Nell’epoca digitale, il desiderio di toccare la terra, respirare aria pulita e ascoltare il silenzio non è un lusso: è diventato una necessità, per dar tregua al cervello e stare bene

In un mondo in cui con due tap sullo smartphone puoi farti consegnare sushi a casa alle 23.48 di un piovoso lunedì di metà novembre, ma se ti chiedono di indicare il Nord non sai da che parte girarti senza aprire Google Maps, sorprende fino a un certo punto che la gente abbia improvvisamente voglia di… alberi, erba e silenzio. Tutte cose che, almeno per il momento, non si possono mettere nel carrello Amazon. A parte l’erba, dicono gli esperti.
Perché nell’epoca della tecnologia più avanzata sentiamo così intensamente il richiamo del verde? Secondo psicologi e sociologi, la risposta è lapalissiana: più ci allontaniamo dalla natura, più ne avvertiamo la mancanza. Per ovviare a tale assenza, nel corso dei decenni abbiamo imparato a utilizzare alcuni tristi surrogati come le piante da ufficio (di plastica), lo sfondo desktop con l’onda dell’Oceano Pacifico, oppure il poster della foresta pluviale nella sala d’aspetto del dentista. Tuttavia, tali artefatti appaiono presto desolanti perché ci rendiamo conto che una fontana zen da salotto attaccata a una presa elettrica riproducente fedelmente il rumore dell’acqua, per quanto instagrammabile, non sarà mai paragonabile alla maestosa bellezza di un fiume vero.
© DepositphotosLa connessione davvero essenzialeFortunatamente a interrompere il (solito) tentativo di sostituire qualcosa di vero con qualcosa di finto, è il nostro corpo che, dopo un eccesso di sovraesposizione all’artificiale, si ribella e ci ricorda che per la sua sopravvivenza l’essere umano ha bisogno di luce naturale e non di quella prodotta artificialmente con led, rammentandoci che non siamo fatti per l’immobilità forzata dietro una scrivania bensì, strano ma vero, per il sano movimento. Quando viene a mancare la connessione con la natura, dentro di noi si genera una forma di squilibrio che porta inevitabilmente a stress, ansia e senso di alienazione, ma il tutto sembra ridursi notevolmente con una passeggiata in un parco, camminando in un bosco o sedendosi su una panchina all’aria aperta che rappresentano semplici, ma efficaci, soluzioni per mettere in pausa il crescente affanno quotidiano. Vuoi perché la natura vive di movimenti lenti e delicati come quelli delle nuvole, vuoi perché le montagne rappresentano simboli di qualcosa di puro e incontaminato, vuoi perché il mare ha suoni ripetitivi ed è pieno di colori, i benefici che genera il contatto con la natura si estendono anche al nostro sistema immunitario avendo finalmente a che fare con ambienti non sterilizzati.
Il nostro cervello, abituato a uno stato costante di allerta, davanti a questi pattern si calma e si rilassa e non perché tutto a un tratto diventi zen, ma perché finalmente smette di doversi impegnare nel dover filtrare il caos artificiale.
In un’epoca dominata dal digitale, il desiderio di toccare la terra, respirare aria pulita e ascoltare il silenzio non è un lusso: è diventato una necessità. Fa sorridere (e piangere) pensare di essere arrivati al punto da desiderare la vicinanza di un ambiente che non ci aggredisca ogni secondo. Forse amiamo la natura perché, al contrario della società, è piena, ma non urlata; non si tratta di nostalgia romantica per un passato idealizzato, ma del riconoscimento di un bisogno essenziale. Cerchiamo i boschi o l’oceano perché sono una delle poche cose rimaste che non hanno un’opinione sulle nostre scelte di vita. Un albero se ne sta lì e basta, in un silenzio privo di giudizio. Non chiede abbonamenti, non parla, non critica, non chatta, non mette like. Non ha bisogno di noi. O meglio, è totalmente indifferente alla nostra presenza.
Cerchiamo la natura perché lì dentro non siamo nessuno, ed essere nessuno, ogni tanto, è la libertà più grande che ci sia. Forse abbiamo anche bisogno di ricostruire un legame fragile e che in qualche modo sentiamo a rischio vivendo nella costante coscienza della crisi climatica, dell’inquinamento e della distruzione degli ecosistemi. E forse sappiamo di essere parte del problema.
Oppure, in fondo, siamo semplicemente stanchi. Stanchi di essere sempre connessi, sempre reperibili, sempre disponibili, sempre on. La natura non è solo una fuga; è l’unica cura per un’umanità che soffre di sovradosaggio da sé stessi. Camminare sulla sabbia non è un’opzione da weekend, ma è l’atto radicale di ricordarsi che prima di essere utenti e consumatori, siamo mammiferi spaventati che cercano solo un posto tranquillo dove respirare e dove trovare un po’ di silenzio in un mondo che ha dimenticato come si fa a stare zitto.
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