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29.01.2022 - 10:00

‘Campione era un deserto. Ora è tornato il sorriso in paese’

Reportage dall’enclave a due giorni dalla riapertura del casinò. E intanto l’amministratore delegato Ambrosini: ‘Debiti rimborsati entro cinque anni’.

La prima persona che incrociamo in paese, neanche a farlo apposta, è un’elegante signora di una certa età impellicciata. Un po’ stereotipo della Campione d’Italia da bere che fu, un po’ buon auspicio per un futuro che possa far riemergere la comunità dal pantano nel quale è sprofondata nel 2018 con la chiusura della casa da gioco. Il casinò è stato riaperto tre giorni fa, e la rinascita dell’enclave passa da qui. Ieri era previsto un momento ufficiale con il sindaco Roberto Canesi e l’amministratore delegato Marco Ambrosini, preceduto da un’apertura straordinaria rivolta ai cittadini campionesi. Prima di incontrare Ambrosini, abbiamo fatto un breve giro per il paese, per sondare gli umori della comunità in questi giorni così importanti.

‘È tornato il viavai’

«Lo attendevamo da tre anni, la chiusura è stata una tragedia per tutti, le attività economiche hanno subito molta perdita – sintetizza Mauro Rubbini della farmacia Internazionale –. In questi ultimi anni il paese era diventato un deserto, ora sta tornando un viavai, si vede che si sta muovendo qualcosa». Effettivamente per strada di gente ce n’è e ci sono diverse automobili che passano, più di quanto ci si aspetterebbe durante un pomeriggio lavorativo in un paese di 2’000 abitanti. Certo, i fasti del passato al momento sono ancora un ricordo e di vetrine e spazi commerciali vuoti se ne vedono ancora diversi in giro. «Però guardi che qui a fianco ha aperto da poco un mini-market: era da anni che non avevamo un negozio di alimentari a Campione, è un segno». Secondo Rubbini, che è anche il presidente della locale associazione degli operatori economici, «la riapertura ha dato una forte scossa alla popolazione». Si parlava di un mini-market, c’è il potenziale per un turismo dello shopping? «Credo di sì, ma non abbiamo certo l’interesse che vengano qui grossi centri commerciali o supermercati. Piuttosto negozi di qualità. Noi operatori economici stiamo cercando di investire per attirare gente dai paesi limitrofi».

‘Volti più distesi e più felici’

Fra chi ha investito è anche Alexandra Vanoni: ex dipendente del casinò, l’anno scorso ha aperto la centralissima boutique Biba by Alexandra. «Una scommessa vinta – ci dice –. Avrei potuto aprire altrove, ma credo molto in questo paese, a cui sono legata affettivamente, e ho voluto puntare quindi su Campione. E vedo che n’è valsa la pena: rientro oggi da cinque giorni di quarantena e questo viavai mi rende felice. Prima era un deserto, una tristezza, abbiamo davvero vissuto tre anni tremendi. Molti ex dipendenti che non abitavano qui non riuscivano nemmeno a rientrare in paese tanto era il dolore. È stata aperta persino la mensa alimentare: siamo caduti dalle stelle alle stalle. Ora vedo tutti più distesi, più felici. E non vedo l’ora di rivedere i dipendenti del casinò girare con le loro divise per il paese».

‘Facciamo tesoro degli errori del passato’

Simile è anche la storia di Paolo Bortoluzzi. Anche lui ex dipendente del casinò, oggi – oltre a fare politica comunale – ha aperto con un socio il Wineout, un’enoteca che differenzia il panorama campionese in fatto di bar e ristoranti. «Abbiamo aperto a giugno 2020, in piena crisi (economica, ma anche sanitaria, ndr). Sì, ci sono voluti coraggio e intuito, ma dopo tre anni di nulla abbiamo fatto ‘all-in’: o tutto o niente». Un altro esempio di come ci si è rimboccati le maniche, con successo, portando qualcosa di diverso: «Nel nostro piccolo vorremmo essere un’alternativa al mercato svizzero, importando vini italiani a prezzi italiani. Allargando il discorso, la sfida è diversificare l’economia del paese affinché non sia più una monocultura. Ci sono stati degli errori in passato e bisogna farne tesoro affinché non si ripetano».

‘Bisogna restare coi piedi per terra’

Diverse novità e spirito d’iniziativa quindi in un paese che si sta rimettendo in moto. Prima di recarci al casinò, una sosta è d’obbligo anche da chi non si è mai fermato: lo storico Bar Campione. «Sì, vediamo che c’è già più gente, anche se da noi fra ticinesi e svizzerotedeschi la clientela non è mai mancata. Ma soprattutto più allegria, lo si legge sulle facce delle persone – osserva Engin Keles –. C’è molto entusiasmo, ma d’altra parte abbiamo toccato il fondo, si è creata tanta disoccupazione». E ora? «Ora bisogna superare il Covid, perché è un grosso limite al ritorno alla normalità. Una volta superato quello si vedrà, ma bisogna restare coi piedi per terra».

DAL CASINÒ

Gioco ed eventi separati

E questo sentimento di prudenza è in effetti molto diffuso, secondo solo alla felicità per la riapertura. Una cautela che si concretizza anche nelle scelte amministrative di Comune e Casinò. «Tutta l’impostazione di prima, dimentichiamocela» ci dice chiaramente l’amministratore delegato della casa da gioco Marco Ambrosini. A cominciare dagli eventi, che caratterizzavano in maniera importante la vita della casa da gioco precedentemente. «Ma erano molto orientati ai giocatori, come anche la ristorazione. Noi vogliamo fare un’altra cosa, più aperta. Certo, alcune cose particolari come il Capodanno russo o quello cinese resteranno, ma cambia proprio il paradigma. Vogliamo separare i diversi ambiti. Attireremo i giocatori con l’offerta tecnologica per esempio. Abbiamo l’ambizione poi di diventare la più grande poker room d’Europa. Però questo è un grande edificio multifunzionale che potrà ospitare mi auguro eventi importanti, che saranno finanziati con meccanismi diversi rispetto al passato. Riteniamo che tutta una serie di attività collegate debbano essere gestite autonomamente».

‘Ripagheremo i debiti entro cinque’

Un modo per non far pesare troppo gli eventi sulle casse aziendali e per meglio bilanciare entrate ed uscite, insomma. E a proposito di finanze, che ne sarà degli oltre 130 milioni di franchi di debito accumulati dalla società? «L’azienda riapre in concordato di continuità. Quindi c’è un accordo con il Tribunale fallimentare di Como affinché i debiti siano ripagati e la scommessa è che lo facciamo entro cinque anni. Il piano è stato articolato in modo tale che negli anni progressivamente si generino le risorse per soddisfare i creditori, divisi per classi». E una volta terminato questo lustro, sarà possibile prevedere delle assunzioni? Ricordiamo che alla chiusura il casinò aveva circa 490 dipendenti e oggi ne ha 174. «Intanto a questi 174 bisogna aggiungere i collaboratori dei servizi esternalizzati, dalle pulizie alle mescite. Poi, con il piano finanziario che abbiamo definito che prevede un graduale aumento degli incassi, si creeranno maggiori esigenze di personale e conseguentemente ci sarà spazio per nuove assunzioni. Ma è un discorso del futuro».

In futuro diversi negozi nel casinò

Restando in ottica futura, è vero che c’è l’intenzione di aprire diversi negozi nell’edificio del casinò? «Sì. È stato fatto anche un bando pubblico, apposta per tastare il terreno e ci sono state diverse manifestazioni di interesse. Le tempistiche verranno dettate dalle autorità comunali». L’obiettivo sembrerebbe trasformare Campione in un polo di attrazione per servizi e divertimento aldilà del gioco. Ma il presente è ancora legato al gioco: in questi anni la clientela si è spostata su Lugano e Mendrisio, ad esempio, e la concorrenza è forte. Non la temete? «No, in generale la concorrenza giova. È uno stimolo. Pensiamo a Las Vegas: più casinò ci sono, più la gente è attratta. Secondo noi variare l’offerta amplifica e rafforza la posizione di tutti. E poi ci sono delle forme di collaborazione: abbiamo un partner tecnologico che è anche il proprietario del casinò di Mendrisio. Siamo molto fiduciosi e la buona affluenza di questi primi giorni conferma le nostre aspettative. C’era molta curiosità per la riapertura. Da un lato la novità, la grande tecnologia (ad esempio il fingerprint, ossia l’identificazione tramite impronta, ndr), dall’altro la lunga tradizione che la casa da gioco ha. Campione mantiene una certa atmosfera: un conto è andare al Meazza e un altro allo stadio di Como».

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