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Uno degli impianti di carbone ancora in funzione tra Ohio e Pennsylvania.
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16.05.2021 - 08:00
Aggiornamento: 17.05.2021 - 08:51
di Emiliano Bos

United Roads of America. Chiedi alla ruggine

Una volta la "Rust Belt" era il cuore industriale e produttivo degli USA. Oggi questa manciata di Stati orientali cerca di ripartire, come può e a fatica

Pubblichiamo un articolo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.

“Senza lavoro, che uomo sono?”. L’interrogativo esistenziale di Rick Marsh era pesante come il cofano della Corvette gialla custodita con premurosa attenzione nel garage della sua casa. Periferia di Lordstown, nell’Ohio industriale e arrugginito. Era l’ottobre 2019, questo operaio della General Motors dopo 25 anni di lavoro era stato costretto a scegliere. O la borsa o la vita. Scelse la borsa, c’infilò dentro la tuta blu e partì. Non c’era alternativa. La “sua” fabbrica aveva chiuso. L’ultima Chevrolet era uscita dalle catene di montaggio sei mesi prima, dentro l’inconfondibile impianto che si scorge dalla Statale 80 quando si viaggia da Pittsburgh a Cleveland. Altra ruggine sulla Rust Belt. Stesso destino della vicina Youngstown, ex capitale dell’industria manifatturiera. Entrambe diventate monumenti a un passato carbonifero ormai seppellito. Altiforni divenuti spettri glaciali che si stagliano nel cielo imbottito di nuvole color piombo. Sembra tutto in bianco e nero. Sono spariti i blue collar che brulicavano nei padiglioni della GM. Erano 15mila. Gli ultimi 1’200 licenziati nel 2019.  


© E. Bos
Rick Marsh, fotografato nella sua casa in Ohio nel 2019, prima di essere costretto a trasferirsi in Kentucky per non perdere il suo lavoro da tuta blu.

Tute blu & middle class

Per Rick la prospettiva sembrava la stessa. “Quelle Chevrolet sono la mia identità. Ho iniziato a lavorare lì dopo la scuola superiore, non so fare altro” mi raccontò Rick, allora 45enne, seduto sul divano a dondolo della veranda di una villetta con un grande giardino a ridosso del bosco. Era preoccupato soprattutto per sua figlia Abby, di 11 anni, con problemi di disabilità. Temeva di perdere il network di amici e familiari da sempre vicini a lui. E gli crollava addosso quel mondo di piccole comodità che la middle class manifatturiera s’era costruita col tempo. Soprattutto qui nel Midwest. L’unica alternativa per Rick era accettare il trasferimento a 800 chilometri di distanza. Inizialmente impensabile. Ma quando fu inevitabile, per sfuggire al temuto licenziamento lo accettò. Adesso, al telefono dal Kentucky, mi racconta che “è stata durissima”. Per quasi 8 mesi ha vissuto da solo in un appartamento a Scottsville, a pochi minuti d’auto dal confine col Tennessee. Ma a otto ore dalla famiglia in Ohio. Malgrado il Covid-19 è poi riuscito a vendere la sua casa a Lordstown e a ristrutturare quella appena acquistata in Kentucky. Moglie e figlia lo hanno raggiunto. “Almeno non ho perso il mio lavoro. Non è proprio una vita normale, ma quasi”. La sua normalità, insiste, è stata riprendere i turni di lavoro in fabbrica. Ora assembla le Corvette. Proprio come la sua gialla, che si è portato dall’Ohio.  


© E. Bos
Il picchetto di operai all’esterno dellʼimpianto della General Motors durante le proteste contro i licenziamenti nel 2019.

Vecchi tempi e auto nuove

La prima Chevy prodotta nell’impianto di Lordstown fece il titolo d’apertura del Vindicator di Youngstown. Lo storico quotidiano locale ha seguito il declino beffardo dell’impianto, indifferente alle storie di dedizione e sacrifici dei suoi dipendenti: chiuso perché non produceva abbastanza profitto. Qualche anno fa Trump vinse in questa contea promettendo il ritorno della manifattura. “Ma non è possibile, qui è cambiato tutto”, mi disse Bertram De Souza, editorialista proprio del quotidiano locale Vindicator. A suo parere le tute blu – soprattutto bianchi e senza livello di istruzione secondario, proprio come Rick – erano rimaste bloccate in un modo di pensare ormai anacronistico. Quella nostalgia degli “old days” con una paga oraria che permetteva di pagare il college ai figli. “Ma quei vecchi tempi non torneranno più, malgrado le promesse di Trump”, insistette De Souza un paio d’anni fa. Ora, forse, arrivano tempi nuovi.  


© E. Bos
Le vestigia industriali del passato siderurgico di Youngstown, città-simbolo del declino industriale del Midwest.

Ultium vs litium 

“Senza fabbriche qui è la fine per tutti”, fu il lapidario commento della signora Jeanette. L’anziana gerente della piccola tavola calda a pochi chilometri da Lordstown infilava con precisione le banconote verdi nel registratore di cassa cromato, probabilmente suo coetaneo. Le acciaierie di queste lande tra Ohio e Pennsylvania non sbuffano più i loro veleni metallurgici come quando questo diner d’altri tempi formicolava di camionisti di passaggio. Anche le miniere sull’altro lato della valle del Mahoning e giù giù fino alla West Virginia rigurgitano un po’ meno porcherie nell’atmosfera. Ma la disintossicazione post-fossile sta iniziando solo ora a prendere forma. Una transizione lenta, che però potrebbe transitare proprio dai capannoni dove un tempo lavorava Rick. Proprio a Lordstown è appena terminata la costruzione di un impianto della General Motors per la produzione di batterie elettriche. La svolta ‘pro clima’ di Joe Biden non concede l’opzione della testardaggine o della riluttanza. Chi non cambia è fuori mercato. Ma è persino troppo lenta per alcuni governatori qui in USA. Che chiedono veicoli a emissioni zero al più presto. General Motors a inizio 2022 in Ohio produrrà batterie con tecnologia “ultium”, basata ancora sul litio, diventato l’oro bianco di questa nuova gold rush. Nel deserto del Nevada, la Tesla produce da anni batterie agli ioni di litio nella sua faraonica “Gigafactory”.
Lo stesso deserto che altri affamati di minerali ormai “critici” vorrebbero sventrare per estrarne ancora di più. Almeno qui in America, dove per adesso c’è una sola miniera di litio. Che insieme a cobalto e nichel diventerà sempre più strategico per la produzione di auto elettriche. Crescono però le preoccupazioni. Perché la metamorfosi dai veicoli inquinanti a quelli green rischia di avere pesanti ripercussioni. Proprio perché la nuova corsa ai metalli rari potrebbe avere impatti devastanti per l’ambiente. Rick, intanto, continua a produrre le “vecchie” auto a benzina nella fabbrica in Kentucky. Per ora. E si tiene stretta la sua Corvette gialla, ormai già parcheggiata nel garage della Storia. 


© E. Bos
La prima pagina del giornale di Youngstown che celebrava la prima Chevrolet prodotta. Era il 1966.

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