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Culture
22.06.2019 - 14:350

Vün dü trì… bandella!

Incontriamo l’etnologo Johannes Rühl, alle prese con un’indagine scientifica sulle bandelle ticinesi

La società cambia e lo fa in fretta (e fino a qui, scriviamo una gran banalità). Continuiamo: non cambia solo nei costumi e nelle mode, ma anche nelle espressioni culturali e ci riferiamo qui a quelle folcloriche. Quelle, per intenderci, etichettate come “tradizione popolare”. Esistono ancora, oltre alle iniziative che le mantengono in vita artificialmente?

Una di queste tradizioni popolari, che vive soprattutto in qualche grotto e osteria (grazie al turismo e alle orecchie nostalgiche), è la bandella ticinese, probabilmente trasformata nel tempo, tanto da differire da quella delle origini, anche se è un «fenomeno musicale abbastanza moderno».

Quando intercettiamo Johannes Rühl – etnologo e sociologo, specializzato in pedagogia musicale – per proporgli un’intervista sul soggetto della bandella, lo ritroviamo dall’altra parte del mondo: in Perù, in occasione di un festival musicale, dove è stato curatore del programma europeo di musica delle montagne, nonché accompagnatore di gruppi che hanno suonato persino in un villaggio a tremila metri di quota, sulle Ande. Da oltre dieci anni, Johannes abita in Ticino (in Valle Onsernone). Si è trasferito da Freiburg im Brisgau nel nostro cantone, quando, per breve tempo, ha ricoperto la carica di direttore della Scuola Teatro Dimitri di Verscio. Una volta terminata quell’esperienza non ha più fatto ritorno in Germania, ma è rimasto in Svizzera, assumendo la direzione artistica del Festival Alpentöne di Altdorf (in cui il Ticino «è sempre molto presente») e, dal 2010, è insegnante e ricercatore scientifico alla Scuola universitaria di musica popolare di Lucerna, nell’ambito dei cambiamenti nelle tradizioni della musica popolare.

«Non è così semplice spiegare cosa sia – dice il nostro interlocutore –. Perché, in fondo, ogni bandella è unica». La descrizione più semplice la definisce «come un gruppo di musicisti che suonano strumenti a fiato, ad orecchio. Cioè tutto a memoria». Quindi i musicisti non suonano imparando dagli spartiti scritti, bensì ascoltando da altri musicisti. Ciascuna bandella può essere altresì una variazione di quanto scritto, alcune sono «formate da chitarre e fisarmoniche, con dieci o più musicisti, anche se normalmente sono sei o sette membri».

«Quando si pensa all’origine, si pensa a un momento ben definito; ma sicuramente non è stato così». Ciò che sembra essere fenomenologico è il ciclo vitale di una bandella: «Dopo le prove o un’esibizione, i membri della banda si ritrovano a bere un paio di bicchieri. Qualche musicista prende lo strumento e inizia a suonare e si balla. Spesso i musicisti sono amici per una vita e la bandella muore coi suoi membri». Di sicuro, però, il fenomeno, oltre che essere di per sé una tradizione tipica della nostra regione, custodisce anche un linguaggio e delle storie…

In qualità di ricercatore scientifico, Johannes ha preso parte al progetto di indagine sulla bandella ticinese, una collaborazione fra la Scuola universitaria di musica popolare di Lucerna, il Festival Alpentöne e il Centro di dialettologia ed etnografia di Bellinzona (Fondo Roberto Leydi). Sono quindi coinvolti la bandella Chilometro Zero e Aldo Sandmeier, autore di una lunga indagine sul soggetto. La parte scientifica è nelle mani di Johannes, mentre quella che riguarda il repertorio tradizionale è consegnata in quelle del musicista Emanuele Delucchi (di Chilometro Zero).

È la prima volta che è affrontata un’indagine sul tema in maniera così ampia e soprattutto scientifica, ed è stata intrapresa perché «il futuro della bandella è molto incerto. La gran parte è composta di uomini anziani e quelle nuove sono assai rare», spiega. Il loro lavoro si concentra perciò sulla memoria di quelle persone che hanno vissuto gli anni «più intensi della storia della bandella», ovvero i Sessanta e i Settanta. Si stima che il fenomeno musicale esista da circa duecento anni e, contestualizza, s’iscrive nella tradizione della musica da fiati che si trova su tutto l’arco alpino (a Nord e a Sud), non si trattava di un fenomeno isolato. Anzi, grazie alla migrazione, c’erano scambio e contaminazione.

Il lavoro si avvale anche di quanto lasciato dall’etnomusicologo italiano Roberto Leydi, «in un importante saggio sulla bandella Tremonese, in collaborazione con Pietro Bianchi e Brigitte Bachmann, scriveva che la bandella esisteva anche in Italia». Infatti, proseguendo le indagini, i ricercatori hanno riscontrato «tracce di piccoli complessi a fiato tra il Bergamasco e il Canavese e anche oltre». Johannes aggiunge: «In fondo, le bandelle esistevano ovunque ci fosse una tradizione bandistica». Non si trattava di un genere di musica definito: «Era ed è ancora una musica estremamente informale, senza regole precise».

«La bandella è una vera e propria tradizione vivente. Purtroppo però, le occasioni in cui sentirle suonare si stanno diradando e quindi scompaiono anche queste formazioni», chiosa.

Qualche riga più su, si scriveva che fonti d’informazioni sono i ricordi degli anziani protagonisti, che «hanno una memoria vivace», raccolti in lunghe interviste, che saranno utili anche ai ricercatori futuri. Fra gli strumenti di studio, sono stati utili i quotidiani ticinesi del XIX e del XX secolo, da cui, dopo un’attenta analisi, i ricercatori hanno tratto materiale statistico. «Tra il 1880 e oggi, le bandelle sono state menzionate in oltre ventimila articoli e comunicati. In particolare negli anni Sessanta e Settanta, periodo in cui la loro attività era molto intensa. In Italia, invece, il fenomeno musicale non esiste più dal secondo dopoguerra, quando il ballo liscio ha conquistato la scena».

Malgrado negli anni 60 e 70 ci fossero molte esibizioni di bandelle, «è interessante notare come il neofolk degli anni 70 e 80 non si sia occupato di loro facendone qualcosa di nuovo; probabilmente perché la tradizione era ancora molto viva». A parer suo, «la bandella di una volta non esiste più, perché non è più richiesta»; anche se apre alla possibilità di complessi simili in futuro, che suonino ancora ad orecchio.

Dal dopoguerra fino a oggi, la bandella ticinese sopravvive perché è diventata parte della promozione turistica, oltre che tipicità identitaria; molti complessi hanno viaggiato, suonando Oltregottardo, in Europa raggiungendo persino Americhe e Asia.

Il progetto di ricerca è condotto in previsione di una pubblicazione, che sarà presentata nei prossimi mesi.

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