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laR
 
15.08.2022 - 18:26
Aggiornamento: 16.08.2022 - 00:32

A Giumello una stagione alpestre secca e complicata

Anche il fiore all’occhiello dell’Istituto agrario cantonale di Mezzana soffre la siccità: produzione di formaggio ridotta di un quarto

di Frediano Zanetti
a-giumello-una-stagione-alpestre-secca-e-complicata
Grande siccità

Nel tragitto fra Carena e i pascoli dell’Alpe Giumello, fiore all’occhiello dell’Istituto agrario cantonale di Mezzana, veniamo accompagnati da Sandro Maretti, già vicepresidente del Patriziato di Sant’Antonio. Fra un tornante e l’altro spiega che i tagli di bosco attualmente in atto nell’alta Valle Morobbia sono finalizzati alla produzione di pellet, materia prima vieppiù richiesta e che nel delicato contesto energetico internazionale sta conoscendo in varie parti d’Europa un’impennata del prezzo di vendita. Dopo il nostro servizio del 21 luglio – nel quale insieme al presidente della Società ticinese di economia alpestre Valerio Faretti evidenziavamo le difficoltà incontrate negli alpeggi dell’Alto Ticino a causa della prolungata siccità – decidiamo di salire sull’Alpe morobbiotta per verificare di persona la situazione e tracciare un bilancio a metà stagione con il mastro casaro Mauro Caldelari.

Un secolo fa era in uno stato d’abbandono

Il comprensorio di Giumello presenta una storia che ha quasi dell’incredibile. Infatti sino al 1915 è stato di proprietà del Comune comasco di Garzeno che però lo aveva lasciato in uno stato di totale abbandono. Da qui l’interessamento all’acquisto da parte del Cantone e del suo Istituto agrario per farlo diventare il centro di competenze a favore dei giovani operatori del settore agricolo-alpestre, che si è concretizzato nel 1917. Da 105 anni dunque qui transitano generazioni di giovani casari con l’obiettivo di affinare le rispettive formazioni.

Fra i primi a ottenere il marchio Dop

Completamente rinnovata e modernizzata, l’infrastruttura viene caricata annualmente e le mandrie pascolano tra faggeti e conifere che vanno dai 1’400 ai quasi 1’800 metri delle corti secondarie. In un ampio recinto contiamo una quindicina di maiali e le mucche lattifere sono 52, attentamente accudite dai giovani collaboratori Daniel Cereghetti e Daniele Factor che si occupano pure della mungitura automatica. Poi nei pratici e luccicanti locali del caseificio sono presenti i mastri casari diplomati federali Mauro Caldelari e Lucio Cereghetti che con tutta la loro professionalità lavorano il latte ogni giorno. Latte dal quale scaturisce un formaggio di qualità costante con una dolce prevalenza delle note di panna e burro e una pasta elastica e fondente. II formaggio Giumello è peraltro stato fra i primi a ottenere il marchio Denominazione d’origine protetta (Dop).

In cantina 600 forme anziché 800

Ma come sta procedendo, chiediamo a Caldelari, questa torrida e secca estate? «Si tratta della mia 35esima stagione qui in alta Valle Morobbia», premette il responsabile dell’alpeggio: «Lo scorso inverno ha nevicato poco, in primavera ed estate ha piovuto poco e quando abbiamo caricato l’alpe a metà giugno mi sono fatto qualche domanda. Infatti erba, fiori e acqua ce n’erano e di riflesso la produzione lattifera nei primi tempi è risultata nella media. Ma poi la prolungata siccità ha avuto il sopravvento sui pascoli bassi, per cui la mandria è stata portata ogni mattina nei recinti delle corti superiori. La produzione – continua e conclude il nostro interlocutore – è ovviamente rallentata e nelle cantine sono oggi in maturazione circa 600 forme di formaggio, quando nello stesso periodo degli scorsi anni ne avevamo già oltre 800. Se nei prossimi giorni non pioverà in abbondanza, temo che non potremo rimanere fino a metà settembre, come si fa nelle stagioni alpestri normali. Rischiamo insomma di dover scaricare con ampio anticipo sulla media». La riflessione fa eco a quella dei molti colleghi d’Oltralpe che si trovano nella stessa critica situazione, peggiorata in taluni alpeggi dall’assenza d’acqua per l’abbeveraggio che ha richiesto l’impiego di elicotteri dell’esercito dotati di benne.

‘Le chiamiamo per nome’

Nel frattempo si accomodano a tavola per il pranzo i due giovani collaboratori. A Daniele Cereghetti chiediamo come funziona la mungitrice automatica. Con un po’ di sorpresa apprendiamo che «quando le mucche entrano nel circuito le chiamiamo per nome, le accarezziamo e soprattutto massaggiamo le loro mammelle prima di applicare il dispositivo. Questi semplici atti ci danno la garanzia che il latte sarà molto e di ottima qualità». Prima di lasciare Giumello notiamo che alle pareti del locale utilizzato per l’accoglienza degli ospiti sono appese varie foto e anche dei documenti. Alcuni di questi ricordano l’incidente aereo avvenuto nel luglio 2003 a poche centinaia di metri dall’Alpe, dove ai piedi del San Jorio morirono tragicamente quattro giovani del Bellinzonese. Un luogo di fatica, sacrifici e talvolta di tragiche vicende, anche in termini di vite umane.

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