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04.04.2021 - 11:52

Dante, un omaggio non mortuario

Intervista allo scrittore Giuseppe Conte, autore di ‘Dante in love’. Perché la poesia è il cuore di tutto

di Maurizio Cucchi
dante-un-omaggio-non-mortuario

‘Dante in love’ (Giunti, p.200, € 17) di Giuseppe Conte conferma la versatilità dell’autore e la sua capacità di coinvolgere la sua natura di poeta, tra i maggiori del nostro tempo, anche nella scrittura narrativa. Qui ci offre un particolare romanzo, nel quale immagina una discesa di Dante, come “ombra” o “fantasma”, nella sua Firenze, ma quella di oggi, dove trova una situazione turbata dal morbo che sappiamo, una realtà d’insieme spesso incongrua, nella quale gli appaiono strumenti tecnologici di cui afferra fino a un certo punto la funzione. Ma quello che conta è l’amore, che a un certo punto si materializza nella figura di una ragazza americana che scopre innamorata della sua poesia. E qui il gioco di Conte si fa sottile e raffinato e lo porta poi a ragionare su quello che è ed è sempre stato il suo rapporto, anche questo di amore, con Dante stesso. Un libro di originale qualità per la sua scrittura sciolta ed elegante e che si immerge utilmente e con discrezione, pur critica, nel contesto della dimensione attuale urbana e sociale (rilevando tra l’altro anche l’uso improprio della lingua inglese nella nostra quotidianità). Ma vari sono i punti su cui riflettere in questo Dante in love e ne abbiamo parlato con l’autore rivolgendogli qualche domanda.

Un omaggio a Dante è quanto di più impegnativo e insieme coinvolgente che si possa fare. Tu l’hai risolto con grande delicatezza sensibile e poetica, facendo riapparire oggi Dante come ombra o fantasma. Come ti è venuta l’idea, ti chiedo banalmente…

Ti confesso che l’idea era quella di un omaggio a Dante nel settecentesimo anno della morte che non fosse mortuario come se ne preannunciavano in giro. Mi dicevo: un omaggio deve essere qualcosa di vivo, felice a suo modo, e mi ripetevo i versi del sonetto “Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io”, progettando una performance poetica che partisse da lì. Poi, riflettendo sugli amori giovanili di Dante, magici, mondani, carnali, è scattato, ma non so come, l’idea del contrappasso. Dante viene rimandato sulla terra perché ha amato troppo le cose terrene. E lui che ha raccontato di aver viaggiato con il suo corpo in carne e ossa tra le ombre dell’Aldilà, dovrà viaggiare come ombra tra gli uomini in carne e ossa del mondo reale. Conoscerà la realtà senza poter intervenire, vedrà a grandi flash la storia cambiare, e i mali del mondo restare sempre gli stessi. E vivrà da ombra immateriale la sua ultima storia d’amore. 

Nel suo viaggio tra di noi, oggi, Dante vede le stranezze e le assurdità del presente. Se ne stupisce, soprattutto, e osserva senza enfasi critica. Che atteggiamento può avere, oggi, il poeta, di fronte a un mondo da lui creato e spesso gravemente contaminato?

Hai detto bene, Dante si stupisce più che indignarsi, come avrebbe fatto da vivo, di fronte alle assurdità del presente. Il poeta di oggi di fronte a un mondo contaminato potrà rifugiarsi nella consolazione della poesia, o combattere per fare luce dove c’è oscurità e male. Sembrano due atteggiamenti contraddittori, ma forse non lo sono, e forse talvolta possono persino convivere.

Amore domina in questo libro. Ma in una accezione non solo legata al tempo di Dante e dello stilnovo, bensì in quella più alta e nobile, esemplare. Ma oggi nella realtà che viviamo qualcuno può ancora intendere il senso di questo grande slancio aperto?

In fondo, quando nella parte finale entra la tua testimonianza diretta, con tanti prelievi di poesia, il racconto si sposta e si dilata. Forse siamo di fronte a una superamento di generi, verso un’idea di testo che ne oltrepassa i limiti in nome della poesia?

In realtà, avevo pensato a una seconda parte con i testi citati nella prima e commentati, per un atto di servizio al lettore. Poi è vero, il discorso si è dilatato. E il libro ha quasi preso due volti, uno fantastico e uno saggistico. Non rinnego la mia passione per il fantastico, anche nei modi del primo Calvino. Ma ritengo che i generi vadano superati e sovvertiti. Prendiamo Dante e Petrarca. Una differenza assodata è che Dante è plurilinguistico e Petrarca monolinguistico. Bene. Ma un’altra differenza è che il primo, al contrario del secondo, mescola sublime e infimo, carne e spirito, buio e luce, lirico e realistico, mistico e comico. In più, cosa di cui non mi ero mai accorto, Dante, che conosce bene i romanzi cavallereschi del ciclo bretone, quelli che leggeva Francesca con tanta passione, scrive un poema che è anche un grandissimo romanzo, popolare, dotto, avventuroso, pieno di personaggi e di trame del destino. La poesia ha tutte le frecce nel suo arco. È lei il cuore di tutto, che muove tutto.

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