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24.11.2021 - 21:58

Una Legge cantonale sulle cave? ‘Forse sì, ma non così’

L’Alleanza patriziale stronca l’esercizio e il metodo adottato dal Dipartimento territorio per elaborare un testo ‘calato dall’alto’

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Ti-Press
Il presidente dell’Alpa, Tiziano Zanetti

“Riteniamo di principio opportuno regolamentare la materia con una legge sulle cave. Tuttavia invitiamo il Dipartimento del territorio a tener conto della dettagliata presa di posizione firmata da diversi Enti patriziali, in particolare le pertinenti criticità sollevate dai pareri giuridici chiesti a due avvocati dal Comune di Riviera e dal Patriziato di Lodrino, soprattutto sul requisito di un’autorizzazione cantonale di esercizio per le cave la cui portata pratica non appare per nulla chiara. In sostanza, bisogna evitare problemi e probabili impatti finanziari negativi ai Patriziati che mettono in affitto le cave”. Detto altrimenti: condivisibile l’idea di fondo, volta a impostare una regolamentazione cantonale tramite una legge, ma sbagliato il metodo col quale il Dipartimento del territorio ha calato dall’alto una proposta di legge messa sì in consultazione ma senza una preventiva riflessione e discussione insieme ai principali attori ed esperti in materia. Tagliando con l’accetta si può riassumere così la presa di posizione dell’Alleanza patriziale ticinese (Alpa) sul disegno di legge sulle cave. Dopo le critiche mosse dal Municipio di Riviera, dai patriziati della regione direttamente toccati e da due importanti ditte quali il gruppo Maurino di Iragna e la Ongaro di Cresciano, spazio oggi all’ente cantonale che riunisce 200 patriziati e 90’000 patrizi.

‘Bisognava coinvolgere subito gli attori’

«In Ticino da oltre vent’anni – premette il presidente Tiziano Zanetti interpellato dalla ‘Regione’ – si parla dell’esigenza di regolamentare il settore estrattivo. Si tratta di consentire ai proprietari, in primis Patriziati e Comuni, e ai cavisti di poter continuare nel tempo a operare con la necessaria garanzia di tranquillità». Garanzia che è merce rara, al giorno d’oggi. In effetti anche in questo ambito, concorda Zanetti, la situazione «si è complicata per tanti motivi, che si sono sovrapposti, tra cui quelli legati ai piani regolatori, alle norme ambientali, alle concessioni ecc. Temi complessi e di difficile soluzione». Da qui la convinzione che «è nell’interesse di tutti, Patriziati, cavisti, Comuni e Cantone, trovare soluzioni durature che regolino il settore in modo da conciliare le numerose variabili in gioco». Peccato che il metodo scelto sia poco conciliativo. È questo che l’Alpa intende dire? «Considerato che le aspettative erano alte in una situazione tanto delicata e complessa – risponde il presidente – sarebbe stato indispensabile coinvolgere da subito tutti gli attori interessati. Purtroppo così non è stato. Perciò l’Alpa, e in particolare il suo Consiglio direttivo, sono solidali con le considerazioni espresse da Patriziati, Comuni, cavisti e operatori del settore. In definitiva invitiamo il Dipartimento del territorio a un ripensamento generale».

‘C’è il rischio di cessazione’

Quali, chiediamo, i punti sensibili che andrebbero rivisti? Anzitutto «pur ritenendo di principio opportuno regolamentare la materia, ci associamo al dubbio, sollevato da più parti, se sia necessaria una legge come quella formulata dal Dt, o se invece non siano sufficienti gli strumenti normativi già esistenti quale per esempio la Legge organica patriziale. Ripeto, ci ritroviamo ora con una proposta di legge calata dall’alto e che sta sollevando perplessità e ferme opposizioni un po’ da ogni parte». Nel concreto? Andando un po’ più a fondo, l’Alpa nella propria presa di posizione inviata al Dt indica che la proposta di legge “non soddisfa le aspettative” e che “presenta criticità importanti che impongono una rielaborazione completa di tutto il progetto”. A cosa vi riferite? «In particolare – illustra Zanetti – il riferimento va ad alcuni aspetti pratici che sono già stati sollevati dai principali attori del settore: ossia il rischio di disincentivare o addirittura di far morire l’attività estrattiva, con evidenti danni di natura economica e ambientale; c’è insomma il forte rischio che il proposto impianto legislativo finisca per far scomparire uno dei rari settori economici di sfruttamento di materie prime in Ticino».

No al concorso pubblico

In soldoni viene ritenuta «inaccettabile, e in contrasto con gli interessi di tutti, la ventilata possibilità d’introdurre il concorso pubblico per l’assegnazione dello sfruttamento delle cave». Un metodo diverso dalla situazione attuale (trattative bilaterali e contratti d’affitto), il quale «non fa altro che alimentare timori per il rischio di perdere posti di lavoro e di avviare possibili contenziosi giuridici». Il concorso pubblico «sfocerebbe inoltre in un’insufficiente tutela di coloro che hanno effettuato importanti investimenti nel settore estrattivo». Senza contare «il pasticcio, anche giuridico, delle responsabilità in merito ai controlli di sorveglianza e a eventuali lavori di ripristino o di risanamento». Da qui il segnale inviato al Dipartimento del territorio, affinché recepisca chiaramente che «siamo a disposizione, come del resto lo sono anche gli altri attori coinvolti, per trovare insieme una soluzione adeguata che, insisto, possa garantire un futuro stabile a un settore delicato e prezioso dell’economia ticinese».

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