Nata nel 1929 (e morta nel 2011), Christa Wolf è stata una delle scrittrici, saggiste e intellettuali tedesche più importanti del secondo Novecento, considerata la voce letteraria più autorevole della Repubblica Democratica Tedesca

Berlino è sulla punta nordest della Germania, posizione anomala per una capitale. Come se Bolzano fosse la capitale d’Italia, Strasburgo della Francia, Barcellona della Spagna, ipotesi plausibile da un lato, ma per ragioni politiche impossibile. Per molta parte della vita di Christa Wolf (1929-2011), Berlino fu la capitale della sola DDR, la Repubblica Democratica Tedesca (la sigla in italiano: RDT). Capitale della Germania occidentale, dal 1949 al 1990, fu Bonn. Christa Wolf nacque in quei paraggi quando però erano Polonia. Nacque cioè a Gorzow Wielkopolski, e Ihlenfeld è il suo cognome d’origine. Molto più eufonico “Christa Wolf”. Anche il nome delle scrittrici e degli scrittori non è irrilevante, come quello dei loro personaggi. Per Gustave Flaubert ci vollero mesi e mesi per comprendere che la signora Bovary doveva chiamarsi Emma.
© Wikipedia/Bundesarchiv, BerlinNel tempo in cui Berlino era spaccata in due come il Paese in cui si trovava, Christa Wolf viveva nella parte est. Ha scritto fin dalle sue prime prove, fra narrazione e saggio, ispirandosi a un socialismo uguale e distante da quello che proponeva il governo che reggeva il Paese. Quando si accorse che i due socialismi erano più distanti che uguali, la scrittura mutò sensibilmente. Poi difese con un po’ troppo calore il cantautore Wolf Biermann e fu esclusa dal direttivo dell’Unione degli Scrittori. Più tardi lasciò lei stessa l’associazione. La sorveglianza da parte della Stasi, da quel momento, fu un atto scontato. E la scrittrice ne fa materia di racconto in uno dei suoi libri più suggestivi, Quel che resta, non tra i più nominati (che sono, meritatamente, Trama d’infanzia, 1976, Cassandra, 1983, fra gli altri).
© Wikipedia/Bundesarchiv, Berlin“Volevo sapere – era un mattino di marzo, fresco, grigio, neanche tanto presto – come avrei ripensato a questo giorno ancora vivo, ancora non trascorso, fra dieci, venti anni”. Mentre scriveva questa frase, in un giorno dell’anno 1979, non sapeva che il suo romanzo sarebbe stato pubblicato esattamente dieci anni dopo, appena dopo il crollo del muro. Quel che resta (Was bleibt) è il resoconto puntuale di una giornata vissuta dalla protagonista. Spia dalla finestra chi la sta spiando scopertamente. Tre giovani dentro una macchina, dall’altra parte della strada. “Secondo l’opinione del nostro conoscente ben informato noi eravamo assegnati al livello più basso della sorveglianza, quella con funzione di ammonimento, associata alla seguente disposizione per gli organi esecutivi: vistosa presenza”.
Cerca di comprenderli quei giovani, di osservarli fuori dal meccanismo dello stato dispotico. Li osserva che escono per andare a comprare tre panini. Quando esce di casa passa accanto alla macchina. Spia poi, incessantemente, cosa produce questo mondo esterno dentro di lei.
Come si rifletta quel grigio spento nel suo stato d’animo. Vuol sapere “quel che resta”. Tutto è stato detto ai cittadini della DDR. Cosa devono fare e cosa no, cosa poter pensare o no. Ma c’è qualcosa che si sottrae all’ammaestramento, per quanto un regime totalitario voglia credersi e farsi credere onnipresente. Spesso riuscendoci. “Lo spavento contraeva, dentro di me, ciò che la gioia fa esplodere. Qual era stata l’ultima volta in cui avevo gioito?”. Cosa resta poi al fondo degli animi delle persone, non visto (invisibile spesso a loro stesse), protetto in qualche modo, non toccato dai sistemi dello stato di polizia? Cosa resta ai margini della città?
© Wikipedia/Bundesarchiv, BerlinUn problema si presenta all’autrice fin dalle prime righe: in quale lingua raccontare. In quale pensare, prima, per riferire quel che si vede o prova. La scrittrice si propone la ricerca di questa nuova lingua. Ricordando Giordano Bruno e la sua lingua (“l’ho imparata dalla balia”, diceva), Maria Zambrano la loda, e loda l’italiano. Salvo quello mieloso, dolce. La lingua dolce, sostiene la filosofa spagnola, “non dice la verità”. E Christa Wolf: “... nella mia nuova lingua, la quale sarebbe stata più dura di quella in cui ero ancora costretta a pensare”.
Quando tutto intorno a noi si va corrompendo – nei regimi autoritari come in quelli capitalistici –, quel tutto include la lingua. Corruzione più spaventosa perché anch’essa meno visibile. Continuiamo a usare le stesse parole. Le stesse sempre usate e le stesse degli altri. Come si esprimono il posticcio e il menzognero? Con le stesse parole dell’autentico e veritiero. Quindi c’è qualcosa che non va. “Avrebbe cessato di descrivere gli oggetti attraverso il loro aspetto – dice di quell’altra sua lingua, che non conosce ancora – e avrebbe fatto apparire, sempre di più, l’invisibile nella sua essenzialità. Aderente sarebbe stata quella lingua, almeno questo mi pareva di saperlo, delicata e amorosa”. “Non avrebbe fatto male a nessun altro che a me stessa”.
Qua e là si ripete “ancora” in Quel che resta. “Ancora” prelude a un “non più”. Dici e scrivi “ancora” perché sai, senza saperlo, che ci sarà prima o poi il dopo. Quel dopo è ancora lontano mentre scrive Quel che resta. Bisognerà aspettare altri dieci anni. Oppure è vicino, dietro l’angolo, quando un moto di coraggio ti dà la forza della libertà, del non volere aggirarsi per la città solo circospetti, evitando gli sguardi che ti evitano, parlando per non dire nulla.
La giornata ritratta da Christa Wolf avrà al suo culmine un incontro pubblico, tenuto da lei. Non è che sia annullato ogni incontro pubblico nella DDR, anche se sono tutti addomesticati. Tenuto fuori chi proprio vuole entrare. Fatto entrare chi presumibilmente non creerà problemi, non farà domande scomode o non farà domande.
E l’incontro comincia, avvolto dai timori circospetti dell’organizzatrice, quasi un panico, e durante e dopo circolerà molta più aria del previsto. Si faranno domande e saranno domande esitanti e libere, vere, illuse, naturali, semplici. Qualcuno chiederà forse “cosa resta”.
E la scrittrice concluderà, poco dopo, quel giorno e il suo resoconto, con queste parole: “Un giorno, pensai, riuscirò a parlare, con totale facilità e libertà. Ancora è troppo presto. Non dovevo semplicemente sedermi a quel tavolo, sotto quella lampada, sistemare la carta, prendere la penna e incominciare. Che cosa resta. Che cosa c’è al fondo della mia città, e che cosa la manda a fondo. Che non c’è maggior sventura che non vivere. E che alla fine non c’è disperazione maggiore del non aver vissuto”.