Indirizzato al pg Pagani, l'esposto (contro ignoti) è dei deputati dell'Mps Sergi e Pronzini. Chi è o chi sono le gole profonde all’origine delle recenti indiscrezioni giornalistiche?

A una settimana dalla pubblicazione ufficiale da parte della Commissione parlamentare d’inchiesta, con tanto di conferenza stampa agendata appunto per mercoledì 11, di quello che avrebbe dovuto essere il documento più blindato del mondo – e cioè il rapporto della Cpi guidata dalla deputata del Plr ed ex magistrata inquirente Natalia Ferrara –, il clima politico si sta surriscaldando. I granconsiglieri del Movimento per il socialismo Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini hanno sporto oggi denuncia contro ignoti per violazione del segreto d’ufficio “nell’ambito dei lavori della Commissione d’inchiesta” in relazione alle ampie indiscrezioni a mezzo stampa sui contenuti salienti e le conclusioni del rapporto. Quanto anticipato venerdì da ‘Ticinonews’/‘Corriere del Ticino’ (titolo del servizio: ‘Tra le pieghe del rapporto Hospita: nessuna combine’) è stato ripreso dalla ‘Regione’ e da altri media. Indirizzato al procuratore generale Andrea Pagani, l’esposto non è contro i cronisti, tengono a precisare i due esponenti dell’Mps. “La presente denuncia – scrivono – non riguarda l’attività dei giornalisti, né intende mettere in discussione la libertà di stampa e la tutela delle fonti giornalistiche, bensì l’eventuale comunicazione illecita di informazioni riservate da parte di persone soggette al segreto d'ufficio”. Del resto, rileviamo, i colleghi autori dello scoop hanno fatto ciò che ogni giornalista, che si reputi tale, fa quando ha una notizia: la pubblica.
Annotano Sergi e Pronzini nella denuncia: “Non intendiamo attribuire responsabilità a singoli membri della Cpi, ai suoi collaboratori o ad altre persone. Non disponiamo infatti degli elementi necessari per identificare l’origine delle informazioni divulgate. Riteniamo tuttavia che gli indizi emersi siano sufficientemente concreti da giustificare un accertamento da parte dell’autorità penale”. Per individuare, se del caso, la o le gole profonde. I deputati dell’Mps chiedono infatti al Ministero pubblico di “verificare se le informazioni pubblicate il 30 ottobre (venerdì ndr) fossero coperte dal segreto d'ufficio, di accertare quali persone ne fossero a conoscenza e se vi sia stata una divulgazione non autorizzata penalmente rilevante ai sensi dell’articolo 320 del Codice penale”. In particolare chiedono alla Procura che “vengano effettuati gli accertamenti necessari presso gli organi competenti della Cpi e del Gran Consiglio, acquisendo, ove giuridicamente possibile, la documentazione relativa alla circolazione del rapporto e agli accessi allo stesso, nonché adottando gli opportuni provvedimenti di conservazione delle prove”.
Facciamo un passo indietro: la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’intricato affaire Hospita viene istituita nel gennaio di quest’anno dal Gran Consiglio in seguito all’interrogazione (più di sessanta quesiti) depositata nel giugno 2025 da Pronzini e Sergi, denominata: ‘Sabrina Aldi, Cristina Maderni, Alvaro Camponovo, Eolo Alberti, Claudio Camponovo, Norman Gobbi, Claudio Zali: tanti soldi, sponsorizzazioni, politica e magistratura e… tanto altro’, e dopo un’articolata nota nella quale i servizi giuridici del Legislativo cantonale considerano opportuno promuovere “un chiarimento pubblico e istituzionale” sul dossier. Partono così i lavori della commissione. Presidente è Ferrara, vice il democentrista Andrea Giudici, entrambi giuristi. I lavori si svolgono nel massimo riserbo. Venerdì però i media svelano i principali contenuti del rapporto. Quel giorno ‘Ticinonews’ e ‘CdT’ pubblicano un articolo in cui, osservano i deputati dell’Mps nella denuncia, “vengono anticipate in maniera ampia e dettagliata le conclusioni del rapporto della Cpi, la cui pubblicazione ufficiale è prevista soltanto per l’11 novembre 2026”. Andrea Leoni e Laura Milani, i giornalisti autori dello scoop, “precisano esplicitamente – si legge ancora nell’esposto – di poter anticipare alcuni passaggi salienti del rapporto sulla base di ‘fonti a conoscenza dell'incarto’”. L'articolo, continuano Pronzini e Sergi, “non si limita a considerazioni generiche o a ricostruzioni di fatti già noti, ma riferisce valutazioni specifiche attribuite alla Commissione, riguardanti in particolare le responsabilità di diversi protagonisti della vicenda, le conclusioni relative alla presunta combine nelle nomine, le valutazioni sull'operato del Consiglio di Stato, le risultanze di una perizia esterna commissionata dalla Cpi e persino giudizi critici rivolti a singoli deputati, tra cui i sottoscritti”.
Secondo i due parlamentari, “la precisione, l’ampiezza e la natura delle informazioni divulgate, unitamente all’esplicito riferimento a fonti a conoscenza dell'incarto, fanno sorgere il fondato sospetto che informazioni riservate siano state comunicate ai giornalisti da una o più persone che avevano accesso al rapporto o ai lavori della Commissione”. Circostanza, questa, che se risultasse vera assumerebbe “particolare rilevanza considerando la natura della Cpi e il regime giuridico al quale è sottoposta”. La Commissione parlamentare d'inchiesta, si ricorda nella denuncia trasmessa al pg Pagani, “costituisce uno strumento straordinario di alta vigilanza”. E alla luce dei poteri di cui dispone, il legislatore “ha previsto obblighi di riservatezza particolarmente rigorosi”. L’articolo 40 della Legge sul Gran Consiglio, rammentano Sergi e Pronzini, “stabilisce espressamente che i membri della Cpi ‘sono tenuti al riserbo più assoluto e restano vincolati al segreto d’ufficio anche dopo il termine dei lavori commissionali, per tutti quei fatti alla stessa sottoposti e non portati a conoscenza del Gran Consiglio’”. La medesima norma “precisa inoltre che la Cpi non è vincolata dal segreto d'ufficio nel riferire al Gran Consiglio. Questa specifica facoltà di riferire istituzionalmente al parlamento non può evidentemente essere confusa con una generale autorizzazione a comunicare anticipatamente informazioni riservate a soggetti esterni”. Di più. Il regolamento della Cpi istituita in gennaio, affermano ancora i due deputati, “ribadisce e rafforza tali obblighi, prevedendo che i membri della Commissione, i collaboratori e gli eventuali periti esterni sottoscrivano una dichiarazione relativa al segreto d'ufficio accresciuto, con esplicito richiamo all’articolo 320 del Codice penale”. Dunque “non si tratta di un generico dovere di discrezione, ma di un preciso obbligo giuridico, la cui eventuale violazione può assumere rilevanza penale”.
Nella denuncia ci si sofferma anche su altri aspetti. “La Cpi, nel comunicato del 13 ottobre 2026 relativo alla conclusione dei propri lavori, aveva annunciato – rammentano Sergi e Pronzini – che il rapporto sarebbe stato pubblicato l'11 novembre 2026 e che fino a tale data non sarebbero state rilasciate dichiarazioni o interviste. È vero che, conformemente alle disposizioni della Legge sul Gran Consiglio, il rapporto è stato sottoposto al Consiglio di Stato e messo a disposizione delle persone interrogate affinché potessero formulare le loro osservazioni”. Ciò, a detta dei due parlamentari, “rende necessario accertare con precisione quali persone abbiano avuto accesso al documento e a quali obblighi di riservatezza fossero soggette. Resta tuttavia il fatto che informazioni apparentemente riconducibili a contenuti non ancora pubblici del rapporto sono state diffuse prima della sua presentazione ufficiale al parlamento”. La circostanza che il rapporto sia destinato a diventare pubblico “non esclude, di per sé, la possibile violazione del segreto d'ufficio qualora informazioni ancora riservate siano state comunicate senza autorizzazione”. Sergi e Pronzini ritengono “particolarmente grave, dal profilo istituzionale, che le presunte conclusioni di un’inchiesta parlamentare straordinaria siano state rese note attraverso anticipazioni giornalistiche prima ancora che il Gran Consiglio, organo che ha istituito la Cpi e al quale essa deve riferire, abbia potuto prenderne ufficialmente conoscenza. Una simile divulgazione, qualora risultasse non autorizzata, rischierebbe di compromettere la credibilità della Commissione, il rispetto delle garanzie delle persone coinvolte e il corretto svolgimento del successivo dibattito parlamentare”. Rincarano i deputati dell’Mps: “La diffusione selettiva di valutazioni e giudizi su persone identificabili, senza la contemporanea disponibilità del rapporto integrale e delle eventuali osservazioni degli interessati, rende la situazione ancora più delicata”.
Infine, una puntualizzazione: “Come deputati al Gran Consiglio, riteniamo che la segnalazione di questi fatti costituisca non soltanto una responsabilità istituzionale, ma anche l'adempimento dell'obbligo legale sancito dall’articolo 55 della Legge sul Gran Consiglio, trattandosi di un possibile delitto perseguibile d’ufficio di cui siamo venuti a conoscenza nell’esercizio del nostro mandato parlamentare”. Ovviamente “spetterà al Ministero pubblico stabilire se siano effettivamente stati commessi reati e, in caso affermativo, individuarne gli eventuali responsabili”.
Alla conferenza stampa di mercoledì 11 mancano pochi giorni. Di fuoco. Probabilmente.