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19.11.2020 - 06:000
Aggiornamento : 12:19

Quando la parola diventa Alberto Nessi

Narratore e poeta, festeggia oggi il suo 80esimo compleanno, mentre germogliano pubblicazioni: antologie, un diario e il tributo della scena letteraria tutta.

Fare la nuvola di parole di Alberto Nessi senza software non è impresa da poco. Poesia, narrativa, saggistica, traduzione, insegnamento, impegno politico, ultimi, natura, confine. Altre parole si trovano lungo queste righe. Come Mendrisiotto. Regione, anche. Regione intesa come Cantone ma anche come ‘la’: senza farla pesare troppo al lettore, senza gonfiare troppo il petto, in questa pagina si scrive anche di una firma di questo giornale.

Alberto Nessi compie ottant’anni, anche se dal punto di vista letterario ne ha ‘solo’ cinquantuno, quelli trascorsi dall’esordio di poeta con ‘I giorni feriali’ (1969) e che attraverso – citando qua e là – ‘Terra matta’ (1984), ‘La prossima settimana, forse’ (2008), ‘Ladro di minuzie’ (2010), arrivano sino a un 2020 complicato ma ricco di pubblicazioni: ‘Corona blues’ (Casagrande), diario in cui stanno le ore e i giorni del suo isolamento; ‘Minimalia’ (S. Repetto), raccolta di poesie dedicata alle vittime di coronavirus fresca di recensione (cfr. laRegione del 9.11); l’ultima raccolta ‘Perché non scrivo con un filo d’erba’ (Interlinea) e il tributo della poesia e della narrativa ‘che gira intorno’ (rubando parole ad altro, altrettanto musicale poeta), edito da Sottoscala e voluto dalla Casa della Letteratura per la Svizzera italiana.

Un altro giro di blues?

Chi ha letto ‘Blues della fine del mondo’ di Ian McEwan è possibile sia rimasto senza speranza. Il ‘Corona blues’ di Nessi, al contrario, una minima fiducia nel genere umano ripone. È il diario mezzo in prosa e mezzo in poesia del primo lockdown; e visto che ci siamo dentro di nuovo, magari l’autore chiamerà un altro giro di blues. Nel 2016, a Gran Premio svizzero di letteratura ritirato, Nessi confessava a Claudio Lo Russo l’assenza sulla scena odierna del “brivido della realtà”. E ‘Corona blues’ è reale: il rapporto con “l’Uguagliatrice”, quello con la solitudine, con la natura (anche se “non mi sento veramente in pace quando uno spettro mi guarda tra il fogliame”); la paura del contagio, che è anche ironia (“Gli americani: sparerebbero anche al virus, quei cowboys”). ‘Corona blues’ è anche rimandi letterari che fanno di queste 99 pagine una sorta di autobiografia ultrapandemica.

In libreria

Dall’antologia al tributo

C’è anche dell’altro, si diceva. L’antologia poetica che arriva da Novara, per esempio, dove Interlinea pubblica ‘Perché non scrivo con un filo d’erba’, raccolta dei suoi testi più intensi su – la nuvola cresce – dolore, ingiustizie, viaggi, società; testi integrati dai suoi manoscritti. In coda, altre parole, quelle di Fabio Pusterla, allievo e amico, e una nota del critico letterario Roberto Cicala.

La Casa della Letteratura, invece, riprende il verso di chiusura della poesia ‘Stazioni’ per titolare ‘rampe di lancio doganieri nuvole’ il libro-omaggio che nasce dai contributi di amici, scrittori, poeti, traduttori: A*ds (Associazione Scrittrici e Scrittori della Svizzera), Fabio Pusterla, Michele Fazioli, Bibliomedia (Orazio Dotta), Assi (Associazione Svizzera degli Scrittori di Lingua Italiana), Andrea Fazioli, Anna Felder, Stefano Vassere, i traduttori Maja Pflug e Christian Viredaz, Tommaso Soldini e la Rsi, che concede l’intervista rilasciata da Nessi a Maria Grazia Rabiolo in occasione del Gran Premio Svizzero. Più Luca Mengoni, artista e grafico, autore di un artistico erbario di compendio ai ‘parolieri’. Tra gli altri (per cognome): Agustoni, Bernasconi, Berra, Bianchetti, Buletti, Cicala (Interlinea), Curonici, Daviddi, De Marchi, Di Corcia, Feijoo Fariña, Gezzi, Helbling, Isella, Lepori, Lonati, Miladinovic, Morgantini, Montorfani, Paolocci, Ruchat, Soldini (Fabio), Stroppini.

Tutto, in quest’opera di 500 esemplari, parla di Nessi. Anche i caratteri di stampa color malva (‘Il colore della malva’, 1992). Visto che le parole non sono infinite, almeno sui giornali, peschiamo nel mazzo come tra le carte di un mago (un “mago buono”, quello di ‘Ninna nanna ai tempi del virus’); peschiamo ed è questione di maiuscole:

I nessi

Di Alberto sono i nessi che vanno sopra valle, fili elettrici, cavi sospesi, l’oratorio nudo, i prati verdi o innevati, Bruzella d’estate all’ombra di se stessa, le cose che stanno insieme in un punto che vedi là, nel paese sopra, poi in un attimo perso. Sono le piscine che non si vedono, una a Chiasso, oggi piena di gente.

Massimo Daviddi

Mentre scriviamo, il volume sarà già nelle mani dell’omaggiato. Ma i rigurgiti pandemici spostano l’incontro pubblico fissato per il 22 novembre a Chiasso a un (momentaneamente) imprecisato giorno del 2021.

L’ospite

Quando la parola diventa poesia?

Lo abbiamo chiesto ad Alberto Nessi. Chi altri.

Per tentare di rispondere a questa difficile domanda, chiedo l’aiuto di un grande poeta spagnolo del Novecento, Antonio Machado. In uno dei suoi scritti contenuti in “Da un canzoniere apocrifo (1924-1936)”, Machado afferma che “tra la parola usata da tutti e la parola lirica esiste la differenza che c’è tra una moneta e un gioiello dello stesso metallo. Il poeta fa gioiello della moneta”. Il problema è il “come”: mentre l’orefice può fare ciò che vuole col suo metallo, anche fonderlo, per dargli una nuova forma, il poeta è vincolato ad elementi già strutturati. E, sebbene con essi debba realizzare una nuova struttura, non può sfigurarli. Machado dice che il gioiello dev’essere dello stesso metallo della moneta. Il poeta, dunque, deve rispettare le parole correnti rinnovandole, attingere al linguaggio comune per nobilitarlo, armonizzandolo secondo una musicalità dettata dalle lettere dell’alfabeto, dal ritmo del verso, tenendo conto dell’eredità che gli lascia chi ha scritto versi prima di lui. Il risultato è una voce, che, se autentica, crea bellezza mantenendo un rapporto con la realtà quotidiana.

Se consideriamo la storia della poesia moderna, vediamo che alla fine dell’Ottocento si è sviluppata in Francia la poetica della parola pura, che nel Novecento si è poi svincolata da nessi logici (pensiamo alla neoavanguardia italiana degli anni Sessanta con il suo armamentario sperimentale), si è innamorata di sé stessa dando vita a una poesia compiaciuta delle proprie metafore e dei propri ricami. E ciò ha allontanato i lettori, ha chiuso la poesia nel ghetto dei letterati e degli specialisti. Invece la parola lirica dovrebbe rivitalizzare quella parlata, non creare oscurità dove non è necessario; deve nominare le cose con termini diretti, quando le cose hanno un nome. Il significante, cioè il suono della poesia, non è autonomo, non deve soffocare il significato. Il lettore deve sentire, dietro la parola, la presenza del mondo reale: il bello non può essere separato dal vero, se vuole toccare il lettore.

La poesia, la letteratura in generale, deve alimentare la “forza di immaginazione” dell’uomo, sopraffatta nel nostro tempo dalla “forza di produzione”: deve farci riflettere, con parole non banali, sulla condizione umana. Per questo è tenuta a inventare un linguaggio speciale, diverso da quello al servizio della società utilitaristica, senza però rifugiarsi nell’esoterico, senza rinunciare a comunicare. La letteratura è fatta perché tutti possano arricchire la propria esistenza e conoscere meglio sé stessi e il mondo. Il gioiello deve poter essere condiviso.


Alberto Nessi, ai tempi di 'La lirica', 1998 (Ti-Press)

'Corona blues', l'estratto

(versi)

Insiste stamattina il merlo, dice
vieni con me, lascia il mondo malsano
apri gli occhi ancora per una volta,
ai crocicchi si nascondono uomini armati
tatuati come serpi
nascondono una lama per uccidere
lo zingaro muto. Vieni con me
apri gli occhi alla luce
che s’accende, fiorisce il castagno
prova a vivere ancora. Ti insegno
la pozza d’acqua dove si riflette
il chiaro, te la insegno. Non ascoltare
il lamento del cane legato alla catena,
non badare al rumore dei vetri rotti
della serra dove giace l’amore ferito:
impara da me la gioia, canta anche tu
anche se la tua voce è un po’ stonata.

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