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laR
 
15.09.2022 - 05:30
Aggiornamento: 15:30

La bolletta toglie energia alle aziende

Costi decuplicati peggiorano una situazione già minacciata dal franco forte e dai prezzi delle materie prime. In mezzo ci finiscono anche i lavoratori.

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Keystone

Prima il rincaro delle materie prime, che ha fatto impazzire i costi. Poi l’apprezzamento del franco, che azzoppa gli export. Ora, per non farsi mancare niente, le bollette dell’elettricità che in alcuni casi sono più che decuplicate. Non stupisce che in molte aziende ticinesi il nervosismo sia palpabile. «La situazione è molto preoccupante», ci dice senza girarci intorno Chantal Romagnoli, direttore commerciale di Deltacarb a Pambio-Noranco. La sua impresa è specializzata nella produzione di utensili antiusura per le catene di produzione di numerosi settori tra i quali l’automotive, la farmaceutica, l’orologeria, ha 30 dipendenti e forni accesi 24 ore su 24, sette giorni alla settimana: «Spendevamo 20-25mila franchi al mese per l’energia, ora siamo a 70mila e non sappiamo cosa ci aspetta il mese prossimo. Diventa troppo arduo perfino fare un budget e intanto la liquidità se ne va tutta nelle bollette, rendendo impossibile ricostituire riserve o fare investimenti».

Vivere alla (brutta) giornata

Anche perché, aggiunge Romagnoli, «abbiamo avuto la sfortuna di avere un contratto pluriennale di fornitura dell’energia in scadenza proprio alla fine dell’anno scorso. A quel punto ci siamo rivolti agli acquisti ‘spot’, di fatto seguendo i prezzi di mercato nell’attesa di trovare soluzioni più sostenibili. Ma da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, ogni giorno porta con sé brutte sorprese. Chi ha vecchi contratti in essere riesce al momento a reggere il colpo, ma questo purtroppo non è il nostro caso, come non lo è per tante altre Pmi che devono subire questa situazione».

Ad esempio la Casram di Mezzovico, con una settantina di dipendenti specializzati nella produzione di contatti elettrici, in particolare per le centrali e il settore ferroviario. Anche il suo amministratore delegato Franco Puffi osserva con qualche patema «la molta incertezza sui contratti: quelli a medio-lungo termine tendono ad avere prezzi maggiori rispetto al mercato spot, ma c’è molto nervosismo ed è difficile capire in che direzione muoversi».

Allargando l’inquadratura, l’ingegnere sintetizza riassume così la situazione: «Le produzioni di Casram hanno inevitabilmente bisogno di molta energia per la meccanizzazione e l’utilizzo dei forni nei quali realizziamo la sinterizzazione del wolframio, un processo essenziale per questo tipo di componentistica. Ciò comporta un consumo di circa un gigawatt/ora all’anno, che era equivalente al 7% dei costi diretti di produzione nel 2021. Ma se l’anno scorso pagavamo l’energia 6 centesimi di franco al kilowatt/ora, ora siamo a 40, con la prospettiva di arrivare fino a 60. Significa costi decuplicati rispetto a una spesa complessiva che in tempi ‘normali’ era attorno ai 250mila franchi».

Mancano solo le cavallette

Conferma la (rognosa) situazione Stefano Modenini, che in qualità di direttore dell’Associazione industrie ticinesi (Aiti) raccoglie più d’un sospiro dalle aziende riunite sotto il suo ‘ombrello’: «Al di là dei problemi di approvvigionamento – che rischiano comunque di portare a razionamenti e blocchi della produzione – al momento la questione più urgente riguarda proprio il prezzo dell’energia: con questi aumenti e la difficoltà a ottenere sconti significativi anche rinegoziando i contratti, il rischio è quello di dover introdurre misure attive di risparmio riducendo il lavoro, nonostante il numero di ordinativi resti in generale molto robusto».

Come se non bastasse «il rincaro dell’energia – aggiunge Puffi – va ad aggiungersi ad altri due fattori critici: l’aumento vertiginoso del prezzo delle materie prime come rame e alluminio – che ora sta un po’ rallentando, ma era raddoppiato e costituisce il 50% dei nostri costi di produzione – e l’apprezzamento del franco, che indebolisce chi come noi esporta gran parte della sua produzione».

Listini in ritardo

Tra l’altro per Puffi «è anche difficile trasferire integralmente sui prezzi l’aumento dei costi, dinamica che peraltro avrebbe comunque un suo ritardo fisiologico: i listini si adattano nel corso di diversi mesi, mentre le fatture più care dobbiamo pagarle oggi. Una situazione difficile, specie per settori come il nostro in cui i margini erano già piuttosto bassi: quello che ci aspetta sarà sicuramente un anno molto difficile, economicamente parlando».

Dagli uffici di Deltacarb Romagnoli conferma: «Al momento cerchiamo anche noi di ribaltare i costi extra sui nostri prezzi di vendita, ma il risultato non è sempre immediato» e il franco forte «erode la nostra competitività: un altro colpo, se si considera che esportiamo il 70% della nostra produzione, controbilanciato solo in parte dal fatto che la divisa forte rende meno oneroso l’import delle materie prime».

Qualcosa si può risparmiare lavorando sull’efficienza energetica interna, d’accordo, ma solo fino a un certo punto. Così Puffi: «Naturalmente lavoriamo sul miglioramento dell’efficienza e dell’autonomia energetica. Abbiamo investito mezzo milione di franchi nella realizzazione di pannelli solari che ci permetteranno di produrre un quarto dell’energia che ci serve». Molto, ma mai abbastanza.

‘Ripercussioni sulla manodopera’

Arriviamo così all’elefante nella stanza. Costi fuori controllo, "misure attive di risparmio" all’orizzonte: quanto ci vorrà prima che a finirci nel mezzo sia anche il lavoro? Per Romagnoli «a un certo punto, il rischio è che non basterà più una ferrea gestione dei costi e quindi non possiamo escludere purtroppo ripercussioni sulla manodopera. Sarebbe paradossale, perché abbiamo un importante portafoglio ordini e uno stop alla produzione, oltre a non dipendere da un calo della domanda, rischierebbe di farci perdere commesse e clienti nel lungo periodo».

La preoccupazione, ovviamente, è condivisa dai sindacati. Come l’Ocst, il cui segretario cantonale Renato Ricciardi – «consapevole delle preoccupanti difficoltà legate al rincaro dell’energia» – auspica «che le autorità vogliano adottare tutte le contromisure che dovessero rendersi di volta in volta necessarie, a partire dalle indennità per lavoro ridotto, che già durante la pandemia si sono dimostrate molto efficaci. Anche in questo caso si tratterebbe di fronteggiare un evento straordinario legato a fattori esterni che incidono sulla produzione. Lo stesso dovrebbe essere applicato in caso di carenza di energia».

L’accesso al lavoro ridotto pare mettere d’accordo tutti i partner sociali, con Aiti che a sua volta vi intravede un buon paracadute e la manager Romagnoli che chiosa: «In caso di rallentamento delle ordinazioni e forte congiuntura all’orizzonte sarebbe auspicabile potervi fare affidamento, anche se per ora questa possibilità non è contemplata. Confidiamo nelle autorità per attivarla al più presto».

Intanto, però, Ricciardi mette le mani avanti: «È importante che le aziende in difficoltà si rivolgano subito ai sindacati, in maniera tale da aprire tavoli di confronto e trovare insieme soluzioni in grado di preservare i posti di lavoro. Più in generale, sindacati e imprese devono fare fronte comune rispetto alla politica per ottenere tutte le facilitazioni possibili, ad esempio un eventuale ‘alleggerimento’ delle tasse di allacciamento. Importante sarà anche la sorveglianza istituzionale su prezzi e tariffe, per evitare speculazioni illegittime. In tal senso si è espresso anche Mister Prezzi», ovvero il garante federale che ne sorveglia l’andamento.

Aspettando Berna

La politica, già. Per Romagnoli «nell’immediato sarebbe necessario un gesto da parte della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni per contenere i costi dell’elettricità, che mi preoccupano più dell’approvvigionamento». Ad esempio, anche secondo lei «si potrebbero ridurre temporaneamente le tasse di allacciamento e utilizzo della rete, che pesano per circa il 30% sulle nostre bollette».

Spunti che Modenini condivide, rilanciando: «A questo punto aspettiamo tutti i prossimi passi della Confederazione, anche alla luce dell’intenzione europea di muoversi verso un tetto dei prezzi. Questa opzione finora non pare entusiasmare Berna, che ha dubbi sui suoi costi e la sua efficacia, ma in ogni caso qualcosa si dovrà pur fare. Un’opzione è anche quella di sospendere la riscossione delle tasse sull’energia e agevolare la rateizzazione delle bollette. Poi però, nel lungo periodo, si dovrà anche ragionare su un tema tanto controverso quanto rilevante: la struttura di un mercato che conta centinaia di aziende elettriche per un Paese così piccolo».

Da ripensare però – nota infine Puffi – non sarebbe solo l’architettura di mercato, bensì l’intera strategia energetica della Confederazione, che l’ad di Casram non esista a definire «disastrosamente demagogica. Pur di cercare il consenso a tutti i costi ci si è piegati a dogmi ecologisti invece di portare avanti una politica concreta, ad esempio valutando i possibili sviluppi del nucleare di nuova generazione. C’è in questo una spaventosa ipocrisia, perché così facendo, pur senza ammetterlo, si è rimasti dipendenti dalle fonti fossili – con le loro emissioni di CO2 – e dalla Russia».

Morale della favola: i problemi sono tanti, le soluzioni ancora tutte da trovare.

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