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21.05.2021 - 19:25
Aggiornamento: 19:57

Diamanti, soldi e camorra: in mezzo c’è Lugano

Accusa e difesa si confrontano sul caso del gioielliere accusato di riciclaggio e sulla sua presunta complicità col crimine organizzato

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L'avvocato Marcellini (Ti-Press)

Un demi-monde fatto di società con nomi di film e fuoriserie, pietre preziose, personaggi in odore di camorra. Tipi che quando li vedi, sul lungolago di Lugano, ti chiedi come fanno a permettersi un’Aston Martin o una Lamborghini. E tutt’attorno le consuete valigie di soldi dall’Italia, i bonifici da Nassau, il tocco esotico di una partita di diamanti israeliani. Questa l’ambientazione del caso discusso questa settimana al Tribunale penale federale di Bellinzona e risalente al 2015. Unico imputato un 39enne italiano incensurato residente in Ticino, gioielliere accusato di riciclaggio, carente diligenza e attività finanziarie non autorizzate.

«Insieme… insieme… insieme…» a lui – l’anafora è del procuratore federale Sergio Mastroianni – c’era Filippo Magnone, già condannato per riciclaggio in Italia e in Svizzera, considerato insieme al padre e al fratello una sorta di ‘banchiere’ luganese al servizio della camorra: avrebbe aiutato il braccio finanziario dell’organizzazione, radicato a Milano e attivo nell’usura, a fare del Ticino la rampa di lancio verso le lavatrici di mezzo mondo.

Secondo l’accusa non c’è dubbio: l’imputato è legato a costoro da «un’amicizia consolidata». Sarebbe stato lui ad acquistare diamanti a Tel Aviv con soldi dei quali conosceva la provenienza criminale, pietre poi finite nelle tasche dei Magnone e di altri pluripregiudicati della mala campana. Sempre lui avrebbe aiutato Filippo Magnone a occultare contanti nelle cassette della sua società-paravento, non prima di avere ceduto alla tentazione di alcuni selfie celebrativi con una montagna di banconote. Sempre lui avrebbe venduto oro e aperto conti in Ungheria senza le necessarie autorizzazioni, offrendo a una pletora di malintenzionati una sorta di pacchetto completo del riciclaggio. Un modo per staccare una bella commissione sui preziosi e altri servizi.

Ma è davvero tutto così ovvio ed evidente? L’avvocato difensore Luca Marcellini invita a non affrettare conclusioni e sottopone a stress test i legami logici e causali dell’inchiesta. Certo, i Magnone non profumano di lavanda; ma questo non significherebbe che l’imputato abbia davvero compiuto tutti gli atti dei quali lo si accusa, né che potesse conoscere la provenienza del denaro. Non tutte le attività con le quali si arricchisce un criminale sono necessariamente criminali, magari non lo sono in Svizzera o potrebbero essere già prescritte. L’avvocato ha contestato anche la pertinenza elvetica di acquisti e pagamenti effettuati tra i Caraibi e il Medio Oriente. Il tutto in un periodo nel quale la stretta sul riciclaggio in Italia, combinata coi molti capitali italiani ancora in Ticino, aveva generato una corsa a trasferimenti e investimenti in beni-rifugio: un fuggi fuggi che rendeva difficile anche per il più onesto dei commercianti individuare elementi criminali.

Marcellini ha anche contestato quella che il procuratore ha presentato come una prova principe: i tre selfie di Magnone e dell’imputato dietro a una montagna di soldi e mazzette. Per Mastroianni una dimostrazione della sicumera di due sciagurati all’apice del successo, giustificata con una scusa «ridicola»: il gioielliere avrebbe creduto che fossero perlopiù banconote false, fogli bianchi pitturati solo alle estremità. Secondo l’avvocato difensore «un inno al cattivo gusto», certo, ma nulla proverebbe che l’uomo conoscesse l’origine criminale di quei soldi: altrimenti perché avrebbe corso il pericolo di metterci la faccia?

L’accusa ha chiesto nove mesi di detenzione sospesi per tre anni, tremila franchi di multa e la confisca dei beni – ormai esigui – sui conti di una società coinvolta. La difesa ha perorato il pieno proscioglimento. Ora sta alla giudice federale 

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