Parnasus: psico-mago, filosofo, esploratore, esoterista, esperto di decodifica genealogica, poeta gotico, navigatore di biografie. (Parigi, 11 luglio 1848-luogo indefinito della Patagonia, 31 marzo 1948)

Parigi, 31 marzo 1900
Ancor prima delle parole che sceglieva, fu il tono impomatato e autocompiaciuto a raccontarmi di lui. Non era la forma di eleganza che teneva a ostentare, bensì una messinscena della medesima, intuii. Avevo risposto al telefono e lui aveva interrotto la mia celebre formula di ricevimento, per farmi da pappagallo, per giunta. “Questo è lo studio di Rodolfo Parnasus, dottore dell’anima, siate i benvenuti”. Ripeté con enfasi, come degustando ogni sillaba. “Caspita Dottore, se bastasse la cortesia mi potrei già considerare compreso, se non guarito”.
Questo fu il suo esordio. “Con chi ho il piacere di conversare, sempre ammesso che questa sia una conversazione?”, risposi. “Oh, non tema. Piacere. Walter Patroni, anima ferita, filantropo, genio incompreso, sulla mia condizione umana sorvolerei, Dottore, le basti sapere che la solitudine e il senso di tradimento mi attanagliano, il mondo non mi merita, e che prima di lei ho dovuto assistere, imbarazzato, alle rinunce di uno stuolo di terapisti, che uno dopo l’altro hanno dovuto, ma Dio solo sa che lo hanno voluto, abdicare dinnanzi agli abnormi dolori che stanno segnando la mia gioventù”.
Ammetto, caro Diario, che bramai di sbottare con un sonoro: “Allez au diable!”. Qualcosa però mi trattenne. Certo dell’efficacia delle mie terapie, speravo per lui una redenzione. Oppure (e non me ne vergogno affatto), consideravo segretamente la possibilità di una gelida vendetta. Gli avrei fatto pagare a caro prezzo non soltanto la seduta, ma anche ogni singola antipaticissima parola che gli usciva dalla bocca, che immaginavo essere un orifizio carnoso e flesso, capace di grande elasticità perché abituato a un’attività smodata. Dopo alcune tecniche di respirazione profonda che avevo appreso in un mio vagabondaggio nepalese, riuscii a dargli un appuntamento per l’indomani. “Molto bene, Parnasus, la vedo celere.
Domattina alle 9 puntuale suonerò alla sua porta, si faccia trovare desto e spalancato alle mie narrazioni, conto su di lei”. E mise giù.
© M.B.L’indomani, attorno alle 9 e 51 minuti, il giovane Walter suonò al mio campanello. Esile, scialbo e glabro, dai tratti tenui di un fanciullo: infantomorfo. La camminata era quella dei potenti, pareva muoversi nella stanza in cui era cresciuto. Mi mirò dall’alto in basso. Neppure menzionò l’indecente ritardo. Prese posto e chiese del caffè. Mi presi tutto il tempo per caricare la pipa e accenderla, poi gli indicai il tavolino, sul quale erano posate una caffettiera colma e una tazzina di porcellana intonsa.
“Questo caffè è freddo, sbaglio?”, chiese. “Oh, credevo lo volesse così, in caso contrario sarebbe arrivato quando ancora scottava, no? Ora le andrebbe di raccontarmi che cosa la porta qui?”. “Ebbene, Dottore. Non sono mai veramente qui, né lì. Vede, io sono sempre altrove. La mia mente è vasta e acuta e sagace e mi porta a immaginare costantemente cosa mi riservi la vita il minuto successivo, se non il giorno, se non l’anno! Pretendo molto dagli altri. Ho avuto un’esistenza avversa, mi hanno lasciato tutti solo. Mi hanno deluso. Lo può capire, immagino”. “Beh, no, mi spieghi, la prego”.
“Iniziamo male Rodolfo, ma insomma: ho 19 anni. Gli amici mi hanno scansato, i mestieri del mondo mi scontentano e sono ricchi d’insidie e relazioni conflittuali. Possibile che non esista in tutto il mondo qualcuno capace di vedere il mio genio e innalzarmi verso le luci della ribalta? Mi manca questo”.
“In quale disciplina eccelle, Walter?”.
“In quasi tutte Doc. Chieda ai miei genitori. Loro mi incoraggiano”.
“E la incoraggiano molto, vero?”.
“Pensi che tutt’oggi mi sostentano e cercano per me i ganci giusti nell’alta società. Mi considerano assai! Secondo loro potrei essere il nuovo Shakespeare o Tolstoj, o ancora il prossimo Sigmund Freud. Secondo la mamma potrei anche divenire la versione maschile di Marie Curie o di Rosa Luxemburg. Il papà su questo dissente, lui mi vorrebbe Generale. Ma a far che, dico io? Prevedo, e badate che non ho mai torto, che per almeno tre secoli l’Europa non avrà guerre!”.
Tacqui. Mi concessi qualche tiro dalla pipa mentre lo fissavo. Ero infastidito, preoccupato o divertito? Difficile dirlo.
“E con le ragazze, Walter, come va?”. “Rodolfo, speravo in questa domanda. Lei è coniugato?”. “Vedovo”. Mentii. “Sempre meglio di ciò che capita al sottoscritto! Vengo continuamente abbandonato. Donne! Mi segue?”.
Tacqui.
“Oh, suvvia Rod. Le donne sono tremende, lo ammetta, a loro basta sapere di piacere, è sufficiente per appagare la smisurata egopatia che mal celano. E poi non si comportano mai come spererei. Vogliono solo stare al centro dell’attenzione. Tutte. E io? Le mie mire? Le mie carriere a oggi incompiute? Non se lo sognano neppure, le femmine, di darmi una mano a raggiungere il mio potenziale, o i ganci giusti. E dire che le seleziono e le approccio per questo”. “Vedo. Vedo. Un’ultima domanda, Walter: lei lavora sodo per perseguire le sue mire?”. “Sono già preparato e pronto. Sempre stato un prodigio, io. Desidero soltanto che il mondo mi colga. Voglio anche io il mio posto al sole, se possibile nel cuore fervido di un mare magnifico!”.
Infine, contro ogni previsione, provai una sorta di compassione per quel povero Diavolo. Scrutavo il fondo dei suoi occhi sfuggenti, erano sfiniti. Neppure 20 anni, ma talmente arzigogolato. Chi mai, o cosa, aveva potuto creare un simile groviglio di carattere? Incastrato in un’estetica fanciullesca, afflitto da una mente angusta, austera. Era cieco a sé stesso! Aveva bisogno di una dose infinita di indulgenza, lo sapevo, ma anche di venire dissacrato, di essere svezzato, e soprattutto di non vedere per un bel po’ i genitori, che non conoscevo, ma che avrei evitato come la fame.
“Walter, mio caro ragazzo, è disposto a tutto per lasciarsi alle spalle la sua sofferenza?”. “A tutto. Voglio il successo che merito”.
Allora, in tutta calma, scrissi una frase su una striscia di carta pregiata. Aveva il colore dell’avorio e una filigrana argentata. Misi cura nella calligrafia, usai un inchiostro cremisi. Adesso sembrava proprio un biglietto d’accesso per un fervente futuro.
Diceva: Sono qui per il Capitano Curtius Capetown. Acconsento all’ascesa.
Walter, come immaginavo, rimase ammaliato. “Ascesa! Esatto!”, esclamò con il corpo strabordante di sogni vividi. “Sì, Walter, lei è destinato a salire”. Lui sussultò e giunse le mani, guardando verso l’ignoto, come se avesse visto una Madonna. “Mi dica, Dottore, in cosa mi devo prodigare? Un rito esoterico? Una divinazione? Decapitare un ratto mentre leggo al contrario i nomi dei miei antenati?”. “Non sia sciocco. È qualcosa di meno vago, Walter. Lei deve prendere il prossimo treno per Marsiglia senza dire nulla a sua madre, né a suo padre. Nessuno dovrà sapere del suo viaggio. Raggiungerà il porto e domanderà dell’uomo il cui nome è scritto sul biglietto. È molto noto in quegli ambienti. È uno degli ultimi veri gagliardi”. “Tutto qui? Penserà lui a tutto? È uno stregone? Forse mi farà stringere un patto con il Diavolo!”. Si torceva le mani, era diventato tutto rosso. Mi fece una gran tenerezza. Raggiunse l’uscio e sparì, baldanzoso, entusiasta di quella prospettiva.
Uscii dopo di lui. Raggiunsi l’ufficio telegrafico e feci recapitare un messaggio al Capitano di nave baleniera Curtius Capetown, un eccelso cacciatore di balene angolano assoldato dal governo norvegese per solcare ogni mare del mondo.
Amico mio STOP In arrivo altro giovane smarrito STOP Fallo salire sulla tua nave a ogni costo STOP Rapiscilo con la forza se necessario STOP Portatelo con voi e fatelo sentire parte della ciurma STOP Fagli conoscere il globo terracqueo le passioni le avventure le agonie
STOP Non lasciarlo ritornare fino a che non muore a se stesso STOP Poi riportalo a Marsiglia STOP.
© M.B.