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laR
 
25.11.2022 - 10:16
Aggiornamento: 15:10

‘Tori et Lokita’, e i Dardenne d’Onore

Premiata con il Castello d’Onore la coppia di registi, e una storia senza sconti di minori migranti non accompagnati che ha ferito Cannes

tori-et-lokita-e-i-dardenne-d-onore
Castellinaria
Jean-Pierre e Luc Dardenne

«La maniera di trattare un giovane è lo specchio della maniera di vivere di ogni società. Guardare con gli occhi di un giovane è guardare con gli occhi della giustizia, quasi sistematicamente negata a tanti bimbi, donne, esclusi, migranti, deboli, disoccupati». È il grazie di Luc Dardenne anche a nome del fratello Jean-Pierre per il Castello d’Onore di Castellinaria, festival che i fratelli Dardenne – fino alla serata di mercoledì scorso – li aveva soltanto proiettati. «Grazie per averci ricordato come la dignità di ogni essere umano sia un valore assoluto al quale tutti attentano, ma che va sempre difeso» era stata la motivazione, per voce di Giancarlo Zappoli, direttore artistico.

Dopo queste parole, il Mercato coperto di Giubiasco ha visto ‘Tori et Lokita’, storia di un 11enne del Benin e di una 16enne camerunense che si fanno passare per fratello e sorella nella ricerca disperata di un permesso di soggiorno, tra mercanti di uomini da saldare – quelli che li hanno portati in un poco accogliente Belgio che non ha di meglio da offrire che spaccio e abusi – e una famiglia cui bonificare il frutto del lavoro nero, nerissimo. Cantano ‘Alla fiera dell’est’, Tori e Lokita, ai clienti nel ristorante del cuoco pusher e sfruttatore, ed è uno dei non molti sorrisi, che vanno spegnendosi fino all’irreversibile finale.

«Sono persone che vogliono venire in Europa e l’Europa non sa che fare. È vero che non è semplice, ma temo che chi dovrebbe vedere preferisca girarsi dall’altra parte». Nel nostro incontro con i fratelli Dardenne è Jean-Pierre a parlare per primo. «Cerchiamo di fare cinema portando al centro chi sta ai margini, cerchiamo di guardare il mondo attraverso i loro occhi. L’immigrazione fa parte della nostra storia sin dall’inizio, oggi è diventato un luogo in cui prosperano discorsi di partecipazione, identità. È un pessimo momento». Se ‘Rosetta’, Palma d’Oro a Cannes nel 1999, fu personaggio simbolo della disoccupazione in Belgio, Tori e Lokita (gli attori non professionisti Pablo Schils e Joely Mbundu) si candidano a esserlo dei minori migranti non accompagnati, abbandonati dal mondo degli adulti al proprio destino.


Pablo Schils (Tori) e Joely Mbundu (Lokita)

A proposito di Lokita, che cerca disperatamente quel pezzo di carta: avete parlato di "violenza amministrativa"…

LD – L’inizio ne è emblematico, Lokita è prigioniera di una foto segnaletica. Il potere la interroga e non vuole ascoltare nient’altro che non sia la conferma che la ragazza arrivi da un Paese in guerra. Se viene per guadagnare dei soldi da mandare alla famiglia, allora non può restare. Abbiamo filmato questa sordità: dove sta il problema se qualcuno viene in Belgio a 16-17 anni per provare a vivere, e imparare un mestiere? Perché deve inventarsi di essere la sorella di un rifugiato di guerra? Ciò che accade è complicato, perché si tratta di modificare le leggi, partendo dal fatto che i minori migranti non sono tutti criminali. Le statistiche dicono che il 10% di essi è legato ad ambienti criminali, ma il 90% viene qui per vivere meglio, o mantenere le famiglie. È ‘violenza amministrativa’ non permettere loro di restare qui a studiare, o a imparare un lavoro.

"Ce la farò, diventerò una domestica e andremo a vivere in un appartamento insieme", dice spesso Lokita nella sua lotta per la sopravvivenza. "Diventerò una domestica", non chiede altro…

JPD – È un sogno molto semplice, non vuole essere una milionaria, una star, un capo di stato…

LD – … anche se non ci sarebbe nulla di male…

JPD – … vorrebbe solo poter lavorare, avere un appartamento in cui vivere con Tori, che andrà a studiare. Le persone fuggono per ragioni differenti, cercano ospitalità perché vorrebbero una vita normale, vorrebbero non aver paura del domani, educare i propri figli, farli studiare e imparare un mestiere a loro volta. Vorrebbero essere anche, di tanto in tanto, contenti di vivere. È lecito considerarlo un diritto?

Avete seguito la querelle Italia-Francia sugli sbarchi di migranti?

LD – Intende Meloni? (ride, ndr) È il populismo, che c’è anche in Francia, in Belgio, in Germania, ovunque. Il populista sente che la gente ha paura, che la vita è più difficile dopo il Covid e con la crisi energetica; lo sente e dice che l’accoglienza dei migranti ci creerà soltanto problemi. Il populista gioca sulla paura e sull’odio che si alimentano vicendevolmente e io credo che uno Stato democratico non se lo possa permettere. Servono leggi, serve anche che si possa dire che sono troppi, che debbano essere ridistribuiti, ma bisogna occuparsene davvero, perché il ‘torna a casa tua’ non funziona. Alla fine, ogni Paese ha buoni motivi per accogliere migranti, e non è un discorso di amore o odio ma una questione concreta: non abbiamo abbastanza persone per determinati lavori, e se i migranti possono studiare per impararli, o avere già una capacità per riempire quei posti liberi, o se vogliono semplicemente occuparsi dei nostri anziani, come farebbe Lokita, allora è bene riflettere.

Una curiosità: come siete arrivati a ‘Alla fiera dell’est’?

LD – Viene dal maestro di pianoforte che si occupava di far provare le canzoni ai due attori. Gli abbiamo chiesto quale avrebbe fatto loro cantare; da emigrato italiano in Belgio di terza generazione, s’è ricordato della prima canzone italiana imparata al corso d’italiano. ‘Alla fiera dell’est’ veniva insegnata perché le parole si ripetono ciclicamente, diventando esercizio. Siamo stati molto felici della scelta e ci siamo divertiti tanto. Più tardi abbiamo appreso essere una canzone ebraica cantata in Spagna, e che la capra è diventata un topolino. È una vera canzone d’esilio.

Un’altra curiosità: dove metterete il Castello d’Onore? Insieme alle due Palme?

JPD – Purtroppo non abbiamo alcun castello in cui mettere il Castello d’Onore. Le Palme d’Oro sono nel nostro ufficio.

LD – E il Castello d’Onore in questo momento è nella valigia…

JPD – … ma non bisogna lavorare con troppi riconoscimenti addosso perché se poi cascano… Meglio metterli in un armadio e chiuderli a chiave…

LD … no, io non sono d’accordo. E comunque le Palme d’Oro non sono in un armadio ma sugli scaffali.

JPD – Ah sì? Proprio non ricordavo…

LD – … e ci possono anche dare coraggio. Un giorno venne a casa nostra un’attrice che lavorò in uno dei film che vinsero la Palma d’Oro; disse che era passata apposta per vedere quel premio che era anche suo, perché attraversava un pessimo momento e le serviva uno stimolo. La comprendo perfettamente.

Nonostante la messe di riconoscimenti, il vostro cinema ancora si tiene stretti alcuni dei suoi punti fermi stilistici iniziali: mai sognato effetti pirotecnici o kolossal?

JPD – Forse dovremmo… (ride, ndr) I premi non ci hanno cambiato, abbiamo continuato a fare il cinema nel quale abbiamo sempre creduto. Non è mai, apparentemente, cambiato ma ci ha dato la possibilità di continuare a lavorare. Di certo, lo stesso film senza il riconoscimento di Cannes, per esempio, non ci avrebbe portato un pubblico così ampio. I premi danno credito. E anche se i nostri film non sono campioni d’incasso, anche se non richiamano nelle sale cinematografiche folle straripanti, abbiamo un pubblico che ci consente di guardare avanti.

Le sale cinematografiche. Vi siete schierati senza se e senza ma: la loro difesa prosegue?

LD – Le piattaforme esistono, creano lavoro per cineasti, uomini e donne. Penso però che il cinema sia ‘film’ e non ‘serie’, e non partite di calcio o pièce teatrali. I film del cinema sono destinati, almeno inizialmente, al grande schermo in una sala in cui viene creato il buio; poi possono pure andare su dvd, sulle piattaforme, ma gli sia concesso di poter esistere ancora nelle sale. Le piattaforme conoscono il problema delle innumerevoli serie, che hanno goduto di un clamoroso effetto-novità. Si tratta ora di cercare la misura. Netflix, guidata da cinefili, dovrà rendersi conto che uccidere il cinema sarebbe un’azione gratuita. Che lo lascino vivere al proprio fianco, il cinema. Mi auguro, anzi credo, che questo possa accadere.


Cannes 2022

Oggi

Tra Green Friday e Castellincorto

Daniel Maselli, Senior Policy Advisor & Focal Point SDC Water Network, del Dipartimento degli Affari Esteri, Dsc; Adelina von Fürstenberg e Brando Quilici (vedi a pagina 56), il regista Clemente Bicocchi, Massimiliano Foglia dell’Ufficio della natura e del paesaggio. Moderati da Lorenzo Erroi, vicedirettore del quotidiano laRegione, sono gli ospiti della conferenza aperta a tutti nell’ambito del Green Friday di quest’anno, prevista alle 17 al Mercato Coperto di Giubiasco. Anche nel Concorso Young riverberano i temi legati all’ambiente: alle ore 8.30 al Forum di Bellinzona è in programma ‘Animal’ (Francia, 2021) di Cyril Dion, che segue due attivisti preoccupati per le sorti del pianeta. Alle 20.30, a Giubiasco, il tradizionale appuntamento con Castellincorto.

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