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14.06.2021 - 21:38
Aggiornamento : 15.06.2021 - 00:02

Donne in sciopero: ‘Indietro non torniamo’

Quasi un migliaio di persone in corteo a Bellinzona a due anni dall'ultima volta. Lavoro, diritti sociali e rispetto in primo piano.

Liberté, Égalité, Sorellité. Viene da una delle tante magliette buffe la bella sintesi dello ‘Sciopero delle donne’, sfilato stasera per le strade di Bellinzona. Sette-ottocento persone, certo meno delle oltre cinquemila di due anni fa, ma siamo pur sempre in pandemia. Ci sono le donne, sì, ma anche uomini che riconoscono il bisogno di uguaglianza su più fronti: l’economia, la famiglia, la sessualità e l’integrità fisica, per citarne solo alcuni. ‘Indietro non torniamo’, questo lo slogan del corteo, che sottolinea il concetto anche percorrendo di spalle una parte del tragitto. Camminando all’indietro, sì, ma pur sempre avanzando, mentre a molti militanti il mondo tutto attorno pare muoversi in direzione opposta. A partire da quello del lavoro, come ricorda Chiara Landi, sindacalista Unia e presidente del movimento femminile in seno all’Unione sindacale svizzera per il Ticino: «Da tempo si direbbe che il vento spiri in senso contrario ai diritti delle donne, come dimostra la brutta sorpresa dell’Avs», con l’innalzamento da 64 a 65 anni dell’età pensionabile; «una proposta inaccettabile, che scarica la stabilizzazione delle pensioni solo sulle spalle delle donne, e questo mentre la disparità salariale è addirittura aumentata». Ora sfiora il 20%. A peggiorare la situazione, ricorda Landi, «il fatto che il lavoro povero e quello precario sono in prevalenza femminili. La pandemia ha rivelato la centralità del lavoro femminile nei settori essenziali, ma così ha messo in evidenza anche ciò che tale lavoro è sempre stato: invisibile, precario, sottopagato… quando è pagato».

Sheila Dotta, militante del collettivo femminista ‘Io l’8 ogni giorno’, è tra le organizzatrici che guidano il corteo. Spiega: «Abbiamo deciso tutte insieme di dare la priorità a quattro punti. Accanto alla riforma Avs 21 c’è la legge sulle violenze sessuali, che dovrebbe introdurre chiaramente il criterio del consenso come discriminante, come chiede la Convenzione di Istanbul; un aspetto sul quale la Confederazione è ancora indietro. Poi abbiamo voluto sottolineare l’importanza di riconoscere il ruolo sociale della cura – di figli, genitori, disabili –, compito che si dà ancora per scontato debba spettare solo alle donne, secondo i presupposti del patriarcato. Infine vogliamo difendere il matrimonio per tutti».

Una partecipazione trasversale

Partita alle sei di sera da Piazza del sole – dopo una giornata di letture, flash mob e altre iniziative di sensibilizzazione – la manifestazione si sdipana con gioia, tra gente di tutte le età che balla, canta e fa girotondi.  Risuona Gloria Gaynor, ‘I will survive’, sopravviverò. Passa una bambina che avrà sì e no cinque anni con un cartello più grande di lei, c’è scritto ‘women are powerful and dangerous’, le donne sono potenti e pericolose. Il clima è festoso, anche se le ingiustizie che denuncia non lo sono affatto: decine di bandierine nere scorrono lungo il corteo a ricordare i molti casi di femminicidio in Svizzera. Un anziano osserva da una panchina in piazza Nosetto, è lì per caso, ma quando gli chiediamo cosa ne pensa taglia corto: «Hanno ragione. È ora di smetterla. Si uccidono le donne come fossero capretti. Io sono vecchio, ma non significa che certe cose non le capisco».  

La stessa Dotta si felicita proprio della trasversalità dei partecipanti: «L’importante è avere una visione comune. Questa partecipazione mi fa dire che ci siamo riusciti, specie se si considera che la pandemia ci ha costretto a organizzare tutto all’ultimo secondo». Per lei i vari fronti della lotta – dai diritti umani alle rivendicazioni sindacali – si uniscono nel «rivendicare una società nella quale ognuno abbia il suo spazio e il suo diritto di vivere in libertà e in sicurezza. Al momento non è così. E mentre è naturale che certe rivendicazioni partano dalle donne, fa piacere vedere che anche molti uomini capiscono la gravità del problema: una convivenza più rispettosa può liberare anche l’uomo dalla tossicità di certe relazioni, di stereotipi che lo vogliono duro, macho, sempre prestante».

Dopo un minuto di silenzio seguito da un urlo liberatorio per denunciare le violenze sulle donne, gli slogan della giornata riflettono lo stesso diffuso eclettismo. Si va dal classico ‘Tremate, tremate, le streghe son tornate’ al poetico ‘Siamo la luna che muove le maree’. C’è la necessità di difendersi – ‘Il corpo delle donne non si tocca / lo difenderemo con la lotta’ –, ma anche la rivendicazione di messaggi più esplicitamente anticapitalisti: ‘Patriarcato e capitale / alleanza criminale’. Quando il corteoa giunge a Piazza Governo il sole comincia a tramontare, il caldo si fa meno opprimente, si ascoltano gli ultimi discorsi. Molti manifestanti cercano ristoro mettendo i piedi a bagno nella fontana della Foca. Comunque sia, ‘indietro non torniamo’.

Il seguito

L'assemblea del Molino

Per un centinaio di partecipanti la serata è proseguita con l’assemblea pubblica del centro sociale Molino, tenuta direttamente nei giardinetti di Piazza Governo a Bellinzona e ‘preannunciata’ da uno striscione appeso nel pomeriggio all’ingresso di Palazzo delle Orsoline: ‘Siamo tutt* streghe! Siamo tutt* ribelli!'. È stata un’ulteriore occasione per dare voce a chi lo volesse dopo la demolizione parziale dell’ex Macello di Lugano. Tra qualche applauso e parecchia commozione si è ribadita l’importanza di proseguire l’esperienza autogestita, denunciando la violenza delle autorità e rifiutando la divisione artificiosa tra ‘buoni’ e ‘cattivi’. Ad avvicendarsi sono stati molti testimoni di modi diversi e complementari di concepire l’autogestione, tutti uniti dalla volontà di ”riavere il nostro Molino”. Dove e come, resta da capire.

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