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19.05.2021 - 11:350
Aggiornamento : 19:48

Quando l'espulsione è soltanto un ‘non senso’

Rapina di Orselina nel 2019: in Appello solo il tema dell'allontanamento. Accusa e difesa d'accordo: “Vanificherebbe gli sforzi fatti con il trattamento in corso”

Per una volta, accusa e difesa d'accordo, ma su un fatto essenziale: un'espulsione dal territorio svizzero, in determinati casi, non giustifica i fini. Anzi. Nella specifica circostanza, non aiuta proprio per nulla l'imputato ad uscire da un tunnel di profondo disagio, determinato in primo luogo dalla depressione e dall'abuso di alcool. Semmai, sposta solo il problema altrove.

Su questo tema si è “giocato” stamattina in Appello a Locarno il processo a carico del 48enne di origini portoghesi che il 5 maggio dell'anno scorso era stato condannato in prima istanza a 3 anni e 6 mesi – più l'espulsione dalla Svizzera per un periodo di 7 anni – per rapina aggravata e omissione di soccorso. Il fattaccio era accaduto a Orselina il 1. maggio 2019. Nei boschi retrostanti la Clinica Santa Croce l'uomo aveva aggredito, per procurarsi dei soldi, una sventurata passante 78enne. Il giudice Amos Pagnamenta, presidente della Corte di assise criminali, emettendo la sua sentenza aveva decretato una sospensione della pena per consentire all'imputato di seguire un trattamento stazionario (trattamento accompagnato da un progetto di reintegro sociale e professionale in corso di svolgimento nel Sottoceneri). La misura starebbe dando buoni risultati, e un'espulsione manderebbe tutto a ramengo.

Oggi, difeso dagli avvocati Luca Marcellini e Demetra Giovanettina, l'uomo si è dunque ripresentato in aula con l'unico intento di sventare il pericolo di una prolungata assenza forzata dal territorio ticinese, dove oltretutto vive la famiglia – la moglie e un figlio – che ha seguito, come la stampa, il dibattimento in video da una saletta al piano terra del Pretorio vista la presenza in aula degli assessori giurati e la necessità di mantenere le distanze di sicurezza.

Aggredita e derubata nei boschi

I fatti di rilevanza penale, non contestati, sono oggettivamente gravi, ma vanno inquadrati in un loro contesto. Già in prima istanza erano stati motivati con l'ingestibile necessità dell'imputato di procurarsi dei soldi per acquistare dell'alcool, quel brutto demone che lo aveva portato alla Santa Croce per un tentativo di disintossicazione, condotto per altro, con ogni evidenza, senza la necessaria convinzione (anche a causa di uno stato depressivo giudicato grave, determinato anche dalla perdita del lavoro): una riserva di birra era stata infatti preventivamente sotterrata all'esterno della clinica. L'uomo l'aveva “intaccata” (2 litri ingollati in un attimo) prima della sua disperata azione nei boschi.

Fra gli alberi, in luogo isolato, aveva atteso che passasse qualcuno, possibilmente una donna, presumendo che avrebbe opposto meno resistenza. E così era successo con la malcapitata 78enne, aggredita, immobilizzata con il rischio di un soffocamento da foulard infilato in gola, poi derubata di due anelli e una collanina con il crocifisso, e infine abbandonata a terra, gravemente ferita e segnata nell'animo. L'uomo era rientrato in clinica tentando di occultare il bottino e una camicia sporca di sangue. Ma invano: in breve tempo era stato scoperto, fermato e incarcerato.

“Se non è questo un caso di rigore...”

Significativo che in aula, oggi, il “focus” sia stato messo proprio sul senso di un'espulsione che andrebbe a vanificare gli sforzi compiuti finora per consentire all'imputato di liberarsi dal suo malessere ed evitare che torni a delinquere. Lo hanno sottolineato sia la procuratrice pubblica Margherita Lanzillo – che sul tema dell'allontanamento ha espresso la convinzione che «vanificherebbe tutti i progressi fatti» e si è affidata al giudizio della Corte –, sia il legale di difesa Marcellini. Quest'ultimo ha riflettuto sul fatto che «l'imputato ha commesso un solo reato grave nella sua vita. Per rispetto non avevamo voluto cavillare sul giudizio, ma è chiaro che dobbiamo cercare di evitare che ad un disastro se ne vadano ad aggiungere altri, che colpiscano lui e la famiglia al di là di ogni buonsenso». In pratica, la partenza del marito costringerebbe la donna a seguirlo, facendo cadere di conseguenza ogni possibilità di mantenimento del figlio agli studi (superiori). «Se non è questo un caso di rigore, allora ci abbandoniamo ai pur meccanismi di un codice», ha chiosato Marcellini.

La sentenza della Corte di appello, presieduta dalla giudice Giovanna Roggero-Will, è attesa nei prossimi giorni. 

 

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