Bellinzonese

Non ancora interrogabili il 24enne matricida e la donna col coltello

Bellinzona, sono sempre presi a carico dal profilo psicosanitario: il primo ha ucciso la madre e la seconda ha minacciato i commessi di un negozio

Lo stabile in via Mirasole 15 teatro del matricidio
(Ti-Press)
2 febbraio 2026
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Risultano sempre non interrogabili il giovane e la donna al centro settimana scorsa di due gravi fatti di cronaca nera verificatisi a Bellinzona rispettivamente il 28 e 30 gennaio. Sia il 24enne che mercoledì ha ucciso la madre 46enne in via Mirasole, sia la donna che venerdì ha minacciato col coltello i commessi del negozio Salt/iRotto di viale Stazione, sono ancora ricoverati in strutture sanitarie a causa del loro stato psicofisico alterato emerso al momento dei fatti. L’obiettivo degli inquirenti, una volta recuperato un equilibrio sufficiente, è quello di raccogliere la loro versione dei fatti, affiancarla agli elementi d'inchiesta già noti e sottoporre il tutto al Giudice dei provvedimenti coercitivi per la decisione di sua competenza.

In particolare nel primo caso il procuratore pubblico Zaccaria Akbas, titolare dell’indagine, potrebbe chiedere la conferma dell’arresto considerata l’inchiesta aperta per i reati di assassinio nei confronti della madre deceduta e per tentato omicidio nei confronti del 61enne compagno di lei, ferito abbastanza gravemente con un coltello. A ogni modo il giovane, noto nella scena musicale trap, ha alle spalle una vita personale e familiare abbastanza tribolata e caratterizzata dal consumo di stupefacenti. La presa a carico psicosanitaria rischia dunque di richiedere altro tempo. Nel secondo caso la donna era già nota alle autorità per la sua condizione precaria dal profilo psichico. In entrambi i casi le prossime ore e giornate dovrebbero dunque essere decisive.

Il caso passa alla Procura federale

Nel secondo caso, stando alla Rsi, l’inchiesta è stata assunta dal Ministero pubblico della Confederazione, com’era successo per l’accoltellatrice che nel 2020 aveva ferito due donne alla Manor di Lugano urlando ‘Allah Akbar’, che significa ‘Dio è grande’. Espressione araba usata dagli attentatori e anche dalla bellinzonese settimana scorsa prima di venire immobilizzata dagli agenti. Nel caso luganese l’imputata è stata infine condannata nel 2023 dalla Corte d’appello del Tribunale penale federale a 10 anni e mezzo di carcere, tramutati in una reclusione a tempo indeterminato in una struttura psichiatrica, per violazione della Legge federale che vieta i gruppi Al-Qaeda e lo Stato islamico. Nel caso bellinzonese la Procura federale vuole capire se vi sia stato un movente terroristico e ha nel frattempo chiesto al Giudice dei provvedimenti coercitivi la carcerazione preventiva a titolo precauzionale. I reati ipotizzati sono quelli di sostegno e partecipazione a un’organizzazione terroristica, minaccia e violenza o minaccia contro le autorità e i funzionari.

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