Che cosa definisca la felicità è difficile dirlo: tutti aneliamo essere felici, nonostante gli inciampi della quotidianità

Nel dibattito contemporaneo sul benessere, una domanda ricorrente è se la felicità sia da considerarsi un’emozione passeggera o piuttosto debba essere intesa come uno stile di vita. Filosofi, psicologi e sociologi provano da sempre a definirla, ma nessuna spiegazione sembra esaurire un concetto così mutevole e personale.
Il tema merita approfondite riflessioni, anche perché c’è indubbiamente qualcosa che non funziona nell’essere umano se trascorre un terzo della vita a dormire e sembra sia la fase in cui si senta più libero e felice.
Definire la felicità è un processo complesso, conviene partire considerando cosa la felicità non è. Non è un’assenza di problemi. Nessuno è felice perché non ha problemi, di solito è felice nonostante i problemi. È impossibile non avere apprensioni, anche perché la nostra mente non riuscirebbe a gestire il “vuoto di pensieri” avendo il costante bisogno di sentirsi occupata. Quando superiamo una difficoltà, dentro di noi proviamo una profonda soddisfazione e ci sentiamo subito più leggeri, ma, poco dopo, accade una cosa senza alcuna logica: subentra subito un’altra preoccupazione! D’altronde, cosa faremmo tutto il giorno se non avessimo più problemi?
Non è un punto di arrivo dopo il quale “tutto andrà bene per sempre”. C’è questa cosa che nessuno vuole sentirsi dire, ma è tra quelle che contano di più. Uno stile di vita felice non elimina lutti, delusioni, errori, momenti di solitudine, di fallimento, di confusione. La differenza non sta nel non soffrire, ma nel non crollare ogni volta in modo irreversibile.
Non è conformarsi alle aspettative degli altri. Felicità non è fare il lavoro che fa contenta la famiglia, vivere la relazione che sembra giusta a tutti tranne che a noi, o seguire un copione sociale che ci annoia ancor prima di iniziare la forzata recitazione.
Essere felici significa sviluppare un buon livello di tolleranza alle emozioni negative e cercare di non interpretare ogni momento di fatica come prova dell’“ecco lo sapevo, la mia vita è un disastro!”; concedere a sé stessi il diritto di avere giornate, settimane o periodi difficili, senza trasformarli automaticamente in una condanna esistenziale non è ottimismo tossico. È realismo emotivo.
Non è mai quello che ci capita bensì è quello che ci facciamo con quello che ci capita, dicevano i saggi. Aspetta o erano i social a dirlo? Non ricordo precisamente chi-ha-detto-cosa, ma è abbastanza logico comprendere che sono le scelte messe in atto tutti i giorni a determinare il nostro livello di benessere in quest’epoca dalle infinite opzioni, visto che possiamo cambiare lavoro, città, stile di vita, partner, e tutto ciò che desideriamo. In teoria è magnifico, in pratica è estenuante.
Ogni scelta porta con sé il peso di tutte le alternative scartate, e così invece di goderci ciò che abbiamo, restiamo sospesi nel rimpianto di ciò che avremmo potuto avere. È il paradosso della scelta: più possibilità abbiamo, più rischiamo di sentirci insoddisfatti.
Se da un lato la felicità ha delle componenti che non controlliamo come gli eventi esterni (sfighe comprese) e le predisposizioni personali di ciascuno, dall’altro è il risultato di abitudini, atteggiamenti e priorità che coltiviamo.
Alla fine siamo solo noi a decidere quanta cura mettere nelle relazioni che ci interessano, a dare valore al tempo libero decidendo di praticare uno sport o un hobby e a decidere se rallentare quando il corpo invia preoccupanti e inequivocabili segnali.
Che poi, è così difficile provare a esser felici? Forse basterebbe trovare ogni giorno una cosa che fa bene al corpo (anche solo dieci minuti di camminata), fare una cosa che ci piace (chissenefrega se è inutile) e ricercare un contatto umano non tossico (cosa sempre più rara).
La felicità così intesa non diventa più un’agognata meta da raggiungere, ma semplicemente un modo di abitare il quotidiano che non elimina le difficoltà, ma permette di affrontarle con maggiore resilienza aiutandoci ad accettare ciò che non si può cambiare, riconoscendo le imperfezioni della vita e imparando a convivere con l’incertezza e affrontando momenti difficili senza perdere stabilità interiore. Non si tratta di rassegnazione, ma di maturità emotiva.
Non è immotivato ottimismo ingenuo, ma efficace consapevolezza attiva: scegliere ciò che ci nutre e allontanare ciò che ci logora, riducendo il superfluo e provando a costruire un equilibrio. Insomma, che si tratti di emozione passeggera o stile di vita, provare a essere felici nonostante il rumore. Si può.