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Gabriela Spector. Alle spalle, ‘Tango’
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07.04.2022 - 19:07
Aggiornamento: 22:03

‘Abbracci e abbandoni’ di Gabriela Spector a Casa Rusca

A Locarno un ‘teatro della tenerezza’ dell’artista nata in Argentina, ma ticinese da trent’anni. La mostra è visitabile dal 10 aprile al 17 luglio

di Beppe Donadio

Graziano Martignoni, psichiatra, chiamato a dire la sua nel catalogo della mostra, parla di ‘Gran Teatro dei corpi’, ma a noi piace ancor di più la sottodefinizione: “teatro della tenerezza”. ‘Abbracci e abbandoni’ è la mostra di Gabriela Spector, sculture dipinti e disegni tra il 1997 e il 2021 collocati tra il giardino di Casa Rusca e la Sinopia, ove gli abbandoni sono ancor più forti degli abbracci. Si potranno vivere – perché sono clamorosamente vivi – dal prossimo 10 aprile al 17 luglio a Locarno. La mostra ha un significato in più, mai così congruo in questa pagina: Spector è artista donna, tassello aggiuntivo nel contrasto alla disparità di genere nel mondo dell’arte, obiettivo della Città.

«Io parlo col mio lavoro. Per me questa mostra è una celebrazione dei miei trent’anni in Europa, trent’anni di vita professionale. Mi dà l’opportunità di sentirmi ancor più a casa», dice l’artista durante la conferenza stampa di presentazione. Nata nel nord dell’Argentina, Gabriela Spector consegue una licenza in arti plastiche nella sua città natale, San Miguel de Tucumán; completa la sua formazione in Italia, lavorando a stretto contatto con la materia a Milano, alla Fonderia Artistica Battaglia, per poi trasferirsi in Ticino. L’allestimento di un suo spazio espositivo permanente all’esterno della Chiesa di San Sisino a Mendrisio le dà la prima notorietà, mentre matura le tecniche con cui è (anche) identificata, sculture in bronzo e terracotta che hanno la figura umana e la sua intimità al centro. Successivo è il tema delle migrazioni, affrontato tramite la scultura ma anche con originali dipinti su vecchie carte geografiche.

In ‘Abbracci e abbandoni’, la mente va immediatamente alla pandemia, negazione dell’abbraccio, e al post-pandemia, l’abbraccio ritrovato. Da poco più di un mese a questa parte, i corpi hanno acquisito ulteriori significati. Con gli occhi di oggi, «la cosa che più mi ha colpito – parole di Martignoni ospite della conferenza – è la dimensione tragica di questa esposizione. Avete tutti visto i corpi vagare nelle città ucraine, soffrire, chiedere aiuto. Il lavoro di Spector contiene questa tensione emotiva». Abbracci sono le figure che si stringono l’una all’altra rilassatamente come nel ‘Ritrovarci’ del 2020, opera-simbolo della mostra, o in altri ‘Ritrovarci’, a figura intera; abbracci di terracotta sono ‘Legame (2005) e ‘Papà’ (2000), figura paterna che regge il bimbo sulle sue spalle; abbraccio è la tensione contenuta in ‘Tango’ (2019), in cui la stretta sfocia in passione. Abbandono è il ‘Mondo capovolto’, olio su carta geografica così come ‘Balcani’ (2007); abbandono è ‘Migranti’, terracotta policroma, è ‘Errante’, figura senza testa. Abbandono è la ‘Figura blu’, crocefissione femminile che porta alla Sinopia. «Questi abbracci e abbandoni hanno sì un corrispettivo nella pandemia, ma sono anche la visione che ho io della vita – spiega Spector – che non è fatta solo di vittorie e sconfitte ma di percorsi felici, di amore, certezze e poi da sbagli, difficoltà, incertezze. La vita è così. Il rapporto con la poesia e il sogno mi ha permesso di sopportare l’esistenza a modo mio, potendo trasformare questa visione dell’affettività. È il mio modo di esistere e realizzarmi con chi guarda le opere. Per me l’arte non è arredamento, ma qualcosa di più».

Casa Rusca, è una novità, ha preparato un Quaderno didattico curato da Giada Muto, grazie al quale le scuole elementari, medie e medie superiori possono avvicinarsi alla fusione del bronzo e, nello specifico, al lavoro di Gabriela Spector. Da Riva San Vitale, nel frattempo, dove si trova il suo atelier, l’artista prosegue il suo lavoro sull’autodefinita ‘poesia del quotidiano’. «Ancora adesso – ci spiega accompagnandoci di scultura in scultura, di dipinto in dipinto – vivo a cinque minuti dalla fonderia. Sono abituata a lavorare con gli operai. Ho sempre lavorato molto fisicamente, ora comincio a delegare, ma la manualità è molto importante perché permette di prevedere quel che arriverà in seguito. La conoscenza del materiale deve seguire il gesto iniziale. E poi aiuta anche a vivere una vita meno solitaria, perché il lavoro d’artista porta con sé solitudine» (www.museocasarusca.ch).

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