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La giudice Bergomi (Ti-Press)
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Ticino
20.05.2021 - 16:240
Aggiornamento : 19:11

I diamanti della camorra tra Lugano e Tel Aviv

Al Tribunale penale federale è iniziato il processo a un gioielliere accusato di riciclare in preziosi i proventi dei crimini della mafia campana

Un selfie con due uomini compiaciuti dietro a una montagna di banconote: il 'banchiere' della camorra a Lugano e un gioielliere della stessa città. I grattacieli fuori Tel Aviv che ospitano la più grande borsa internazionale dei diamanti. Un paio di cassette di sicurezza di cui non si trovano più le chiavi. Immagini evocate durante la prima giornata di un processo per presunto riciclaggio che vede come unico imputato lo stesso gioielliere, domiciliato in Ticino e ancora molto attivo anche nella vendita e nella comunicazione online. I fatti risalgono al 2015.

L’accusa principale – mossa dal procuratore federale Sergio Mastroianni davanti alla giudice del Tribunale penale federale Fiorenza Bergomi – è di avere acquistato diamanti per conto dei fratelli Filippo e Matteo Magnone e del padre Paolo, in modo da occultare i proventi di frodi fiscali per 750mila dollari (nel frattempo i due fratelli sono stati condannati per queste frodi in Italia e per riciclaggio in Svizzera). Il diamantaire è accusato anche di avere occultato nelle cassette di sicurezza di una sua società 639mila franchi provenienti dalle attività criminali dei Magnone e di altri camorristi, di avere venduto oro senza rispettare la dovuta diligenza e di avere svolto attività finanziarie non autorizzate, aiutando tra l’altro alcuni personaggi ad aprire conti bancari a Budapest. La vicenda gravita attorno alle attività della cosiddetta ‘banca della camorra’, la rete informale che a Milano utilizzava i guadagni dei clan per prestiti a usura a imprenditori ed esercenti in difficoltà, e che non si farebbe molti problemi a sconfinare in Ticino per ripulire il maltolto.

Ma secondo l’imputato 39enne le accuse, basate anche su dichiarazioni di Filippo Magnone, sarebbero infondate. È vero, Magnone – all’epoca coinvolto in una relazione con la sorella del gioielliere – lavorava effettivamente insieme a lui a Lugano, con compiti di contabilità e assistendolo nell’attività di compravendita delle gemme. E sì, una volta il camorrista portò in ufficio un ‘pacco’ di soldi coi quali i due si fotografarono beati: «Sono stato un cretino», ha ammesso l’uomo difeso dall’avvocato Luca Marcellini, ma era «un periodo nel quale questo genere di cose (ostentare lusso e ricchezza sui social, ndr) era abbastanza diffuso». E poi lui credeva che molti di quei soldi fossero finti, non li avrebbe comunque toccati e soprattutto non sarebbe stato lui, bensì lo stesso Magnone a nasconderli poi nelle cassette 13 e 17 e a far sparire le chiavi (il malloppo è stato trovato forzando le serrature durante una perquisizione). Quanto al viaggio a Tel Aviv, si sarebbe trattato solo di una vacanza con famiglia e amici, un’uscita natalizia con toccata-e-fuga al famoso Diamond exchange, ma solo per soddisfare la curiosità della comitiva e fare due chiacchiere coi mercanti di fiducia, comunque senza acquisti. O almeno: non da parte del gioielliere né con la sua mediazione.

Anche le altre accuse sono respinte dall’imputato, che si dipinge come una persona forse troppo ingenua che ignorava la provenienza di certi giri di denaro: si sarebbe fidato dei Magnone dopo averli conosciuti un decennio addietro in una palestra di Milano e ne sarebbe nata un'amicizia. Sapeva che avevano qualche problema col fisco italiano, questo sì, ma senza sospettare l’ampiezza delle loro connivenze criminali. Un’ingenuità ripagata peraltro con minacce dalla rete camorrista dopo l’avvio dell’inchiesta.

Il processo proseguirà nella giornata di domani.

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