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laR
 
22.10.2021 - 09:00
Aggiornamento: 09:37

Quando la cultura fa bene alla salute

Enzo Grossi ha aperto il corso che l’Università della Svizzera italiana ha attivato per i futuri medici, sette incontri aperti a tutti

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Enzo Grossi ci parla di “approccio olistico”, di limiti nella formazione dei medici, di rapporto tra mente e corpo: parole che purtroppo ritroviamo nei discorsi di molti propalatori di pratiche pseudoscientifiche. Ma Grossi parla anche di studi clinici, di metanalisi, a dimostrazione che non c’è una medicina ufficiale e una non ufficiale, ma semplicemente una medicina che funziona e che, seppur con qualche resistenza, è capace di ampliare il proprio sguardo. Prendendo in considerazione la cultura come importante elemento di promozione della salute: Grossi, medico ricercatore, docente all’Università di Torino, direttore scientifico dell’Istituto di neuropsichiatria infantile Villa Santa Maria di Tavernerio, ha inaugurato lunedì scorso il corso in Cultura e Salute che l’Università della Svizzera italiana, in collaborazione con Città di Lugano e Fondazione Ibsa, ha istituito per i propri studenti in medicina, sette incontri aperti anche al pubblico (info: culturaesalute.ch).

Quali prove abbiamo sugli effetti di arte e cultura sulla salute?

Come medico sono rimasto colpito che recentemente l’Oms ha pubblicato un rapporto sistematico di tutti gli studi scientifici realizzati. Ne emerge un quadro veramente entusiasmante: circa tremila studi analizzati in 900 articoli, molti dei quali sono delle revisioni sistematiche che prendono in considerazione più studi.

Abbiamo quindi ottime prove degli effetti che la cultura ha sulla promozione della salute che, ricordiamo, non è semplice prevenzione delle malattie.

La definizione di salute dell’Oms recita infatti “un completo benessere fisico, mentale e sociale”. Queste ricerche bastano per chi, comprensibilmente scettico, si chiede come possa un’attività culturale avere effetti simili a un farmaco?

C’è questo atteggiamento di scetticismo, ma nel frattempo la ricerca va avanti e adesso conosciamo anche i possibili meccanismi che danno maggior plausibilità a quelle evidenze. Esistono dei centri cerebrali che sono specializzati nel recepire degli “stimoli di bellezza”: questi centri sono collegati ad altri centri cerebrali e con dei meccanismi biochimici che regolano la sensazione di appagamento e sollievo, aspetti che si associano ad altri meccanismi di inibizioni di ormoni legati allo stress come il cortisolo. Sono stati condotti diversi esperimenti: io ne ho fatto uno abbastanza conosciuto al Santuario di Vicoforte, portando delle persone sulla cupola, misurando prima e dopo l’esperienza il livello di cortisolo salivare e la sensazione di benessere. Il cortisolo crolla e il benessere sale. Questo ci dice che l’esposizione a stimoli “di bellezza” è qualcosa di molto potente.

Nel campo della salute sentiamo spesso proporre pratiche e cure senza efficacia, se non addirittura dannose.

Qui abbiamo degli studi randomizzati, dei veri e propri trial. E addirittura delle metanalisi con griglie di valutazione molto severe, quelle che si usano per stabilire l’efficacia di un farmaco. Non tutte le pratiche, ma alcune hanno superato questo vaglio.

In concreto, quali effetti può avere la cultura sulla salute?

Far sentire meglio le persone, migliorare quello stato di benessere di cui dicevamo. Quando si parla benessere percepito si intende qualcosa che viene misurato con strumenti idonei, ma qui si entra nello specifico. In Italia abbiamo fatto vari studi per vedere se chi partecipava assiduamente alle attività culturali aveva uno stato di benessere più elevato e abbiamo mostrato che effettivamente è così. Abbiamo poi fatto delle analisi statistiche con sistemi molto sofisticati per vedere se questo effetto è netto oppure se è mutuato da altri fattori correlati con la partecipazione culturale, come lo stato economico o il livello di istruzione. E abbiamo visto che c’è un effetto netto.

Abbiamo poi studi longitudinali, fatti soprattutto nei Paesi scandinavi, con coorti seguite per lungo tempo, anche dieci o vent’anni, e si è visto che a parità di tutto questo chi aveva una più intensa frequentazione di attività culturali – andare a teatro, andare al cinema, leggere romanzi, visitare musei… – aveva un’aspettativa di vita nettamente superiore. E questo nuovamente tenendo conto degli altri fattori noti.

Però un conto è la promozione della salute, un altro la cura di malattie.

Ma le malattie croniche o degenerative normalmente non sono curabili: non ci sono medicine per l’Alzheimer o per l’autismo. Ci sono malattie croniche che non hanno farmaci e quindi tutto quello che si può fare con questi sistemi – innocui e poco costosi – rappresenta una strategia vincente. Anche se non si può parlare di una cura, abbiamo degli effetti positivi. Ci sono stati – anche in Ticino, al Conservatorio della Svizzera italiana con Paolo Paolantonio – dei progetti per portare la musica nelle case anziani, coinvolgendo gli ospiti tramite l’ascolto, il ricordo di brani della giovinezza, quando possibile facendo anche suonare o cantare qualcosa. Sono stati rivelati dei miglioramenti: maggiore fiducia nelle loro possibilità, maggiore coesione sociale. Aspetti che normalmente la medicina basata sul modello biomedico non considera: difficile che si prenda in considerazione la persona immersa nel suo nucleo familiare e sociale, il suo intorno, l’ambiente in cui vive, il fatto che mente e corpo non sono separati.

Aspetti che ritroviamo nelle cosiddette ‘medical humanities’.

Esatto. Tutto questo ci dice che dobbiamo occuparci della salute dell’individuo partendo da una visione un po’ olistica. Cosa che richiede uno sforzo perché il curriculum di formazione dei medici è impostato in maniera ancora antiquata. Tanto è vero che questo corso all’Usi non è mai stato fatto in una facoltà di medicina.

L’arte fa scientificamente bene alla salute.

E questo dovrebbe essere un campanello di allarme per l’autorità pubblicata che spesso spreca delle opportunità non promuovendo in maniera efficace la partecipazione ad attività artistiche nei soggetti che ne avrebbero bisogno.

Con la pandemia le attività culturali sono state particolarmente sacrificate. Una scelta miope?

È difficile dirlo: nelle pandemie si ragiona a livello macro e se c’è un rischio si preferisce intervenire. Forse si è un po’ esagerato con le restrizioni, alcune attività potevano riaprire prima o andare avanti con certe limitazioni. Sicuramente questa deprivazione culturale, soprattutto per quanto riguarda gli avvenimenti che si devono “gustare” nel reale e non nel virtuale, ha prodotto dei danni a livello psicologico, con un aumento delle malattie depressive e ansiose. Gli effetti li stiamo vedendo adesso.

C’è differenza tra cultura passiva e attiva, ad esempio tra dipingere e visitare una mostra?

C’è un dibattito perché a buon senso le “attività attive” dovrebbero essere più potenti, ma gli studi epidemiologici non mostrano questo effetto. C’è una possibile ragione: chi dipinge solitamente dipinge da solo, chi suona uno strumento spesso lo fa da solo eccetera. Visitare una mostra, assistere a un concerto o a uno spettacolo sono invece attività che si svolgono in gruppo. Ma è un aspetto ancora non del tutto chiaro.

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