibile varietà di stili e sentimenti – come rabbia, amore, malinconia, risentimento, gioia – che possono convivere e alternarsi anche in brevi testi. Questo mi fa sorridere e pensare che noi esseri umani siamo proprio così: irregolari e sorprendenti; curiosi e incostanti. E come scrivo in una poesia, a dare vita alla vita resta “l’incerto, l’impuro, l’impossibile”».

V. La città fantasma

L’ultima carrellata è sulla strada maestra, la stazione, la scuola, l’edicola, il bar, tutti luoghi ormai chiusi e abbandonati. Resta il silenzio alternato al vento che attraversa la desolazione come un requiem. “È il ferro, / adesso, il colore più sgargiante”. «Dopo aver visto la bottega di un falegname morto da poco, ho provato il desiderio di raccontare delle persone che non c’erano più attraverso i luoghi che avevano abitato e che spesso – sotto la polvere – erano rimasti intatti – dice Bernasconi –. Mentre scrivevo, però, il progetto ha cominciato a prendere anche altre strade, più legate ai concetti di società, di comunità o di piccoli gruppi (come i bambini al parco). E tutto è andato mischiandosi a ricordi ed esperienze personali. È nata così la mia città fantasma». Del resto, uno dei passaggi più significativi del libro, indica infine l’autore, si trova nella poesia ‘La casa vuota’ che dà il nome alla raccolta: “Fino a pochi anni fa / avrei bussato: c’è nessuno? Questa mattina / conosco la risposta”; e malgrado ciò, al termine della composizione la domanda si ripropone: “C’è nessuno?”. «È molto umano credere fino all’ultimo nell’impossibile. Sono anche i nostri “fantasmi”, le cose che non ci sono più ma che continuano ugualmente ad accompagnarci». Le macerie scomparse di Dejevo, la casa vuota, la città fantasma: ovunque, insomma, rimane il tentativo di un dialogo per colmare le assenze.

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