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Sull'ex Macello svetta oggi bandiera nera (Ti-Press)
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13.04.2021 - 17:46
Aggiornamento: 18:04

Il Molino: ‘Nel 2002 volevamo occupare l'ex Macello’

Lo rivela, per la prima volta, l'assemblea del centro sociale, che ripercorre in una lettera la storia dell'autogestione e dei rapporti con le istituzioni

L'autogestione era nel destino dell'ex Macello di Lugano. In un modo o nell'altro. Se è fatto noto che nel 2002 fu firmata una convenzione fra l'associazione Alba – in rappresentanza del Centro sociale autogestito (Csoa) Il Molino –, il Consiglio di Stato (Cds) e la Città di Lugano, convenzione che prevedeva la sistemazione del Molino provvisoriamente per un anno proprio all'ex Macello, non lo era invece finora che gli autonomi intendevano occuparlo, qualora non l'avessero ottenuto come sistemazione legale da parte delle autorità. La novità, che poco o nulla cambia in questo contesto di pre-sgombero ma è utile a comprendere l'attaccamento dei molinari alla struttura, è stata annunciata dal Molino stesso oggi, tramite una presa di posizione pubblicata sul proprio sito. Una cronistoria a puntate “a mo' di chiarezza”, rilevante perché con essa il Csoa espone ora la propria versione dei fatti.

‘Già dagli anni 70 avvennero degli incontri’

Una lettera ironica e tagliente come nel loro stile, che ripercorre la storia dell'autogestione e dei difficili rapporti con le istituzioni, e che vista la lunghezza riportiamo solo parzialmente. “Già dagli anni 70 avvennero degli incontri con l’obiettivo di trovare uno spazio da autogestire in completa autonomia – si ricorda –. Chi già allora c’era ci racconta di come le cose non fossero fondamentalmente troppo diverse da adesso. Tante parole, tante promesse, un certo tentativo di riconoscere una sorta di autogestione, ma fatti zero. Si dovette ricorrere all’occupazione per arrivarne a una. Prima con l’irruzione da parte di Realtà Antagonista e del Collettivo Zapatista in una seduta del Consiglio comunale cittadino. Poi, poco dopo, durante i mondiali di ciclismo di Lugano – in seguito allo sgombero della festa di primavera del Tassino e la conseguente manifestazione di oltre 2’000 persone contro la repressione e per uno spazio autogestito, il 12 ottobre del 1996 – il tempo si fermò improvvisamente per un istante e lo stabile degli ex molini Bernasconi a Viganello fu occupato”. Un'esperienza che però durò poco: “Il 6 giugno 1997, dopo ripetute avvisaglie e minacce eloquenti, venne appiccato il fuoco allo stabile. Tante voci mormorano le dirette responsabilità politiche di quell’incendio. Il fuoco si alzò alto quel venerdì sera, con più di 500 persone e una nidiata di cuccioli di cani – i primi cani del Molino – presenti all’interno dello stabile. Tutto rimase nel campo delle ipotesi e i responsabili e i loro mandanti non vennero mai – ufficialmente – individuati”.

‘Chiunque sia andato a rappresentare il Molino sapeva cosa diceva’

Il Molino si spostò poi, grazie all'intermediazione del Cds, all'ex grotto al Maglio di Canobbio. Un periodo caratterizzato da “mille discussioni e tensioni” e trattative: ”Ogni volta con personaggi politici diversi. Tutti di base con una stessa ignoranza, impreparazione e incapacità di capire l’autogestione”, si legge. E poi, si ribatte a un'accusa spesso rivolta agli autogestiti: il non avere dei rappresentanti fissi. “Perché se è vero che le/i rappresentanti dell’assemblea cambiano e si modificano senza una – a volte ‘comprensibile’ – continuità, è altrettanto vero che chiunque sia andato a rappresentare il Molino in questi 25 anni sapeva esattamente cosa diceva, e in nome di chi e di cosa lo diceva. E lo faceva su preciso mandato di una collettività che si era espressa per ore durante le discussioni assembleari. E quel che diceva, l’assemblea faceva. Al contrario di una classe politica vaga, senza contenuti, che cambiava continuamente ma che mai riusciva (o voleva) confrontarsi realmente sull’idea dell’autogestione”.

L'assemblea ha individuato ‘innumerevoli proposte e progetti di stabili’

E stavolta, è quindi il Molino ad accusare le istituzioni di non aver saputo trovare soluzioni concrete durante gli incontri: “Alle innumerevoli proposte e progetti di stabili individuati dall’assemblea, si contrapponeva l’assoluta incapacità di dare risposte o trovare soluzioni”. Il primo sgombero, all'alba del 18 ottobre 2002, arrivò a causa del “rifiuto dell’assemblea di mettere fine alle attività musicali”. E “ancora ricominciò la danza macabra degli incontri”. Al primo, come rappresentante del Cds, partecipò anche l'attuale sindaco di Lugano Marco Borradori: “Sorridente, positivo, amabile, si diceva dispiaciuto dell’accaduto e che una soluzione si sarebbe sicuramente trovata”. Ma gli autonomi scesero anche in piazza: “Si decise di portare l’autogestione in giro per la città. Ovunque. Cortei, pranzi, concerti, proiezioni, assemblee, dibattiti si susseguirono per più di un mese in tutta la città”. Con il risultato che “la pressione popolare cambiò decisamente le carte in tavola. E rese evidente che la necessità e la rivendicazione dell’autogestione era una chiara realtà”. “Il 23 dicembre 2002 venne convocato il terzo corteo in poco meno di due mesi per le vie della città. Un corteo che sarebbe dovuto passare per il centro città di Lugano. Sarebbe perché l’intento reale – e finora mai esternato – era di andare a occupare proprio l’ex Macello”. Scenario mai verificatosi: “Il lunedì prima ci trovammo in presidio davanti al municipio in seduta. Inaspettatamente venne richiesto a una delegazione di salire dove, tra facce livide e tese, ci vennero consegnate le chiavi dell’ex Macello, con proposta di convenzione – ampiamente riveduta e rimodellata dall’assemblea, per la durata di un anno – in attesa di una sede definitiva”.

Molino, ‘attività a prezzi popolari, aperto a tutti’

La convenzione si è poi rinnovata tacitamente di anno in anno, fino a poche settimane fa almeno, e da allora sono passati quasi vent'anni. “Anni in cui il Molino ha saputo reinventarsi sempre. Ha saputo riaprire nuovi spazi (tipo la palestra popolare frequentata per innumerevoli attività e prima lasciata deperire come magazzino), mentre il Municipio investiva 400’000 franchi per rimettere a posto una parte dell’ex Macello: struttura da subito poco utilizzata e oggi caduta nel dimenticatoio (e dove mancano le toilette, ndr). Nel frattempo gli stabili proposti dall’assemblea nei vari anni venivano puntualmente abbattuti, riqualificati, gentrificati”. Fra questi, l'ex fabbrica Campari a Viganello oggi campus universitario di Usi e Supsi, il Cinestar, l'ex casa laboratori Inti a Molino Nuovo “oggi palazzone con affitti improponibili”. Il Molino invece, “ha continuato a proporre le più diverse attività a prezzi popolari, aperto a tutta la popolazione e facendosi spazio sicuro e non escludente verso qualsiasi differenza di credenze, generi, corpi, provenienze, orientamento sessuale che, in questi anni, abbia voluto attraversarlo”.

Gli ultimi colloqui risalgono al 2015, ma ‘non si cavò un ragno dal buco’

La cronistoria non arriva ai giorni nostri, ma si ferma agli ultimi colloqui avuti col Municipio di Lugano, scorsa legislatura (“era su per giù l'autunno del 2015”), ma stesse persone. “Per ulteriori 3 volte si accettò il confronto, nonostante per l’assemblea fosse da subito chiara la natura dell’ennesima farsa volta unicamente a imporre una loro idea di autogestione ‘controllata e pacificata’. Presentammo i vari progetti, i vari spazi storicamente indicati come possibili approdi. A richiesta precisa illustrammo una volta ancora le necessità dell’autogestione, gli spazi necessari, le idee dietro il concetto, il valore e l’importanza dell’assemblea, la necessità del principio di rotazione delle eventuali rappresentanti, l’inconformità con la società ufficiale, l’anomalia dell’esperienza, il suo lato di rottura, di conflitto, di sperimentazione e la netta opposizione al fatto di farsi ingabbiare tra quattro mura. Non se ne cavò un ragno dal buco. Anzi. E dopo che i rappresentanti del municipio se ne uscirono con la carta di fantomatici stabili individuati ma che preferivano non rivelare, per non giocarseli, l’assemblea decise di uscire una volta per tutte dalle trattative: avere a che fare con tanta codardia e inaffidabilità risultava per l’ennesima volta insostenibile”.

 

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