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Il dibattimento si tiene presso il Tpf di Bellinzona
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13.01.2022 - 21:360
Aggiornamento : 23:10

Zullino: certe cose le ammetto, ma altre no

‘In carcere in Italia ho resistito pensando alla mia famiglia’

«Sì, certe cose le ammetto, tante altre no e ho intenzione di precisarlo durante il processo». Ha risposto così Rocco Zullino alla domanda della presidente della Corte, la giudice Fiorenza Bergomi, se conoscesse o meno il contenuto dell’atto d’accusa che lo ha mandato a processo.

Il secondo giorno di dibattimento (di fatto il primo) al Tribunale penale federale di Bellinzona è stato contraddistinto dall’interrogatorio di Zullino, uno dei tre imputati con Alfonso Mattei ed Eduardo Tartaglia (contumace) per reati finanziari commessi tra il gennaio 2011 e il dicembre 2014 (prescritti alcuni episodi oggetto dell’imputazione di falsità in documenti per Zullino e Tartaglia). In particolare la Corte ha voluto approfondire la natura degli investimenti e dei rapporti contrattuali che intercorrevano tra Zullino, i suoi clienti e Banca Hottinger. In pratica, stando all’ex operatore finanziario, fu convocato dal direttore di allora della filiale luganese di Hottinger & Cie che gli propose di collaborare con il suo istituto. Non si trattò però di un’assunzione vera e propria. Fu costituita una società, la Hottiger et Associés Lugano Sa, ombrello giuridico sotto il quale avrebbe operato come gestore patrimoniale esterno per acquisire clientela a favore di Banca Hottinger. In seguito i rapporti si interruppero perché – sempre a detta di Zullino – a causa degli scudi fiscali italiani i patrimoni gestiti erano calati come pure la redditività. A quel punto l’accordo non andava più bene ai vertici di Hottinger & Cie che uscirono dalla società con Zullino. Fu a quel punto che la ragione sociale di Hottiger et Associés Lugano Sa divenne RZ et Associés Sa, dalle iniziali dello stesso gestore patrimoniale che era nel contempo presidente, amministratore e azionista unico. «Continuai però a cercare clientela per Banca Hottinger & Cie», ha spiegato Zullino. Sempre in qualità di amministratore assunse Alfonso Mattei presentato da un amico comune. Mentre la conoscenza con Tartaglia risaliva a tempi addietro quando lavorava per un altro istituto bancario. «Era un promotore finanziario napoletano presentato da persone molto serie», ha spiegato. E fu proprio in qualità di gestore per RZ Sa che Zullino investì in nome e per conto della sua clientela in prodotti finanziari strutturati incassando retrocessioni indebite, secondo l’accusa, pari a 450 mila euro causando anche un grave danno ai patrimoni a lui affidati. «Si fidavano di me e mi hanno sempre controfirmato il benestare degli investimenti», ha ricordato l’imputato.

Incalzato dalla giudice Bergomi, Zullino ha ammesso di non aver seguito, per gli investimenti in prodotti strutturati, il profilo di rischio dei suoi clienti. Anzi, «quei profili li ho compilati io mettendo la crocetta sul fatto che non avrebbero voluto prodotti derivati», ha ammesso precisando che i Barrier reverse convertible (Brc) e Barrier discount certificate (Bdc) per lui non erano prodotti finanziari complessi, ma investimenti in azioni con protezione. Concetto ribadito anche quando la presidente della Corte gli ha fatto notare che sui prospetti informativi di quei prodotti ci fosse scritto, in inglese, dell’eventualità che l’investitore potesse perdere l’intero capitale. E così fu tanto che le parti civili danneggiate sono almeno sette tra cui il Fondo edifici di culto del Ministero italiano degli interni.

Rocco Zullino dunque. Figlio «di emigranti», nato in Francia, scuole elementari e maturità scientifica a Zurigo. Poi il lavoro in banca. Diventa gestore patrimoniale. Nel 1993 si trasferisce con moglie e figli a Lugano, dove per diversi anni opererà alle dipendenze di un paio di istituti di credito. Nel 2013 l’arresto in Italia. È coinvolto in due procedimenti: uno aperto dalla Procura di Napoli e uno da quella di Roma. La prigione, dapprima a San Vittore e in seguito a Secondigliano, poi gli arresti domiciliari presso il padre. «Mi hanno dipinto come un mafioso quando io mafioso non lo sono mai stato», ha detto ieri in aula: «Sono così finito in un calvario». Nel carcere di San Vittore «volevo suicidarmi, ma ho pensato alla mia famiglia. E ho resistito».

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