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02.05.2022 - 05:30
Aggiornamento : 16:31

Gorduno, pioda dopo pioda l’Alpe Arami è tornato a vivere

Gli interventi di recupero hanno permesso di valorizzare la zona. Oggi è tornato il pascolo ed è attiva una baita. Battaglioni: ‘Ora bisogna promuovere’

Un piccolo capolavoro alpestre incastonato sopra Gorduno tornato finalmente a vivere. A dieci anni dalla costituzione della Fondazione Alpe Arami, le opere di recupero della terrazza naturale situata a quasi 1’500 metri di altitudine (i cui orizzonti spaziano su Bellinzonese e Riviera) sono ormai concluse. All’epoca principale fonte di sussistenza della popolazione locale, per decenni il territorio è rimasto in balia dell’incedere di cespugli ed erbacce rampicanti a causa di quella che poi si rivelò l’ultima demontificazione di mandrie e contadini. E, infatti, pochi cittadini si ricordano ancora della presenza di mucche e capre pascolanti. «Il patriziato, proprietario del fondo di poco meno di 1’000 metri quadrati, non disponeva delle risorse economiche necessarie per procedere a un ripristino della sostanza edilizia – evidenzia da noi interpellato il presidente e gordunese doc Giorgio Battaglioni –. A novembre del 2012 si è quindi proceduto a perfezionare gli ultimi dettagli di un accordo fra le parti: in cambio di un diritto di superficie sugli stabili della durata di 30 anni, la neo-costituita fondazione (ora composta da cinque membri) si è così assunta l’onere di ristrutturare la stalla, il cascinale e tutto il comprensorio circostante». La prima decisione del Comitato è stata di commissionare uno studio di fattibilità, capace di sottolineare le peculiarità della zona. «È poi iniziata una raccolta fondi a cui hanno aderito le autorità cantonali e comunali, la comunità, l’Associazione Amici Alpe Arami, enti privati e singoli cittadini. L’investimento è quasi interamente coperto, quindi siamo piuttosto tranquilli».

Un passo nel passato e uno nel presente

Tra la posa di una pietra e l’altra, Battaglioni e colleghi hanno sì deciso di riesumare i manufatti dell’antica civiltà rurale, ma anche ripopolare il territorio circostante. «Con la Sezione forestale e l’Ufficio circondariale di Arbedo si è creato il ‘lariceto pascolato’ a tutela degli esemplari secolari presenti in loco – continua il presidente –. Questa ripulitura dell’alpe richiedeva però la necessità di una manutenzione ordinaria: un’azienda agricola del posto, che fa capo alla famiglia Lotti, ha quindi deciso di ritornare a caricare l’alpe con una quindicina di mucche nutrici. Da un lato si è riusciti a ripristinare un’attività contadina ormai abbandonata da sessant’anni, dall’altro questa presenza garantisce una completa pulizia della zona». I lavori di ristrutturazione hanno prestato molta attenzione alla tradizionale architettura delle infrastrutture in modo da cercare di favorire la conoscenza della storia dei nostri antenati. «È stata un’opera conservativa (tetti in piode, muri in sasso), ma chiaramente non è stato possibile mantenere tutte queste prassi come in passato. La vecchia stalla recuperata, ora chiamata la Baita, offre la possibilità di usufruire di ottime proposte culinarie e di pernottare (www.baita-arami.ch). A favore di una maggiore biodiversità sono poi state recuperate alcune zone umide dell’alpe e della Motta d’Er, d’intesa con l’Ufficio della natura e del paesaggio».

ll raro minerale che interessa al Poli di Zurigo

Negli ultimi anni la regione ha assunto una notorietà internazionale grazie alla scoperta di un minerale dalla particolare conformazione e colorazione, la peridotite granatifera. «Reperibile in pochissime altre località, questa pietra contiene cristalli rossastri noti come rubini di Gorduno; annualmente l’alpe è quindi meta d’interesse di studenti e ricercatori del Politecnico di Zurigo».

Promuovere e collegare la zona alla fitta rete di sentieri della sponda destra

Una particolarità ancora da valorizzare tramite la realizzazione di alcuni percorsi didattici e una maggiore informazione nei confronti della comunità e dei turisti. «Dall’acquisizione della licenza edilizia a oggi la nostra Fondazione si è principalmente focalizzata su interventi di manutenzione e ripristino: la posa della canalizzazione, la creazione di un bacino di acqua potabile e le opere di consolidamento». Oltre a ricaricare l’alpe e (ri)mettere in funzione la baita, Battaglioni e colleghi hanno intenzione di connettere la zona alla fitta rete di sentieri presente sulla sponda destra del Bellinzonese. «L’operazione piace, tutti sono contenti della riuscita del lavoro e della possibilità di trascorrere una giornata circondati da una cornice mozzafiato. Da poco è iniziata la riattazione, ormai in fase di ultimazione, e messa in sicurezza di una fatiscente mulattiera che permetterà di unire l’alpe alla capanna Albagno (1’923m) e facilitarne la percorrenza alle famiglie. Le opere non sono infatti solo a carattere locale, l’intenzione principale era di mettere in rete le strutture con le differenti iniziative di questa sponda come l’alpe Cassegno, il ponte tibetano e Curzútt. Da Monte Carasso fino a Gudo. Non è sufficiente ricostruire edifici e ripristinare pascoli, il territorio chiede di ritornare a vivere», conclude Battaglioni. Dopo la cerimonia inaugurale prevista per il prossimo mese di agosto, la Fondazione spera di prendere in considerazione eventuali altri aspetti che potrebbero essere valorizzati quale, ad esempio, la sistemazione dei sentieri e dei percorsi che circondano la zona così da proporre un’ampia offerta ricreativa.

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