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‘Sogno ancora un film con Woody Allen. Ma temo di doverlo rimandare a una prossima campata’ (© Sabine Cattaneo / Castellinaria)
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laR
 
19.11.2021 - 05:30

Castellinaria, arte e grazia di Milena Vukotic

Fellini, Buñuel, Bertolucci, non solo Pina Fantozzi. Incontro con la grande attrice italiana, a Bellinzona per ritirare il Castello d’Onore 2021

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Alzi la mano chi guardando l’incontro tra Lidia e Dino ne ‘Il giovedì’ di Dino Risi non pensa che Milena Vukotic sia bellissima. Non lo è forse per la legge del fotoritocco, grazie alla quale stiamo tutti diventando discendenti dei gatti. Certo, titolare, come qualcuno ha fatto, ‘A Bellinzona oggi arriva la Pina’, oltre che poco rispettoso per chi ha recitato con i più grandi registi del nostro tempo, non aiuta.

Restitutita di recente dalla tv all’originaria femminilità minata da quel cinico (è un complimento) di Paolo Villaggio, Milena Vukotic era nella Capitale per ritirare il Castello d’Onore consegnatole da Castellinaria pochi minuti dopo la proiezione de ‘Il demolitore di camper’ di Robert Ralston, film ticinese che la vede nel cast, e poco prima di ‘A occhi chiusi’, corto di Alessandro Perrella del quale è co-protagonista. «È un periodo della mia vita in cui i premi abbondano», ci dice prima di aggiornarne la conta, «forse perché andando verso la fine è giusto che sia così». Sorride misuratamente, marchio di fabbrica, illuminando il viso. E aggiunge: «I premi fanno bene all’anima, ci fanno sentire gratificati dal lavoro al quale ci siamo dedicati tutta la vita».

Signora Vukotic, che ne fa dei premi? Li espone, li chiude in un armadio?

Cosa ne faccio? Li conservo tutti, e ne ho dappertutto, a cominciare dal primissimo premio che ho preso, La noce d’oro, vinto forse nel 1970, e poi il Nastro d’Argento e tanti premi collaterali, che mi hanno fatto comunque compagnia e coraggio durante tutti questi anni. Devo dire che quest’anno e lo scorso sono stata davvero coccolata.

Anche il Ticino l’ha coccolata...

Sì, e non soltanto di recente. Ho lavorato anche alla televisione, a Lugano, ed è sempre stata un’immersione in un’atmosfera più calma e meno tesa che altrove. Ho lavorato per tanto tempo con un’amica che è stata come una sorella, Terry D’Alfonso. In Ticino c’è un modo di lavorare d’insieme, ho sempre sentito tanta solidarietà.

Anche con ‘Il demolitore di camper’?

Sì, soprattutto in questa occasione. A partire dal nostro regista, e tutta la troupe. È stata una vera festa, intanto per il lavorare bene, nelle giuste condizioni, ma anche per l’atmosfera di grande armonia e affetto. Mi piacerebbe tanto ricominciare da capo.

Il pubblico più giovane ha riscoperto Milena Vukotic con la danza. Che però è stato l’inizio di tutto…

Sì. Tutto cominciò a Londra, io giovanissima e magrissima. Mia sorella aveva deciso che avrei dovuto danzare, cosa che amavo. Essendo figlia di musicisti sentivo molto la musica, e così cominciai. Cinque anni di conservatorio a Parigi, nella danza, e un primo premio che mi permise di accedere all’Opera. Quella pareva la mia strada, mentre studiavo in francese l’arte drammatica. Ma quando fu urgente il bisogno di lavorare, e accadde molto presto, lasciai l’Opera per entrare nella compagnia di Roland Petit. Poi, con la compagnia internazionale Il Marchese di Cuevas, girai il mondo intero…

Fino alla visione de ‘La strada’ di Fellini…

… che mi cambiò la vita. Quel film mi diede tali emozioni da farmi ripensare a tutto quello che avrei voluto fare del mio tempo. Lascia tutto, lasciai Parigi per venire a Roma con la speranza di poter incontrare Fellini. Essendo mia madre di Roma, ed essendo io nata a Roma, per me fu come un nuovo inizio.

Come fu l’incontro col regista?

Non così semplice. Riuscii a ottenere un appuntamento con lui, gli espressi il mio desiderio, ma poco dopo riuscii a coronare quello che era un mio sogno, in tre suoi film, l’ultimo dei quali fu ‘Tre passi nel delirio’.

Tre i film da lei interpretati per anche per Luis Buñuel, che così come Fellini la volle nel suo mondo visionario e onirico...

I registi hanno immagini personali, a volte fisse nelle quali ci vedono collocati. Fatta eccezione per Fellini, essendo lui a trasformare gli altri. Per natura, non sono mai stata particolarmente identificabile in un ruolo, a parte forse la sola saga di Fantozzi, per la quale Paolo Villaggio aveva ben chiaro in testa il personaggio che avrebbe voluto ricreare partendo dal libro.

‘Ballando con le stelle’ ci ha restituito la sua bellezza, quella che il cinema ama stereotipare. In fondo, nemmeno nei panni della Pina lei è riuscita a essere non bella. In ‘Fantozzi dietro le quinte’, libro di Elisabetta Villaggio, figlia di Paolo, si parla del suo arrivo nella saga e del timore che la gente al cinema si potesse chiedere come mai Fantozzi volesse tradirla…

Sì, beh, dipende dal punto di vista. Quando Paolo m’invitò a casa sua pensai che mi avrebbe proposto una parte secondaria nel film, e invece scoprii che mi sarebbe spettata la moglie, interpretata nei primi due episodi da Liù Bosisio. Paolo mise subito le mani avanti, dicendo che saremmo dovuti essere personaggi molto grotteschi, privati della minima velleità di bellezza. Ma sì (ride, ndr), queste sono soltanto sovrastrutture di Elisabetta che avrà voluto dire una cosa gentile, perché io non sono mai stata bella e ne sono cosciente…

… mi permetta di dissentire. Ne ‘Il fascino discreto della borghesia’ lei è bellissima, e non soltanto lì…

Beh, sempre in personaggi al di fuori di una tradizione estetica!

Quanto all’influenza della Pina sulla sua carriera di attrice, lei ha scritto: “La gente ancora mi riconosce per strada e mi chiama Pina. O Pina Villaggio o Pina Fantozzi oppure Pina Vukotic. Mi guarda e sorride. Ed è una cosa che mi tengo stretta perché attingere alla sensibilità e al piacere delle persone è cosa magnifica”…

Certamente. È un moto d’affetto al quale io sono sempre stata sensibile. Entrare in contatto, anche superficialmente, con persone che mi offrono il proprio sorriso, che hanno apprezzamenti per una ragione o per un’altra, anche soltanto per quel ruolo di moglie del ragioniere, è qualcosa di estremamente gratificante per me.

Rubo ancora parole a Elisabetta Villaggio, che la descrive “preparatissima, infaticabile e persona molto dolce”. La dolcezza è qualità che paga anche oggi?

Sono tutte qualità sempre indispensabili, anche la dolcezza. Sento di avere affrontato questo lavoro con una dedizione assoluta, approccio che dovrebbe valere non soltanto per il cinema, ma in generale. Le cose vanno abbracciate completamente, ed è in questo modo che nascono i risultati, frutto di qualcosa che viene da dentro e mai meccanica.

Recitare per Woody Allen è ancora uno dei suoi sogni?

Oh, come no, altroché! Ma temo di doverlo rimandare a una prossima campata. Il suo senso dell’umorismo lo sento molto vicino, è un genio assoluto.

Quale donna dei suoi film sarebbe voluta essere? Diane Keaton in ‘Provaci ancora Sam’? Mariel Hemingway in Manhattan?...

Qualsiasi donna, qualsiasi ruolo, perché Allen ha un mondo talmente suo, talmente profondo. Però il tempo… Ma come si dice in questi casi? Non poniamo limiti alla provvidenza…

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