Luganese

Tre a processo per una truffa da oltre 50 milioni di franchi

Alle Assise criminali il caso di un milionario convinto a trasferire il proprio patrimonio da Dubai al Lussemburgo, col ruolo chiave di una società luganese

Tre a processo per una truffa da oltre 50 milioni di franchi
Il processo è previsto su più giorni
(Ti-Press)
20 ottobre 2026
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Oltre 50 milioni di franchi svizzeri. A tanto ammonta la cifra versata tra il dicembre del 2022 e il luglio del 2023 da un georgiano residente a Dubai su conti di diversi Paesi, riconducibili al trio di imputati al processo per truffa e falsità in documenti iniziato oggi alle Assise criminali di Lugano. Una cifra davvero considerevole per le aule penali ticinesi, che corrisponde al patrimonio che il milionario vittima del raggiro aveva affidato ai tre uomini allo scopo di investirlo in Europa, almeno secondo la ricostruzione effettuata dalla procuratrice generale sostituta Chiara Borelli. Denaro transitato in minima parte anche da Lugano, dove tuttavia vive e operava uno dei tre e dove aveva sede la sua società, utilizzata come copertura per il controllo di questi fondi.

Contestata (invano) la competenza territoriale

L’intera prima giornata processuale è stata dedicata agli interrogatori, preceduti dalle questioni pregiudiziali incentrate in particolare sulla competenza giurisdizionale della Svizzera nel giudicare il caso. La competenza territoriale è stata infatti contestata da tutti e tre gli avvocati, ovvero: Rosa Cappa, Davide Ceroni e Giovanni Molo, difensori rispettivamente di un 60enne italiano residente a Lugano, di un 51enne iraniano residente a Dubai e di un 50enne belga residente nel Lussemburgo. Cappa in particolare ha sottolineato come il grosso delle transazioni – oltre 220 milioni di dirham, la valuta degli Emirati Arabi Uniti, corrispondenti a quasi 49 milioni di franchi – siano stati versati da Dubai a un fondo lussemburghese. Capitale, questo, confluito poi su conti principalmente in Germania e negli Stati Uniti. Borelli ha tuttavia precisato che «l’incontro clou che ha portato all’acquisto del fondo è avvenuto a Lugano e da Lugano ha sempre agito il 60enne», ritenuto l’imputato principale mentre gli altri avrebbero agito da correi. Una linea sposata dalla Corte, presieduta da Amos Pagnamenta e composta anche dai giudici a latere Luca Zorzi e Renata Loss Campana, che ha respinto le istanze.

Un castello di bugie, per l’accusa

Lunghi e non sempre lineari gli interrogatori, contraddistinti nelle risposte dei tre da diversi «non ricordo» e da versioni contraddittorie rispetto ai verbali d’inchiesta. Il 60enne, pur ammettendo alcune colpe, ha sostanzialmente negato che vi fosse a monte l’intenzione di truffare il milionario. A quest’ultimo, stando all’atto d’accusa, il 51enne avrebbe proposto di affidarsi a un suo conoscente di lunga data, gestore patrimoniale di Lugano, il 60enne appunto. Questo sarebbe stato presentato come importante professionista nel mondo della finanza, laureato al Massachusetts Institute of Technology, proprietario di una società di gestione patrimoniale, autorizzata dalla Finma, con clienti importanti quali fondi pensionistici, compagnie assicurative, fondazioni. Tutto o quasi falso: la società esisteva ed era operativa ma a livelli molto più bassi e l’unico dipendente di fatto era il proprietario stesso.

Soldi per coprire debiti

Convinta con una serie di documenti falsi prodotti dai due, la vittima abbocca alla proposta: costituire un fondo di investimento in Lussemburgo per gestire il proprio patrimonio. Per controllare il denaro, il milionario sarebbe stato convinto a comprare un terzo della società luganese del 60enne – il cui capitale azionario sarebbe stato falsamente quantificato dai due attorno ai 2 milioni di franchi, molto più del reale valore –, soldi finiti poi su un conto emiratino del 51enne, in quanto la società con sede a Lugano avrebbe a sua volta detenuto la società amministratrice del fondo lussemburghese. Proprio dal Granducato entra in scena il terzo imputato, il 50enne belga che viene presentato come gestore di fondi di grande esperienza, al quale invece il 60enne avrebbe comunicato di aver trovato un cliente al quale appioppare l’acquisto di un fondo facente capo al 50enne. Vendita necessaria per coprire un vecchio debito dell’uomo, ma che alla vittima sarebbe stata presentata quale passo verso la creazione del fondo lussemburghese per il proprio patrimonio. Da questi accordi, il milionario versa altri 2,6 milioni di franchi circa per la partecipazione nella società luganese e in quella del 50enne belga.

Solo 10 i milioni confiscati

Secondo la pubblica accusa, il trio avrebbe quindi successivamente allestito una struttura di investimento fittizia, basata su documenti falsi e su società dormienti per l’occasione riattivate, rinominate e collegate alle due nelle quali la vittima aveva investito, di modo da dar la parvenza di una struttura, appunto, importante. Alla fine si arriva al versamento di quasi 49 milioni di franchi. Soldi che finiscono sia su conti dei tre o riconducibili ai tre, sia su conti di altri investitori a loro legati. Di questo denaro, a oggi solo poco più di 10 milioni di euro risultano confiscati. Una volta accortosi che gli introiti promessi non stavano arrivando, il milionario ha sporto denuncia. Il primo a essere stato arrestato nel settembre del 2025 è stato il 60enne, seguito poi dagli altri due, estradati in Svizzera a novembre.

‘Non sapevo come uscirne’

Durante l’interrogatorio il 60enne ha giustificato quelli che ha definito «errori» come un tentativo di salvarsi dai numerosi debiti contratti: «Ero in una tempesta perfetta e non sapevo come uscirne», ha detto, ritenendosi truffato a sua volta da altri clienti e partner, avrebbe iniziato «questo gioco». «Una nuova storia sentita in aula» secondo Borelli, che ha poi consigliato di «smettere di mentire» anche al 51enne iraniano. Sia quest’ultimo sia il 50enne belga hanno minimizzato il proprio ruolo nella vicenda, additando il 60enne come loro punto di riferimento. Il processo riprenderà domani con la requisitoria e le arringhe difensive, mentre la sentenza non è attesa prima di giovedì.

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