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laR
 
11.01.2022 - 05:15
Aggiornamento: 18:17

Salta la Legge cantonale sulle cave. Zali: ‘Va bene così’

Di fronte alla muraglia di ‘no’ il Dt e il governo hanno deciso di abbandonare il progetto criticato da ditte, Comuni, Patriziati e impresari costruttori

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Ti-Press
Claudio Zali

La Legge cantonale sulle cave non si farà. Facendo propria una proposta di risoluzione sottopostagli dal Dipartimento del territorio, il Governo cantonale ha deciso di abbandonare la proposta sviluppata dal Dt stesso riprendendo l’iniziativa parlamentare presentata nel dicembre 2019 dall’allora granconsigliera leghista luganese Amanda Rückert. Disegno di legge posto in consultazione in autunno per tastare il terreno nell’ottica di regolarizzare il settore meglio di quanto non lo sia già attualmente. La muraglia di ‘no’ eretta nei mesi scorsi dal mondo della pietra naturale (ditte grandi e meno grandi), dagli ambienti patriziali (singoli e Alleanza cantonale), dai Comuni direttamente toccati (in primis Riviera) e anche dalla Società impresari costruttori ha indotto il consigliere di Stato Claudio Zali a fare un passo indietro. «Lette le varie prese di posizione pervenute che sono prevalentemente negative – spiega il direttore del Dt alla ‘Regione’ – abbiamo avuto la netta sensazione che non vi fosse una concreta possibilità di far avanzare il disegno di legge», nemmeno modificandolo. «Si è tentato di fare un esercizio che andava comunque avviato, ma da subito è stato chiaro che non ci sarebbe stata rispondenza. Probabilmente non siamo andati nella direzione giusta» col tipo di regole proposte «che hanno suscitato grande diffidenza e scatenato una quasi mobilitazione». Per contro, chi vedeva di buon occhio il tipo di esercizio proposto, forse qualche ditta del ramo, «non si è pronunciato, come spesso succede». Ma alla fine «va bene così e lo accettiamo senza fare drammi», anche perché quello dell’estrazione e lavorazione della pietra naturale ticinese «non è un settore fuori controllo e anzi già dispone di regole settoriali». Detto altrimenti, «non è il Far West, sebbene io rimanga convinto che necessiti di un riordino». Di sicuro, riconosce a questo riguardo Claudio Zali, l’esercizio «era ambizioso perché andava a incunearsi tra pianificazione territoriale locale e cantonale, rapporti patriziali, commesse pubbliche, aspetti edilizi, contratti di lavoro e altro ancora». Un contesto già di per sé complesso che avrebbe facilmente rischiato di sfociare in un muro contro muro esacerbato dalle inevitabili dinamiche politiche in sede di valutazione parlamentare.

I vincoli indigesti

A mente del Dt, ricordiamo, la legge avrebbe permesso d’introdurre un’autorizzazione cantonale d’esercizio come già avviene nel settore delle discariche. Un’autorizzazione tecnica, separata dalla licenza edilizia, non pubblicata e non soggetta a rimedi giuridici nei confronti di terzi, vertente non sulle condizioni per autorizzare l’opera, ma sulle condizioni di dettaglio da osservare durante l’esercizio e relative alla gestione delle cave. Al posto degli attuali contratti d’affitto di natura privata – questo uno dei nodi maggiormente contestati da Comuni e patriziati – erano previste delle concessioni di lunga durata (oltre i dieci anni) di sfruttamento sottoposte a procedura amministrativa e a vigilanza cantonale. In entrambi i casi lo sfruttamento delle cave sarebbe stato messo a concorso ogni tot anni, con la differenza che gli attuali concorsi previsti dalla Legge organica patriziale per i beni di proprietà pubblica non vengono organizzati perché il contratto d’affitto è rinnovabile di anno in anno se non viene disdetto da una delle parti.

Le critiche

Corposo l’elenco di critiche piovute da più parti. “Si potrebbe fare meglio già con le norme vigenti, ma non con la nuova legge che genererebbe burocrazia, costi aggiuntivi, complicazioni e incertezza, e che accentrerebbe le competenze sul Cantone riducendo i margini di manovra e apprezzamento di Comuni e Patriziati”, hanno tuonato gli enti locali rivieraschi ritenendo la legge “non gradita, non indispensabile, difficilmente applicabile, non priva d’insidie e in netto contrasto con la necessità di semplificare l’apparato legislativo cantonale e ridurre le risorse impiegate nella sua gestione”. Pollice verso anche dalla Società impresari costruttori che riteneva la legge “troppo complicata, troppo esigente dal profilo ambientale, troppo vincolante nelle disposizioni e nelle richieste in materia di sfruttamento, programma di gestione, garanzie finanziarie richieste al gestore, sistemazione finale, analisi preventive da eseguire, rapporti annuali da allestire e aggiudicazione delle concessioni”. Inoltre secondo alcune ditte la legge avrebbe finito per “ostacolare lo sviluppo del settore” e “instaurare un controllo e un’ingerenza statale in un sistema già altamente regolamentato, con costi supplementari per la collettività a discapito dell’attività imprenditoriale”. Pollice verso infine anche dall’Alleanza patriziale che riteneva condivisibile l’idea di fondo, volta a impostare una regolamentazione cantonale, ma sbagliato il metodo col quale il Dipartimento del territorio “ha calato dall’alto” una proposta messa sì in consultazione “ma senza una preventiva riflessione e discussione insieme ai principali attori ed esperti in materia”.

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