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28.08.2022 - 12:48
Aggiornamento: 16:16

Vitello sbranato al Passo del Sole: ‘Vogliamo essere ascoltati’

Trovato sabato mattina un giovane bovino predato dal lupo. I Boggesi dell’alpe Pian Segno sono molto preoccupati e sollecitano le autorità cantonali

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«Le nostre paure non erano infondate e il problema degli attacchi sferrati anche ai bovini, e non solo a capre e pecore, va ora adeguatamente affrontato dalle autorità». Mastica amaro Andrea Marchi, membro di comitato dei ‘Boggesi del Lucomagno caseificio alpe Pian Segno’, una realtà agricola consolidata che nell’alta Val di Blenio riunisce nove allevatori di bestiame da reddito e produce pregiati formaggi. Sabato mattina – racconta alla ‘Regione’ esprimendosi a nome del comitato – il pastore che accudisce i 280 giovani bovini presenti da alcuni giorni nella vasta zona del Passo del Sole, sul confine con la leventinese Val Piora, ha trovato un vitello di dieci mesi morto: sul corpo (vedi foto) c’erano i tipici segni di una predazione. Allertato, l’Ufficio cantonale caccia e pesca ha inviato sul posto in elicottero un proprio guardacaccia che ha effettuato le verifiche e i prelievi volti ad accertare «quello che a tutti noi pare ormai certo». Indiziato numero uno è il lupo: «Ha mangiato alcune parti del vitello quando ancora era vivo. Una fine tremenda. È stato di sicuro un lupo, o più lupi, perché la mattina gli altri vitelli si sono agitati al comparire del pastore accompagnato dal cane».

Bovini e ovicaprini, due realtà differenti

Pochi, pochissimi negli ultimi anni gli attacchi subiti da mucche, manze e vitelli. Uno dei più recenti alle nostre latitudini risale alla fine di giugno, quando i cani da guardia hanno messo in fuga due lupi che all’alpe di Cravariola, sul confine italo-svizzero fra Rovana e Formazza, avevano azzannato a morte un vitello; successivamente, verso metà agosto, due vitelline sono state ferite all’alpe Sfille in alta Valmaggia; alcuni precedenti, legati al branco del Beverin, si registrano poi nei Grigioni. «Se prima eravamo preoccupati, ora lo siamo ancora di più», prosegue Andrea Marchi: «Il comportamento dei bovini, che a differenza degli ovicaprini non si muovono in gregge ma si disperdono nel territorio, come pure la conformazione dei nostri alpeggi e la loro vastità, impediscono l’applicazione di misure di prevenzione che possono valere, ma solo in certi casi, per pecore e capre. Qui non è possibile posare recinzioni speciali e quant’altro, ma unicamente delimitare col filo elettrico i pascoli per non invadere quelli altrui e per impedire che gli animali finiscano in zone pericolose dove possono ferirsi e morire cadendo in qualche dirupo. Inoltre di notte i bovini restano sui pascoli e non vengono ritirati nelle stalle, qui assenti». E proprio pensando ai dirupi, «è facile pensare che un attacco di più lupi possa scatenare il panico fra gruppi di vitelli e spingerne giù diversi».

‘Ben più di una formalità burocratica’

Ma tutto ciò, predazione compresa, non fa parte – gli chiediamo – dei cosiddetti ‘rischi del mestiere’ che includono peraltro delle misure compensatorie? «È sbagliato pensare che si possa liquidare la predazione di un animale da reddito come una formalità burocratica che si risolve col risarcimento finanziario», risponde Marchi: «Non è scontato sostituire un vitello di dieci mesi cresciuto qui e quindi abituato a muoversi nel nostro territorio alpestre sovente impervio. Sono animali che vediamo nascere e crescere, che all’occorrenza nutriamo col biberon e che costituiscono il ‘valore’ delle nostre aziende agricole di montagna».

Il latte di oggi come se fosse di fine settembre

A questo punto i ‘Boggesi del Lucomagno caseificio alpe Pian Segno’ confidano che quanto accaduto nella notte fra venerdì e sabato «apra gli occhi delle autorità anche sul settore bovino di cui si parla troppo poco, in materia di grandi predatori. Chiediamo la giusta considerazione», peraltro in un periodo già di per sé reso complicato dalla prolungata siccità «che ha impoverito i pascoli. Considerato lo stato dell’erba, molto secca e perciò caratterizzata da un valore proteico minore, l’attuale produzione di latte corrisponde a quella che solitamente si riscontra nella seconda metà di settembre». Di conseguenza l’attività casearia ne risentirà, qui come in tutto l’arco alpino, come abbiamo pubblicato nel nostro servizio del 15 agosto dedicato all’alpe Giumello situato nell’alta Val Morobbia. L’approvvigionamento di acqua, conclude Andrea Marchi, «da noi è stato sufficiente, ma le mucche per tutta l’estate hanno dovuto percorrere lunghi tragitti per abbeverarsi. Rispetto agli anni passati sono un po’ più stanche. E ora ci si mette anche il lupo».

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