La Casa Bianca ha scelto come quartier generale un luogo sacro rivisitato secondo le regole Maga: un mix di richiami storici, religiosi e kitsch

Dio è dalla loro parte. E se non lo è, se lo prendono. Come un Maduro qualunque, come la Groenlandia.
Così gli Stati Uniti hanno allestito il loro quartier generale a Davos direttamente dentro una chiesa. L’hanno presa in prestito dagli Evangelici e l’hanno americanizzata in tutto e per tutto: dentro, fuori e intorno. Hanno coperto la facciata con enormi teloni con in alto la scritta ‘Usa House’ e sotto – alternate – tre icone americane circondate da stelle e avvolte nei colori nazionali: la cupola del Campidoglio, l’aquila calva e la torcia della Statua della Libertà, la cui fiamma è passata – probabilmente non a caso – dal color oro a quello dei capelli di Trump.
Ogni telone contiene la scritta ‘Freedom 250’, a ricordare che il 4 luglio di quest’anno saranno passati esattamente due secoli e mezzo dalla firma della Dichiarazione di Indipendenza. Per rendere il tutto ancora più sacro e megalomane – come si conviene già a un’America senza Trump, figuriamoci con – lo spazio è stato ribattezzato “The Sanctuary” (Il santuario).
R. Scarcella‘House of God’Ma gli Stati Uniti non sono tali fino in fondo se alla grandeur istituzionale non affiancano almeno un po’ del loro lato kitsch; e così nella casa che sovrasta la chiesa (e che fa da retrobottega alla scintillante vetrina) è stato messo uno di quei grossi striscioni blu elettrico in plastica spessa con caratteri bianchi dozzinali, tipici dei megaconcessionari di automobili o delle svendite negli outlet fuori città grandi come città: di solito c’è scritto ‘For sale’ (‘In vendita’) o qualcosa del genere, qui compare invece ‘House of God’ (‘La Casa del Signore’). Stessa cosa davanti alla porta d’ingresso.
Ancora più in alto, però, c’è una casa i cui proprietari non devono essere granché soddisfatti del Wef e ancor meno dell’operato del presidente americano. Sui balconi hanno esposto lo striscione ‘Nazi Trump, fuck off’ accompagnato da altri due contro il Forum.
La chiesa è nel pieno centro cittadino, dove devono o vogliono passare tutti o quasi: chi è in auto, chi è a piedi, chi entra nella zona rossa dove c’è il Congress Center e chi si accampa fuori, eleggendolo a luogo di protesta. I curdi vanno lì tutti i giorni: sventolano bandiere, cantano slogan contro il nuovo potere siriano, contro Erdogan e contro la Turchia. Sono in tanti. Uno di loro alza un cartello che strappa l’applauso di molti presenti: ‘Il diritto a vivere non è il monopolio di nessuno’.
R. Scarcella‘Il diritto alla vita non è un monopolio di qualcuno’Solitaria è invece la protesta di un uomo che a Davos è venuto da solo da Zurigo portando con sé un cartello. Si chiama Marcus Haberthur, ha 71 anni ed è un novizio del Wef: “Quest’anno mi sono detto che dovevo fare qualcosa. Ed eccomi qua”. Su un lato ha scritto ‘Us-Fi: United States of Fascists&Idiots. Gli anni Trenta sono tornati. Benvenuti in un mondo di dittature, razzismo, guerre imperialiste, repressioni...’. Ma ne ha anche per l’Europa. Per lui, come per molti, la linea da non oltrepassare si chiama Groenlandia.
Pochi passi più in là c’è invece un manifestante che al Wef non rinuncia da vent’anni. Si chiama Alec Gagneux: armato di volantini e tanta pazienza prova a spiegare a chi si ferma che non è questa la forma che dovremmo dare al mondo. Sulla sacca dove tiene i volantini si legge il messaggio ‘Un minuto di silenzio per tutte le vittime dell’avidità’. Sullo sfondo si vede la grande aquila calva che copre il Santuario.
Tutt’intorno c’è invece un’infinita fila di strani negozi-non negozi con sopra loghi di aziende incorporee, che non hanno veri oggetti da vendere: Meta, Pinterest, Google... Infatti vendono, anzi regalano altro: cioccolata, marshmallow, pudding, bibite energetiche. Cosa ci fanno lì? La risposta passa sotto forma di sciarpa indossata da una signora. C’è scritto: “I am not data”.
R. ScarcellaIl negozio-non negozio di MetaEntrare nella chiesa occupata dagli americani non è semplice: tanta coda e controlli rigorosi con tanto di metal detector e un po’ di nervosismo. Dentro, invece, tutti sorridono: c’è un minibuffet gratuito per la colazione e due sale per i giornalisti con appese ovunque locandine del film di Hitchcock "Foreign Correspondent” (letteralmente “Il corrispondente dall’estero” che in italiano prese un altro titolo: “Il prigioniero di Amsterdam”).
Poco più avanti, sulla sinistra, c’è un angolo dedicato al culto della famiglia Trump, con due grossi poster del film “Melania” (dedicato alla First Lady e in uscita il 30 gennaio) e un quadro del presidente che riprende pari pari la sua foto istituzionale con lo sguardo torvo. Sul tavolino, sovrastato da un grande toro nero, ci sono diverse copie del libro del ministro della Sanità Robert F. Kennedy Jr. “American Values” (“Valori americani”).
Vedere e ascoltare in quell’atmosfera patriottica – sebbene su uno schermo – la pantomima che Trump ha messo su per presentare il suo Board of Peace è quantomeno straniante, tra ragazzi che scattano in piedi quando lo vedono comparire, un altro che si lega orgogliosamente al braccio una specie di scaldacollo con la bandiera Usa e perfino delle risate sguaiate di alcuni a una battuta poco riuscita del presidente. Piaggeria in pieno stile fantozziano con l’aggravante che il megadirettore galattico non è nemmeno fisicamente presente, ma sta dentro uno schermo.
KeystoneGli interni della chiesa dopo il restylingL’operazione Board of Peace di Trump ormai è chiara: proporre – se non imporre – un’alternativa all’Onu che convenga agli Stati Uniti, ma soprattutto a lui, che ha messo una tassa d’ingresso di un miliardo di dollari e si è già autoassegnato il posto di presidente a vita, nella speranza, una volta fuori dalla Casa Bianca, di governare direttamente il mondo.
A far drizzare le antenne dovrebbe essere già il logo, uno scudo che pare fatto con un programmino amatoriale, simile a quegli stemmi usati nei vecchi videogiochi calcistici in stile Pes per una qualche Top XI di vecchie glorie continentali. Il Board of Peace dovrebbe essere un organismo internazionale, eppure nel logo compaiono gli Stati Uniti in evidenza con il Canada, il Messico, l’America centrale e un po’ di Sudamerica, ma non tutto. E, ovviamente, un pezzo di Groenlandia. Mentre il resto del mondo – come al solito – non è contemplato. E a proposito di pezzi, la battuta più azzeccata di giornata è stata forse quello del suo ex amico Elon Musk, che ha ribattezzato il Board of Peace, “Board of Piece”, giocando sull’assonanza e sul fatto che il ‘Piece’, può essere un pezzo di Venezuela oggi, un pezzo di Groenlandia domani.
KeystoneTrump dopo la nascita del Board of PeaceIniziata in ritardo rispetto al programma e in un’atmosfera mesta che Trump ha provato a ravvivare – senza successo – rimettendo su la tiritera di quanto è bravo a finire le guerre, la cerimonia in cui è stato firmato l’atto di creazione del Board of Peace è una spia accecante di quanto Trump oggi sia visto come un temuto corpo estraneo dalla comunità internazionale. I co-firmatari sono stati appena venti, di importanza relativa sullo scacchiere internazionale, a parte un paio. Ed è bene citarli tutti, per farsi un’idea: Albania, Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrain, Bielorussia, Egitto, Emirati arabi uniti, Giordania, Indonesia, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Pakistan, Qatar, Turchia, Ungheria, Uzbekistan e Vietnam. Dell’Unione europea c’era il solo Orbán. Hanno disertato il Canada, il Regno Unito, l’Australia, il Giappone, l’India, la Cina, la Russia. E così la Svizzera, padrona di casa. Insomma, non c’era quasi nessuno (nonostante Trump abbia parlato di “giornata entusiasmante”, aggiungendo: “Tutti ne vogliono fare parte”). L’applauso finale, poi, sembrava quello distratto della premiazione in una bocciofila.
Trump che affitta le chiese per intestarsi Dio (infilando i suoi ritratti e i poster patinati della moglie accanto alle vetrate con i santi), che strepita contro la Norvegia e il comitato del Nobel e si fa la sua Onu personale tra un’invasione compiuta e un altro paio minacciate, si sente comunque un uomo di pace. Non fa che ripeterlo.
Si intitola proprio così, “Man of Peace’, un brano di Bob Dylan (già, proprio quello di “With God on Our Side”) che a un certo punto dice: “Un uomo ha teso la mano. Potrebbe essere il Führer, potrebbe essere il prete locale. Sai, a volte Satana si presenta come un uomo di pace”.
R. ScarcellaLa fiaccola con la fiamma color capelli di Trump