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laR
 
13.03.2021 - 10:23

Dalla deregulation al caso Dpd: i pensieri di due economisti

Sergio Rossi e Matthias Finger si interrogano su cosa ha portato a certi abusi nel settore delle consegne, ma anche sul ruolo delle piattaforme di e-commerce

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'Sorry We Missed You' di Ken Loach, 2019 (Zeitgeist Films)

C’è una responsabilità d’impresa, ma anche una responsabilità ‘di sistema’ dietro ai presunti abusi ai danni degli autisti Dpd (straordinari non pagati, orari massacranti, intimidazioni che il colosso privato della consegna pacchi, stando al sindacato Unia, imporrebbe ormai da tempo). Se infatti ciascuna azienda compie le sue scelte, è innegabile che siano i meccanismi e le regole del settore – o la loro mancanza – ad agevolare certe storture. Col rischio che queste finiscano per intaccare anche altre imprese.

La caduta di certi diritti inizia da lontano secondo Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgo. Più precisamente da quando si pensò di ‘liberare’ il mercato postale dai vincoli del monopolio di Stato: «La parziale uscita del settore pubblico da questo tipo di attività risale agli anni Novanta. La parziale privatizzazione dei servizi delle Ptt portò a esternalizzare molte attività, cedendole appunto ai privati o mettendo pubblico e privato in concorrenza». La temperie economica del momento faceva infatti sperare che le privatizzazioni avrebbero aiutato a dinamizzare il mercato, aprendo a nuove imprese, correggendo gli abusi e le inefficienze effettivamente riscontrati, venendo incontro al cittadino-consumatore con servizi e tariffe più allettanti. Ma secondo Rossi «col passare degli anni possiamo concludere che non è stato così: i servizi sono peggiorati soprattutto nelle zone periferiche e il lavoro si è precarizzato, con il ricorso crescente a forme di lavoro temporaneo e su chiamata. Questo non solo nel privato, ma anche in quelle ex regie federali costrette a competervi, in una corsa al ribasso che investe anche le protezioni sociali e la qualità dell’impiego». Oggi insomma, per tornare ai casi di cronaca, «è Dpd che trascina verso il basso la Posta, mentre una volta semmai era il contrario: erano le condizioni garantite dal settore pubblico a costringere le imprese – in tutti i settori – a rispettarle pur di non perdere i loro collaboratori».

Tra Excel e Cipputi

Come capita al povero Cipputi disegnato da Altan, sono i lavoratori più deboli a venire colpiti nel modo peggiore da certi ombrelli: «Quando si riduce tutto a un calcolo costi/benefici, ossia quando si banalizza la gestione aziendale alla stregua di una tabella Excel, il lavoro diventa una risorsa come tutte le altre: un limone da spremere fino all’ultima goccia, per poi gettarlo. Esattamente quel che succede agli autisti, ma non solo a loro: anche i postini per stare al passo sono costretti a raggiungere degli obiettivi sempre più estenuanti sul numero di consegne. Si è reso merce non solo il lavoro, ma lo stesso lavoratore». Un po’ come in ‘Sorry We Missed You’, il film di Ken Loach che racconta le vicissitudini di un disoccupato inglese mentre cerca di reinventarsi come autista per una società di consegne.

Poi c’è chi se ne approfitta più di altri, certo, ma c’è anche un sistema che glielo permette, le cosiddette «condizioni-quadro»: «Occorrerebbe ripensare anzitutto salari minimi e contratti collettivi, per garantire i diritti dei lavoratori ed evitare tra le altre cose l’eccessivo ricorso ai contratti a tempo determinato. Perché va bene fare un po’ di gavetta, ma questa non può diventare una scusa per sfruttare le persone che lavorano».

Secondo Rossi, la risposta al sempiterno ‘Che fare?’ passa anche dalla ricostruzione della catena di responsabilità, quello che alcuni Paesi e cantoni cercano di fare con la multinazionale dei taxi Uber: «È fondamentale che i grandi gruppi siano considerati responsabili della filiera di subappaltatori che hanno a valle, come la giustizia ginevrina sta cercando di imporre a Uber». In effetti è proprio sui subappaltatori che Dpd rimpalla le contestazioni di eventuali abusi, in quella che agli osservatori più critici pare una specie di tattica dell’ognun per sé e Dio per tutti. Anche per l’economista «non è ammissibile esternalizzare i costi e internalizzare solo i profitti». Il problema è mettersi d’accordo sulle nuove regole in questa sorta di ‘re-regulation’: «Ciò richiederebbe una collaborazione globale invece della competizione tra Stati, competizione della quale le grandi imprese approfittano non solo per sfruttare il lavoro, ma anche per andare a caccia delle migliori condizioni fiscali».

Più in generale, per Rossi è ora di liberarsi da certi modelli che avrebbero fatto il loro tempo: «Si tratta anche di ripensare il ruolo dello Stato, staccandolo dall’ideologia che ne pretende sempre e comunque conti in pareggio se non addirittura in avanzo, anche quando a essere colpito da questo approccio è il livello d’impiego». Con tanti saluti alla signora Thatcher e ai suoi emuli (anche) elvetici: «Il fatto che lo Stato non si preoccupi più di assicurare la massima occupazione – un obiettivo ritenuto doveroso e scontato fino agli anni Ottanta – finisce per agevolare un modello aziendale basato solo sulla massimizzazione dei profitti. Ne risulta un divario crescente tra i salari del top management e quelli di tutti gli altri». Il tutto mascherato col cerone del moralismo: «Se ci sono dei disoccupati si pensa che sia colpa loro, magari perché non vogliono trasferirsi o imparare le lingue straniere; ma già John Maynard Keynes mostrava come la disoccupazione dipenda in gran parte da fattori strutturali, in particolare dal fatto che le aziende non assumono perché non riescono a vendere quello che hanno nei magazzini».

Comodità a doppio taglio

Intanto però – gli facciamo notare – a tutti noi fa molto comodo vedersi recapitata una cornucopia di merci sullo zerbino di casa, alla svelta e per pochi soldi. Lo si è visto bene durante questa pandemia. «Il problema – ribatte Rossi – è che per quanto efficiente e comodo per il consumatore sia questo sistema, prima o poi il nodo arriva al pettine: il deterioramento dei salari finisce per intaccare la nostra capacità di spesa, quindi ci costringe a risparmiare comprando prodotti più economici provenienti da altre nazioni. Questo a turno logora le capacità di impiego delle imprese locali, con un ulteriore impatto negativo sui redditi e quindi, ancora una volta, sui consumi. È un gatto che si morde la coda». Finché gli resta almeno quella.

Però i problemi con le vecchie regie c’erano, gli abusi anche, e in ogni caso è anacronistico pensare di rimettere il genio dei cambiamenti sociali e tecnologici nella sua bottiglia. Per Rossi d’altronde «non è il caso di demonizzare tout court i vantaggi ad esempio dell’innovazione tecnologica, ma si sarebbe potuto arrivare a un modello di privatizzazione diverso e più sostenibile. Il progresso tecnologico dovrebbe servire a far stare tutti meglio: dato che rende i lavoratori più produttivi, dovrebbe permettere anche salari più alti e orari di lavoro ridotti. Invece ad aumentare non sono i salari, ma i profitti e il capitale finanziario che non generano alcun indotto economico, né per l’occupazione né per la finanza pubblica». Nel 1930, Keynes si aspettava di lì a un secolo settimane lavorative da 15 ore per tutti. Certi autisti arriverebbero a lavorarne anche 14, ma in un giorno solo. Il futuro non è più quello di una volta.

IL NUOVO CHE AVANZA

Il prezzo lo fanno i colossi dell’e-commerce

Attenzione, però. Il deterioramento delle condizioni nel settore delle consegne non è solo il risultato di dinamiche interne al comparto: un ruolo fondamentale lo giocano le grandi piattaforme di e-commerce che attraversano quella fragile tela per raggiungere il consumatore finale, allettato dalle offerte e dalla comodità. Si tratta di dinamiche ‘di rete’ attentamente studiate da Matthias Finger, docente emerito al Collegio di management della tecnologia del Politecnico di Losanna e co-autore di un volume sul tema in uscita a maggio (‘The Rise of the New Network Industries’, Routledge).

Professore, cosa ci insegna il caso Dpd?

Quel che vediamo qui non è solo il comportamento riprovevole di una singola azienda. In cima a queste dinamiche stanno le grandi piattaforme dell’e-commerce come Amazon e Zalando, che esercitano una pressione enorme sui prezzi dei servizi di consegna: possono minacciare chi li fornisce di passare alla concorrenza se non ottengono sconti o addirittura, come nel caso di Amazon, costruire una rete di consegna per conto proprio. Le aziende come Posta o Dpd si trovano messe all’angolo. Mentre Amazon può offrire ai clienti la consegna gratuita scaricandone il costo reale sui fornitori e su chi effettua le consegne, questi ultimi possono tagliare i prezzi in un modo solo: tagliare anche il costo del lavoro, ovvero i salari, la variabile più importante in un settore a così alta intensità di manodopera. Alla fine, a pagare il prezzo maggiore sono insomma gli autisti.

La deregulation del settore postale ha spianato la strada alle grandi piattaforme di e-commerce?

Quando a livello mondiale si è liberalizzato il settore, negli anni Novanta, credo che ci fosse effettivamente bisogno di riforme per migliorare l’efficienza e garantire un maggiore dinamismo imprenditoriale. E in una certa misura questi obiettivi sono stati raggiunti. Quello che non sapevamo è che frammentando il settore lo avremmo reso più vulnerabile al potere di mercato delle piattaforme di e-commerce, che ora possono giocare al ‘divide et impera’ e realizzare quello che in fondo è il loro core business: coordinare sistemi frammentati. Frammentato o addirittura inesistente è anche il sistema di regole globali che servirebbe ad arginare questo strapotere.

Qualcuno sta provando a introdurre argini e controlli, però.

Gli Usa non fanno nulla, la Cina comanda a casa sua ma non ha nessun interesse a limitare la competitività delle sue aziende nel mondo, mentre l’Europa ci finisce nel mezzo. L’Unione europea sta facendo un serio sforzo di regolamentazione, ma è difficile ottenere qualcosa di fronte a enormi forze globali e senza neanche poter conoscere gli algoritmi così cruciali nella gestione del mercato. Peraltro si tratta di mercati nei quali il vincitore prende tutto, per cui non è facile spezzarne i monopoli come accaduto in passato per altri settori.

Ma siamo sicuri che la risposta al problema siano le regole? Non si rischia un irrigidimento nemico dell’innovazione?

Molti economisti neoliberisti prevedono che la soluzione arriverà da grandi cambiamenti tecnologici apportati da attori esterni, la cosiddetta disruption, e grazie al libero gioco delle forze di mercato. Personalmente, dubito molto che questo risolverà a breve i problemi delle aziende e dei lavoratori.

Leggi anche:

Dpd: gli schiavi del furgone e l’impero dei pacchi

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