Per la procuratrice generale sostituta Chiara Borelli gli indagati per la frode da oltre 50 milioni di franchi meritano pene tra 3 anni e mezzo e 7 e mezzo

Una «masquerade» che potrebbe costare globalmente 17 anni e mezzo di carcere ai tre imputati. Nella sua lunga requisitoria la procuratrice generale sostituta Chiara Borelli ha paragonato la presunta truffa messa in atto nei confronti di un milionario georgiano, al quale sono stati sottratti oltre 50 milioni di franchi nel giro di pochi mesi fra il 2022 e il 2023, a una sorta di ballo in maschera. Un’impalcatura sofisticata e contemporaneamente anche «grossolana» per l’avidità dimostrata dai tre uomini, che hanno affrontato oggi la seconda giornata dinanzi alla Corte delle Assise criminali di Lugano del processo che li vede imputati per truffa e falsità in documenti. Si tratta, ricordiamo, di un 60enne italiano residente a Lugano, di un 51enne iraniano di Dubai e di un 50enne belga che vive in Lussemburgo. Per loro la pgs ha chiesto, rispettivamente: 7 anni e mezzo e 10 di espulsione, 6 anni e mezzo e 10 di espulsione e 3 anni e mezzo e 5 di espulsione.
Richieste di pena importanti quindi, giustificate da colpe che Borelli ha definito «gravissime», considerato che si parla di reati patrimoniali, sia dal profilo oggettivo che da quello soggettivo. A cominciare dall’importo del maltolto, «gigantesco per le nostre latitudini», ma anche dal comportamento durante l’inchiesta e in aula dei tre: «Hanno tentato di annebbiare l’immagine della vittima, con i loro racconti e le loro bugie, indicandola come un losco figuro e arrivando a ipotizzare che volesse sottrarsi a delle sanzioni essendo, oltre che georgiano, cittadino russo». Un concetto ribadito poi dall’avvocato Luca Marcellini, rappresentante dell’accusatore privato, il milionario appunto. «La vittima è un ingegnere, una persona seria, che si occupa di estrazione del petrolio e che grazie a un’operazione redditizia ha realizzato un patrimonio cospicuo». Di questo ingente capitale, voleva che ‘solo’ il 30% venisse investito in Europa arrivando così, tramite il 51enne amico di lunga data, in contatto dapprima con il 60enne e poi con il 50enne.
I tre, stando all’accusa, hanno poi ideato e inscenato un piano per mettere le mani sui soldi. Al suo assistito, ha ricordato Marcellini, era stato proposto di servirsi di una società veicolo – già esistente e della quale il 60enne luganese era proprietario e amministratore –, alla quale il fondo di investimento da creare in Lussemburgo avrebbe prestato il capitale. Il fondo avrebbe percepito un interesse del 5% annuo, mentre la società veicolo avrebbe dovuto entrare nelle attività di trading di obbligazioni bancarie, che alla lunga avrebbero generato guadagni sufficienti per ripagare gli interessi e anche i dividendi della società veicolo, della quale sarebbero stati soci tutti e tre. Per convincere il milionario «l’ignara vittima viene coccolata dai due (il 60enne e il 51enne, ndr) affabulatori – secondo la pgs – con rassicurazioni false, documenti falsi: nulla viene lasciato al caso per indurlo a versare circa 54 milioni di euro».
Tracciando i profili dei tre imputati, Borelli ha definito «dominus» dotato di «energia criminale» il 60enne, che grazie a una serie di certificati lavorativi e formativi falsi si è presentato come gestore patrimoniale di esperienza e peso, ma la «triste» realtà era un’altra. Arrivato in Svizzera nel 2017, sarebbe diventato manager di una società con sede a Zugo, che venne poi trasferita a Grono (Grigioni), per approdare nel 2020 a Lugano e cambiare statuti (da prodotti dietetici ad attività finanziarie). Nessuna lunga esperienza dunque né clienti facoltosi: la cifra d’affari era di poco superiore ai 100’000 franchi annui e gli utili erano «irrisori» 15’000 franchi. Proprio questa società viene utilizzata come società veicolo e «la vittima diventa socio al 33% di una società che non vale niente versando 600’000 franchi». Il milionario accetta di diventare socio a patto che anche il fidato 51enne acquisisca un terzo delle azioni: «In realtà l’amico intermediario non versa mai le sue quote, pur facendolo credere alla vittima con documenti falsi, azionista maggioritario rimane il 60enne», la precisazione di Marcellini.
Nel frattempo, i tre sfilano dapprima 2 milioni di euro al malcapitato sostanzialmente per la gestione degli affari, e poi altri 780’000 franchi circa: i 600’000 citati e altri 180’000, sempre come quota parte (un terzo) per acquistare un fondo lussemburghese che in realtà era già stato venduto. In realtà questi soldi vanno a coprire un precedente debito del 60enne, mentre dal Lussemburgo il 50enne trasforma due società dormienti nella società che avrebbe dovuto gestire il fondo del Granducato nel quale sarebbero dovuti confluire i quasi 53 milioni di euro, cioè circa 49 milioni di franchi, che il milionario verserà poi nel luglio del 2023. Soldi che, invece di essere investiti come pattuito, finiscono sui conti di vari Paesi, principalmente Germania e Stati Uniti, principalmente di soci e conoscenti dei tre – con i quali spesso c’erano conti da saldare –, ma anche nelle tasche degli imputati stessi. «Si trattava in gran parte di operazioni finalizzate ad avere grossi guadagni, ma ad altissimo rischio – il riassunto di Marcellini –: era come giocare al casinò».
I soldi promessi al milionario latitano, le giustificazioni accampate dai tre aumentano, e alla fine arrivano la denuncia, gli arresti, l’inchiesta e ora il processo. La pgs e l’avvocato dell’accusatore privato hanno poi criticato la mancanza di responsabilità da parte dei tre: «A fronte di tre imputati che dicono tutto e il contrario di tutto, di racconti sterili che cadono di fronte alle contestazioni, dobbiamo credere al racconto della vittima, che è stato lineare e coerente», ha detto Borelli. Domani sono previste le arringhe difensive degli avvocati Rosa Cappa (per il 60enne), Davide Ceroni (per il 51enne) e Giovanni Molo (per il 50enne).