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La presidente della Corte Fiorenza Bergomi
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04.02.2022 - 19:34
Aggiornamento: 19:58

Caso Zullino-Hottinger, condannati tutti e tre gli imputati

La Corte del Tribunale penale federale ha riconosciuto la colpevolezza di Zullino, Mattei ed Eduardo Tartaglia. Pene ridotte rispetto alle richieste

Atto d’accusa sostanzialmente confermato, ma condanne più lievi rispetto a quelle proposte dal Ministero pubblico della Confederazione per i tre imputati: tre anni di detenzione, di cui uno da scontare per Rocco Zullino; 18 mesi sospesi Alfonso Mattei e una pena pecuniaria di 180 aliquote da 30 franchi l’una. Per Eduardo Tartaglia una pena pecuniaria di 240 aliquote giornaliere da 30 franchi l’uno, sempre sospesa per un periodo di prova di due anni. Il procuratore federale Stefano Herold aveva inceve chiesto quattro anni di detenzione per Zullino, due anni e nove mesi per Mattei e un anno e otto mesi per Tartaglia. Le difese sollecitavano invece massicce riduzioni di pena: due anni per Zullino, pena sospesa per Mattei, proscioglimento per Tartaglia. I reati contestati a Zullino e Mattei – ripetuta amministrazione infedele qualificata, ripetuta truffa e ripetuta falsità in documenti e, a carico di Tartaglia, ripetuta falsità in documenti – sono stati come detto confermati. Per alcuni episodi le imputazioni sono state abbandonate per intervenuta prescrizione. Sullo sfondo del verdetto, fatti risalenti a un decennio fa quando nel febbraio del 2012, su segnalazione della Divisione investigativa antimafia (Dia) di Roma, il Ministero pubblico della Confederazione aprì un’inchiesta per riciclaggio di denaro nei confronti di Zullino all’epoca direttore della RZ & Associés Sa, società che aveva ripreso all’inizio del 2011 le attività di Hottinger & Associés Sa. Quest’ultima entità era legata alla Bank Hottinger nel frattempo fallita. Nel corso dell’inchiesta emersero ipotesi di reati finanziari a carico dei tre, in particolare di Zullino e Mattei, uno direttore della RZ Sa e l’altro dipendente di quest’ultima e a sua volta titolare di una società di gestione patrimoniale. Il procedimento svizzero aveva pure approfondito possibili legami con la criminalità organizzata in Italia, tuttavia successivamente scartati mediante abbandono del procedimento.

Nella commisurazione della pena la Corte, presieduta da Fiorenza Bergomi (a latere le giudici Miriam Forni e Nathalie Zufferey), ha tenuto conto del lungo tempo trascorso dai fatti e della violazione del principio di celerità. Nei confronti degli imputati è stato anche disposto il mantenimento del sequestro dei beni (prevalentemente conti bancari) fino al concorso del cosiddetto risarcimento equivalente. Nel caso di Zullino il risarcimento a favore della Confederazione è stato stabilito a 100 mila franchi, mentre nei confronti di Mattei a 605 mila franchi. I due sono stati anche condannati, con Eduardo Tartaglia, contumace dall’inizio del dibattimento perché bloccato a letto a Napoli, al pagamento delle spese di procedura per un totale di 82 mila franchi. Tartaglia e Zullino devono inoltre al Fondo edifici di culto 30 mila franchi in solido. Riconosciute anche alcune pretese civili delle vittime per parecchie centinaia di migliaia di franchi. Le altre sono state invece rinviate al foro civile.

Accusa soddisfatta

Al termine della lettura della sentenza della giudice Bergomi, i procuratori Stefano Herold e Alessandro Bernasconi si sono detti soddisfatti per la conferma dell’atto d’accusa. «È presto per dire se ricorreremo in Appello, ma la sentenza di oggi è certamente un segnale positivo che conferma la bontà del lavoro svolto dal Ministero pubblico della Confederazione», si è limitato a rispondere Herold, avvicinato dalla ‘Regione’.

Se ci sarà un nuovo capitolo giudiziario, bisognerà quindi attendere i canonici dieci giorni dalla conoscenza del dispositivo e venti dalle motivazioni scritte da parte della Corte. A ogni modo la presidente Bergomi durante la motivazione orale della sentenza ha respinto l’applicazione del principio ‘ne bis in idem’ evocato in arringa dagli avvocati difensori Nadir Guglielmoni (Tartaglia) e Carlo Borradori (Zullino). «Le sentenze di Roma e Napoli che riguardano i due accusati non sono ancora definitive. Inoltre, i fatti per cui sono stati giudicati in Italia non sono gli stessi del procedimento aperto dal Ministero pubblico della Confederazione. La censura sollevata dalla difesa cade quindi nel vuoto», ha aggiunto la giudice.

Ripercorrendo l’atto d’accusa, Bergomi ha ricordato i capi d’imputazione e confermato, per Zullino e Mattei, l’amministrazione infedele aggravata e ripetuta. I due erano gestori patrimoniali. Con il loro agire, ha sostenuto la presidente della Corte, hanno cagionato un danno al patrimonio che i clienti avevano loro affidato. In particolare effettuando investimenti in strumenti finanziari complessi assimilabili a derivati esplicitamente esclusi dal profilo di rischio dei clienti. Inoltre, ha aggiunto Bergomi, hanno indebitamente trattenuto per loro sostanziose retrocessioni che in realtà erano di pertinenza dei loro clienti. Zullino e Mattei avrebbero anche indotto in errore i funzionari di Bank Hottinger inducendoli a effettuare indebiti ordini di bonifico a loro vantaggio.

Infine il capitolo Fec, Fondo edifici di culto, di pertinenza del Ministero italiano degli interni. In questo caso Zullino, in correità con Tartaglia, «ha falsificato delle firme per ordini di bonifico», ha affermato Bergomi. In totale dai conti Fec in Hottinger sono usciti oltre 9 milioni di euro a fronte di apporti per 10 milioni di euro. Zullino, ha ricordato ancora Bergomi, doveva farsi delle domande quando i bonifici di un ente dello Stato italiano andavano a favore di una società che poi si appoggiava su spalloni per far arrivare in Italia dei contanti che ritirava lo stesso Tartaglia, che nulla aveva a che fare né con Fec, né con Hottinger.

Leggi anche:

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