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laR
 
07.02.2022 - 05:30
Aggiornamento: 16:52

Essere nomadi quando il mondo è fermo

L’esperienza degli Jenisch durante questi due anni di pandemia, tra problemi economici e spostamenti rallentati

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Chiusi in casa, sì, ma quella casa può viaggiare. È la condizione un po’ paradossale dei nomadi jenisch – 3mila persone, cui se ne aggiungono 30mila sedentarizzate – che in questi due anni di pandemia e lockdown hanno continuato a spostarsi con le loro roulotte di cantone in cantone. Certo, «è stato molto più difficile», ci spiega Albert Barras, portavoce di Jenisch e Sinti per la svizzera romanda: «Ci sono stati diversi divieti e blocchi temporanei, sono stati necessari speciali piani di protezione per poter utilizzare le aree di sosta che ci sono riservate (come quella del Seghezzone a Giubiasco, ndr). Anche il numero di caravan è dovuto diminuire per rispettare le distanze previste».

Il problema vero, però, è stato il lavoro: «Vede», ci spiega Barras, «i nostri mestieri prevedono un contatto continuo con le persone: io sono rigattiere e antiquario, poi c’è chi fa l’arrotino, l’imbianchino, il restauratore, il venditore di rottami… Tutte professioni che svolgiamo andando a bussare porta a porta. Ora, col Covid, la gente ha paura di farci entrare in casa. E avevamo paura anche noi, a dire il vero». Morale della favola: «Non saprei darle cifre precise, ma direi che abbiamo perso un buon 60% delle nostre entrate».

Un approccio un po’ ‘svagato’ alla burocrazia ha limitato anche la possibilità di accedere agli aiuti previsti dalla Confederazione: «Noi siamo gente semplice, che vive con poco. Non abbiamo bisogno della villa o di chissà cos’altro, ma non ci piace neanche star lì a riempire tonnellate di carta per questo o quell’ufficio… Qualcuno lo ha fatto, ma visto che viaggiamo sempre, perlopiù si tratta di chi rimane più spesso nello stesso cantone». Anche i fondi speciali destinati alle ‘genti in viaggio’ «son complicati», e molti – Barras ce lo dice con tono più fatalista che risentito – hanno preferito dar fondo ai risparmi. D’altronde, va detto che «la nostra comunità è abituata a essere solidale. Per mille motivi può capitarci di non poter guadagnare per una o due settimane, ma non per questo ci arrendiamo: insistiamo, insistiamo, e nel frattempo ci diamo una mano tra di noi». L’assenza di redditi e reti sociali istituzionali – qualcosa che mette ansia a molti di noi – Barras la prende con un certo aplomb: «Così è la vita», taglia corto senza grandi piagnistei.

La comunità jenisch è abituata anche a farsi carico dell’educazione dei figli – «se ne occupano soprattutto le donne» –, sicché quando gli altri svizzeri si sono trovati coi pargoli confinati a casa e una montagna di compiti da fare, gli Jenisch non se ne sono quasi accorti: «Mio figlio è sempre andato a scuola un giorno alla settimana, il mercoledì. Prende i compiti e nel resto della settimana lo seguiamo noi». Per contro, questo non comporta una gran familiarità con la scuola a distanza come l’abbiamo vissuta noi ‘sedentari’: «No», confessa Barras, «la didattica a distanza e col computer non fa parte delle nostre abitudini».

La malattia ha sfiorato solo marginalmente la carovana di Barras, in cui molti restano invece scettici nei confronti dei vaccini: «Gli anziani si sono vaccinati, ma gli altri hanno ancora molta paura». Per fortuna, il tempo sospeso della pandemia non ha esacerbato le relazioni con il resto della popolazione svizzera, nonostante le molte discriminazioni subite in passato (centinaia di bambini furono strappati alle famiglie, sterilizzati e maltrattati tra il 1926 e il 1973): «Il problema, anche in Ticino dove ho una trentina di clienti di vecchia data, era la paura a riceverci in casa. Ci dicevano ‘passate l’anno prossimo’. Ma c’è una relazione di fiducia con chi ci conosce che la pandemia non ha intaccato».

Semmai, c’è chi non conoscendoli «fa confusione tra noi e i Rom», i nomadi ‘non svizzeri’ (mentre gli Jenisch, che parlano «una lingua germanofona nella quale si troverebbero anche elementi dello yiddish», sono presenti sul territorio da prima ancora che la Svizzera esistesse come Stato). Qui l’impressione è di aver toccato un tasto assai delicato: le relazioni tra le due comunità sono spesso tese, e tali sono rimaste durante il Covid. «Abbiamo culture diverse, non siamo lo stesso popolo», precisa Barras, «e spesso il fatto che non si sappia ci danneggia. Capita che i Rom insozzino le loro aree di sosta e creino problemi, noi glielo rimproveriamo, perché così rovinano anche la nostra reputazione. Poi la gente non ci distingue…»

Prima di salutare Barras – che ora si trova a Friburgo con moglie e figlio, nella sua grande roulotte con stanze da letto, servizi, cucina e salotto – gli chiediamo se di fronte a un futuro ancora incerto si aspetta qualcosa dalla politica. Gli scappa una risata ironica, ma come sempre senza amarezza: «Di promesse ne abbiamo sempre sentite tante. Di fatti, però, ne abbiamo visti pochi».

IN TICINO

Arrivi rimandati, soggiorni più brevi

«Nel 2020, l’emergenza legata alla pandemia ci ha costretto a ritardare l’accoglienza degli Jenisch in Ticino», ci spiega la mediatrice culturale Nadia Bizzini, attiva presso il Dipartimento delle istituzioni per fornire sostegno ai nomadi. «All’inizio le regole comunicate dall’Ufficio federale della sanità pubblica prevedevano la possibilità di campeggiare solo per chi aveva roulotte fisse sul territorio». Risultato: «Di solito apriamo l’area del Seghezzone a metà marzo per ospitare una sessantina di famiglie, quell’anno l’abbiamo potuta aprire solo a fine maggio. Un problema che non si è presentato l’anno scorso, per fortuna, anche se in ogni caso il principale ostacolo è stato di carattere economico: con le attività ferme o rallentate e le persone spaventate dai contagi, molti hanno scelto di rimandare l’arrivo e rimanere meno a lungo in Ticino».

Bizzini conferma che «i nomadi – Rom inclusi – possono ricevere aiuti dalla Confederazione, ma spesso sono restii ad affrontare quella che ritengono un’eccessiva burocrazia. Non è invece compito del cantone erogare aiuti a chi non è stabilmente residente. Un discorso che vale anche per la scuola: gli Jenisch la seguono a distanza, accordandosi con gli insegnanti del comune di residenza principale. Il Cantone si occupa invece di garantire il funzionamento dei servizi nell’area di sosta – che gli Jenisch trattano sempre con molto rispetto – e di intervenire in caso di screzi con la popolazione residente: screzi che, va detto, sono assolutamente sporadici e di minima importanza». La presenza jenisch perdura dalla primavera all’autunno.

Quanto ai Rom: in Ticino non vi è un’area di sosta a loro dedicata dal 2011, e a rendere problematico il loro soggiorno è anche l’impossibilità – legata all’adozione di norme previste dagli accordi bilaterali con l’Unione europea – di ottenere il permesso per esercitare legalmente l’attività di ambulanti.

Questa rubrica è dedicata a categorie di persone spesso lontane dai media e al loro destino dopo due anni di pandemia. Le altre puntate le trovate qui.

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