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07.08.2022 - 16:57
Aggiornamento: 17:55

L’alpe Arami di Gorduno diventa ‘un patrimonio di tutti’

Inaugurato l’importante lavoro di recupero e ristrutturazione della baita con ristorazione, dotata di dormitorio, e dei pascoli

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Folta partecipazione sabato ai 1’400 metri di quota dell’alpe Arami, in territorio di Gorduno, dove alla presenza delle autorità cittadine, cantonali e religiose sono stati inaugurati gli importanti lavori di recupero e ristrutturazione degli edifici (baita con ristorazione dotata di dodici posti letto) e dei dintorni caratterizzati da pascoli e zone umide. Costati 1,6 milioni di franchi, sono stati eseguiti nell’arco dell’ultimo decennio su iniziativa dell’omonima Fondazione che ha beneficiato di finanziamenti provenienti – per citarne alcuni fra i tanti – da privati, dal Gruppo Amici dell’alpe Arami, dal locale Patriziato e da altri Patriziati, dall’ex Comune di Gorduno, dalla Città di Bellinzona, dal Cantone e dalla Confederazione, da associazioni d’Oltralpe, nonché dalla Fondazione Curzútt San Barnárd che ha fatto da propulsore. Un contributo ‘in braccia’ è stato dato anche da persone occupate in programmi occupazionali e da diversi gruppi di richiedenti l’asilo.

Non uno ma 150 edifici

«Tutto ebbe inizio negli anni Sessanta del secolo scorso durante il quale furono due i momenti fondamentali: l’abbandono dell’alpeggio e la forte decisione dei proprietari di fondi e rustici di realizzare la strada forestale», rammenta Davide Pedrioli, già municipale di Gorduno e oggi rappresentante della Città nella Fondazione presieduta da Giorgio Battaglioni. La strada divenne poi patriziale e oggi permette di raggiungere dopo 11 chilometri l’alpe Arami e i monti di Scareuro situati a quota 800 metri. In concreto si tratta della prima strada forestale realizzata nel Bellinzonese, dopo la quale seguirono quelle di Gnosca, Arbedo e Carasso. «Un tassello importante che ha segnato la storia di questo luogo è stato il recupero dei rustici alla funzione di residenza estiva, ma non solo», rammenta Pedrioli. Ora infatti nella zona sono oltre 150 gli edifici riattati «e questo contribuisce al mantenimento delle strutture. Ciò che, grazie alla presenza dell’uomo, permette di avere un paesaggio naturale variegato e di tenere a debita distanza l’avanzare del bosco». L’alpeggio di Arami è peraltro noto a livello internazionale per la scoperta o lo studio della peridotite, minerale che solamente in pochi posti al mondo arriva sulla superficie della crosta terrestre ‘emergendo’ dalla profondità di diverse centinaia di chilometri.

Moderna concezione dell’alpeggio

Un punto di svolta è rappresentato dal deperimento delle due vecchie costruzioni, «che verso la fine degli anni 80 diventò sempre più grave al punto da imporre decisioni importanti. Pertanto il Comune, nell’ambito della revisione del Piano regolatore avvenuta negli anni 90, definì d’intesa col Dipartimento del territorio la particolarità dei due edifici e la loro valenza pubblica, cambiandone l’originaria destinazione. Si trattava di un’iniziativa coraggiosa che il Consiglio di Stato, pur se con qualche formale titubanza, accolse». Dal canto suo il Patriziato dapprima s’impegnò nel mantenere le mura della costruzione principale, la stalla, per poi assegnare alla costituenda Fondazione alpe Arami il mandato di recuperare i due edifici e il territorio circostante. L’intervento non si è limitato al solo recupero di cascina e stalla, ma ha riguardato tutto il bacino dei pascoli, spaziando fino ai due lariceti pascolati a est (verso la cima da Niir) e a ovest (verso la cima del Gaggio). Si tratta di una moderna interpretazione dell’alpeggio che riprende in parte il concetto di Curzutt di Monte Carasso.

Né una capanna alpina, né un rifugio di fortuna

La riattazione della stalla, seguita in ogni dettaglio dai servizi cantonali, ha permesso di reindirizzare la funzione della struttura rendendola un punto importante per i viandanti e per poter permettere loro di consumare un rapido pasto e di pernottare. «La baita – sottolinea Pedrioli – non è quindi né una capanna alpina, né un rifugio di fortuna. Ma riunisce un insieme di attività con infrastrutture logistiche che spaziano dal sistema di produzione di energia solare e gas, alla possibilità di pernottare nel confortevole sottotetto, fino all’accessibilità veicolare diretta, sebbene ciò potrebbe far storcere il naso a qualche ‘purista’. È stata una scelta coraggiosa che permetterà di trasmettere alle prossime generazioni una fruizione intelligente (almeno lo si spera) del nostro territorio». Ma non è finita qui: la Fondazione alpe Arami e il Patriziato di Gorduno operano infatti da diversi anni nell’ambito dell’Ente autonomo Carasc che sta sviluppando una serie di progetti di fruizione della sponda destra del Bellinzonese con un sentiero che da Arami raggiungerà, ad ovest, la diga della Verzasca e, ad est, i monti di Preonzo e oltre. «Tramite l’Ente autonomo – sottolinea Pedrioli – il Municipio cittadino persegue quindi l’obiettivo di rendere ancor più fruibile questo territorio. Che non va considerato come un museo a cielo aperto, ma come patrimonio comune che va curato, promosso e vissuto».

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Gorduno, pioda dopo pioda l’Alpe Arami è tornato a vivere

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