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17.07.2021 - 17:370

Remembering Christo & Jeanne Claude

Alla Fondazione Ghisla di Locarno, fino al 9 gennaio, una mostra ricorda i due maestri della land art

Adesso che Christo e Jeanne-Claude sono morti, i loro disegni, le loro maquette, i loro progetti hanno registrato un forte balzo nelle quotazioni di mercato. La ragione è semplice: sono quanto di materialmente tangibile rimane della loro opera, prodotti cioè con le loro stesse mani e firmati; il resto – vale a dire la parte più rilevante e importante – è visione, emozione, immagine fissata nella memoria o documentata da fotografie che riprendono l’oggetto reale, ma non sono l’oggetto reale, trasfigurato dall’artista e realizzato da operai specializzati. In effetti, nel corso della loro vita, i due artisti si sono sempre mossi tra materialità e immaterialità dell’opera d’arte, anche quando producevano opere palesemente ingombranti e materiche, come nei famosi impacchettamenti o quando si servivano di bidoni e vetrine per creare strutture e composizioni radicate nell’ambiguità.

Il fatto stesso di prelevare oggetti dall’ambiente circostante e poi di coprirli o impacchettarli, sottraendoli allo sguardo, era infatti una maniera spiazzante per smaterializzare la fisicità dell’opera e investirla di riflessioni e interrogativi di natura concettuale concernenti non solo il senso del fare o definire l’arte, ma anche (e forse più) i significati impliciti in quel gesto. L’opera d’arte, per loro, non era un bel manufatto da contemplare, ma uno strumento per interrogare, prendere coscienza, riflettere. Forse anche per immaginare o ricreare mondi diversi. Finita infatti quella prima fase, Christo e Jeanne-Claude passarono dagli oggetti ai progetti: non si avvalsero più di elementi precostituiti che impachettavano, si dedicarono invece sempre più allo studio di possibili interventi ambientali, anche molto diversificati – come ben documenta la mostra – che mettevano a fuoco mediante una continua e insistita elaborazione.

Entriamo così nel vivo della rassegna che intende rendere omaggio ai due artisti esponendo una ventina di loro progetti, di medio o grande formato, nei quali disegni, collages, stoffe, fotografie, rilievi orografici vengono abilmente combinati così da formare un’opera composita e unica nel suo genere destinata a diventare una cifra dei due artisti, un po’ come i ritratti per Andy Warhol. La combinazione manipolatoria di tali elementi elimina la piattezza della semplice illustrazione e immette nell’opera diversificati livelli di lettura che vanno dall’astrazione di una cartina geografica al documento fotografico in bianco e nero, al grande disegno fortemente scorciato che raffigura una porzione dell’oggetto prescelto. Tutto questo attiva l’occhio e la mente dell’osservatore, ma aiuta anche a comprendere i motivi per cui sono nati.

Autofinanziamento e libertà

Il primo dei quali riguarda la loro realizzazione e il loro fine. È infatti cosa nota che quei “progetti” precedevano l’esecuzione materiale dell’opera e concernevano ideazione e progettazione dell’intervento: cosa che cominciava con la ricerca di un luogo idoneo quando avevano un’idea in testa (ma a volte era anche un certo luogo che suggeriva l’idea) e finiva, se finiva, con la sua attuazione: una volta superate remore e riserve, opposizioni civili e ostacoli giuridici (a volte anche decennali), difficoltà tecniche ed economiche dati i costi ingenti. Per non dipendere da sovvenzioni pubbliche o sponsorizzazioni private e preservare la loro autonomia, i due artisti si autofinanziavano promuovendo la prevendita di disegni preparatori, assemblaggi, bozzetti e collage, in certo qual modo coinvolgendo nella realizzazione della futura opera gli acquirenti, facendone dei coautori.

Progettualità e consenso

Quelle opere nascevano però anche per un’altra concretissima ragione: quella era l’unica possibilità per mettere a fuoco l’idea di un’operazione ambientale prima della sua esecuzione, visualizzandola in una serie di progetti e bozzetti grazie ai quali inquadrarla da più punti di vista, variane le combinazioni o le volumetrie, relazionarla al suo contesto urbano o naturale. Non si tratta quindi di illustrazioni tratte a posteriori da fotografie, bensì di un lavorare in anticipo attorno a un’idea che prende corpo e si visualizza tramite il disegno o una realizzazione tridimensionale dove già compaiono stoffe e corde. Ed è proprio grazie a questi lavori di documentazione visibile e condivisibile, che Christo è riuscito spesso a convincere autorità e oppositori della bontà e fattibilità del progetto.

L’opera virtuale

C’è infine un’altra non meno rilevante ragione per cui alcuni di quei pezzi hanno oggi un significato e quindi anche un valore di superiore al fatto di documentare momenti di una progettualità che poi conclude con l’opera finita. E sta nel fatto che durante la loro vita Christo e Jeanne-Claude si sono non di rado dedicati a progetti che, per varie concause, non si sono mai realizzati ma che hanno tuttavia preso forma e vita nella loro mente e poi sulla carta, in disegni, schizzi, fotomontaggi che ce ne restituiscono un’idea, ci danno conto di qualcosa che non avremmo mai potuto conoscere diversamente ed ampliano il corpus della loro produzione. In mostra ve ne sono alcuni. Ognuno di quei pezzi, come in un mosaico, concorre quindi a definire l’identità di un’ulteriore opera d’arte, solo virtuale, certo, ma unica e irripetibile come tante altre dei due artisti di cui restituiscono la visionarietà e l’immaginario.

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