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laR
 
04.11.2021 - 05:30
Aggiornamento: 11:50

Disegno di Legge sulle cave, una sassata dalle ditte

Il gruppo Maurino di Biasca, che riunisce più Sa attive nel Sopraceneri, critica la proposta elaborata dal Dipartimento del territorio

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Marzio Maurino (a destra col figlio Cesare) è il decano dei cavisti in Ticino (Ti-Press)

Il progetto di Legge cantonale sulle cave “ostacola lo sviluppo del settore” e “vuole instaurare un controllo e un’ingerenza statale in un sistema già altamente regolamentato, con costi supplementari per la collettività a discapito dell’attività imprenditoriale”. Se quello del Comune di Riviera e dei patriziati della regione è un ‘no’ granitico, come riportato ieri, la contrarietà espressa oggi da alcuni operatori del settore è una sassata. In undici pagine trasmesse al Dipartimento del territorio tramite il proprio legale, il gruppo Graniti Maurino di Biasca portato avanti da Marzio e dal figlio Cesare silura il disegno di Legge cantonale sulle cave posto in consultazione. Gruppo di cui fanno parte tre altre società di Peccia, Iragna e Cresciano, e la cui presa di posizione è sottoscritta da una quarta azienda valmaggese. Marzio Maurino in virtù dell’età e della lunga carriera è il decano nel settore in Ticino. Un’opinione di peso dunque, la sua, che circola nell’ambiente raccogliendo ampi consensi.

Da cento a poche unità

Per cominciare l’avvocato Mattia Tonella critica l’approccio dipartimentale, visto che la proposta di legge “pare essere stata elaborata senza coinvolgere persone che conoscono a fondo la realtà delle cave, che sanno cos’è una cava, perché c’è la cava, che cosa vuol dire estrarre, produrre, vendere e far tornare i conti”. Quelle attualmente attive “sono tutte aziende a carattere familiare”. In Ticino sono attive quali “cavisti reali” al massimo una dozzina di aziende, “tutte saldamente in mano alle stesse famiglie da 50 anni”. Marzio Maurino lavora in azienda da 60 anni e porta avanti la tradizione della più vecchia azienda del Ticino da 128 anni: “Quando iniziò a lavorare nel 1961, in Ticino erano attive più di cento cave, grandi e piccole. A quei tempi ognuno poteva aprire una cava senza permesso. Comuni e Patriziati erano ben contenti che vi fossero delle cave perché creavano occupazione”. Ma dopo un primo proliferare, a poco a poco le aziende scomparvero per diversi motivi.

Comuni inadempienti dopo 5 anni

I fari vengono poi spostati sui Comuni: “A cinque anni dall’entrata in vigore della Scheda V8 del Piano direttore cantonale, che è chiara ed è più che sufficiente per preparare le basi per un’organizzazione razionale delle cave, in alcuni comparti mancano ancora regole pianificatorie spesso per mere ragioni di rapporto costi-benefici fra la spesa di pianificazione e lo scopo perseguito. Il Cantone dovrebbe quindi garantire che i Comuni dessero seguito al loro obbligo di pianificare. Che invece il disegno di legge inibisce creando un ostacolo”. Comuni che in caso d’inadempienza “andrebbero multati”. Quanto ai Patriziati proprietari, ebbene “non hanno mai investito per aprire o favorire lo sviluppo delle cave con la costruzione di strade, infrastrutture e disboscamento. Si sono sempre trovati le cave aperte incassando, tanto o poco, l’affitto”. In definitiva la mancata applicazione della scheda V8 “non può fungere da motivazione per intervenire con una legge sulle cave del tutto inutile”. Semmai “si aggiornino prima i Pr che tengano conto delle condizioni di sviluppo e di gestione a dipendenza della localizzazione delle cave. E per le proprietà patriziali si aggiorni la Legge organica con un articolo ad hoc che garantisca la debita considerazione e la tutela nei confronti degli attuali gestori per gli investimenti, le installazioni, le infrastrutture”.

Fra burocrazia e libertà

Nel merito del disegno di legge, prosegue l’avvocato Tonella, se verrà implementato “costringerà le mie mandanti a rivedere tutti i loro piani di estrazione e sviluppo. Già ora la difficoltà nel reperire personale che esegue i lavori particolarmente faticosi è alta; in futuro sarà sempre più difficile, costoso e incerto”. S’insiste poi sull’abbondanza di leggi e norme che già regolano il settore: “Oltre alla già citata Scheda V8, si pensi alla Legge edilizia, a quella organica patriziale, a quelle sulla pianificazione del territorio e sullo sviluppo territoriale”. Andando al sodo della questione, il legale del gruppo Maurino ritiene che la proposta dipartimentale raggiunge lo scopo contrario rispetto al voluto approccio cantonale globale che si propone di non ostacolare le attività ma anzi facilitarle rendendo lo sfruttamento razionale, sistematico e produttivo della pietra: “Essa introduce una regolamentazione eccessiva, inutili paletti e ostacoli burocratici”. Quanto poi alle presunte difficoltà in cui verserebbe il settore estrattivo, questa tesi viene ribaltata sul Cantone: “Le uniche difficoltà sono quelle burocratiche per poter operare con una certa libertà e nel reclutare manodopera: è a causa di questi fattori che in futuro si dovranno chiudere diverse cave”.

Impatto ambientale

E poi, l’impatto sull’ambiente che la legge vorrebbe mitigare con nuove regole: il rispetto delle norme ambientali “viene già sufficientemente assicurato nel contesto delle procedure edilizie”. E poi le attività di cava, assicura il gruppo Maurino, “non generano impatti ambientali rilevanti. Non causano un degrado del paesaggio, anzi lo qualificano e lo identificano, e sono paradossalmente un’attrazione turistica mediaticamente molto seguita. Lo confermano le continue domande di visita, come per esempio sulla cava di marmo Cristallina con visite guidate, riprese di film o fotoshootings a livello nazionale e internazionale”. Vero è, tornando alla Riviera, che l’impatto è talvolta evidente: “Nei casi in cui vi è un degrado dovuto al rumore, polvere o inquinamento, i Comuni e il Cantone dispongono già oggi degli strumenti sufficienti per limitare tali emissioni”.

No ad aggiudicazioni periodiche

Una delle novità più criticate da Comune e patriziati è l’introduzione del concorso pubblico di assegnazione e la trasformazione degli attuali contratti d’affitto (di natura privata) in concessioni (procedura amministrativa). Maurino su quest’ultimo mostra una parziale apertura, “a condizione che le concessioni siano, sia per i sedimi delle cave sia per i sedimi dei laboratori, con diritto di superficie”. Quanto invece alla prima novità, “l’insicurezza e l’instabilità viene esacerbata proprio dal sistema imposto dal disegno di legge di aggiudicazioni periodiche”, peraltro inizialmente in assenza di norme transitorie. Chi da anni ha avviato, coltivato e mantenuto una cava “deve invece poter continuare l’attività senza dover sottostare a un concorso pubblico, col rischio di perdere la cava senza ricevere il giusto compenso per tutto quanto ha preparato, o di esporre il patriziato a richieste di enormi risarcimenti per gli investimenti effettuati”. In tal senso i laboratori che dipendono dalla materia prima estratta dalla cava “dovrebbero beneficiare di una protezione pubblica per poter mantenere l’attività e l’indotto generato, e non dover rischiare di perdere la fonte della materia prima per effetto dell’esito negativo del concorso pubblico”. Pollice verso anche sui tempi della concessione: considerati gli sviluppi puntualmente immaginati nell’arco di 20-30 anni, “una limitazione a dieci è troppo corta e dimostra l’assenza di conoscenze del settore da parte di chi ha redatto prima l’iniziativa parlamentare Rückert (stralciata, ndr) e poi il disegno di legge. La mano è la stessa”.

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In Riviera un muro di granito contro la Legge sulle cave

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