Un’altra pagina diaristica degli incontri del Dottor Parnasus* che, arrivato a Bellinzona, inciampa in tal meccanico…

Traforo del San Gottardo, Svizzera, 3 luglio 1929
Poco dopo essermi lasciato alle spalle Como, ieri, l’aria del treno aveva iniziato a divenire melassa oleosa che colava sulla mia lisa pellaccia. ‘Va fatta una sosta non programmata’, ho detto a voce alta. A ottant’anni era già qualcosa essere uscito illeso da un convegno di tre giorni, era per quella ragione che stavo tornando da Venezia. Scorsi dei castelli incastonati fra tetti color granata, betulle e tigli e salici e palme. Un paesaggio invitante, e fresco, incorniciato da alpi verdi, eppure spalancato, mi invitava. Vi era poi un emozionante odore di fiume. Lo conoscete, vero, l’odore del fiume? E dai finestrini spalancati mi raggiunse una fragranza di porco alla brace che mi fece balzare in piedi, perfino.
“La Turrita!”, mi aveva detto un uomo con voce tenue. Mi sorrideva in maniera affabile, eppure era emaciato, aveva uno sguardo sfiancato. Quel nome, Turrita, mi convinceva, sapeva di Giove e di Marte, di umani apici e perché no, di ricadute. Immaginavo (e vi anticipo che facevo bene) una sconquassata serata di birre, veraci bestemmie e formaggi, a parlare con gli altri vecchi dalla voce rauca, a consumarsi gli incisivi delle dentiere sulle costine di maiale.
Anche l’uomo scendeva lì e con un gesto si proponeva di portarmi il bagaglio. Addirittura. Raggiunto il marciapiede si era presentato: Eugenio Bulloni. Indigeno. Di mestiere meccanico. Privo di un’officina propria. Lavorava a domicilio. Me lo diceva agitando una mano di fianco a una tempia come a voler dire che si trattava di follie. Parlava di sé come si descrive un matto. Ancor più incredibile: si propose di accompagnarmi fino alla pensione più vicina e di indicarmi in seguito la via per un ristoro, luogo di congrega, refrigerio e dimora di Bacco, per antonomasia. Avevo taciuto, faceva tutto da sé. Masticava del francese. Avrebbe dovuto sembrarmi un gradito sostegno, eppure la sua presenza mi faceva provare qualcosa di simile alla seccatura. Ho continuato a tacere e lui ha iniziato a marciare verso un alberghetto che a detta sua si trovava lì vicino. Ma accidenti: prese a fermarsi più volte per blaterare con quello e quell’altro di favori in sospeso che avrebbe offerto questo o quell’altro giorno. Mi imbarazzai. Mi aveva messo in una condizione scomoda, il Bulloni. Lui lì, a dirsi confidenze con gente a me estranea, mentre teneva la mia valigia fra le mani. E io ad aspettarlo come un merlo impagliato. Ma perché, poi? Perché disturbarsi nel farmi tanti favori, se tanti erano gli impegni già presi con altri? Che affanno. La pensione l’avrei benissimo potuta raggiungere da me. Compresi allora che la sua proposta d’aiuto era in realtà una trappola, un vincolo, un ballo obbligato che non mi andava di fare. Voleva forse costui avere il controllo su di me?
“Tempo di aiutare il francese e passo a ramazzarti la corte”, disse a un macellaio stranito. “Accolgo questo amico viaggiatore e vengo a lubrificarle le campane, Don!”, urlò al prete, che increspò fronte e labbra. Si fermò ad allacciare le scarpe di un bambino piccolo che non glielo aveva chiesto e che infatti pianse di spavento. Fece attraversare una vecchina ma per sbaglio, si capì in seguito che sul marciapiede opposto lei aspettava la corriera. Staccò qualche petalo marcito dai gerani di un terrazzo, suscitando il fastidio di una governante. Scacciò le mosche dal piatto di un avventore di un’osteria, ma per sbaglio gli fece decollare anche una buona porzione di bistecca. Promise al barbiere di affilargli le forbici entro sera e costui sbottò: vatti ad affilare le balle. Ed io che non vedevo la fine di quel supplizio. Che cosa tormentava quell’uomo? Cosa lo spingeva a vivere unicamente per aiutare il prossimo? Che grande baggianata! E nessuno che contraccambiava. Io vedevo, lo sentivo, che stava dando un gran fastidio a tutti.
© M.B.“Mi scusi buonuomo, ma di questo passo non arriveremo mai alla pensione, ed io desidero della birra, dell’ombra, del godimento delle membra, per tanto così me ne stavo sul treno, lei capisce, avrei avuto meno rotture, no?”.
Il Bulloni mi guardò come si guarda un vile. “Monsieur, io non la conosco, eppure ciò che dice mi pare estremamente egoista. Vorrà mica anteporre il suo sollazzo al sostegno che un solerte rivolge alla comunità? Sto solo offrendo dei favori benevoli”.
“Beh, nemmeno io la conosco, ma lei mi pare ben più egoista di me. Chi si crede di essere per irrompere così nella vita della gente, senza peraltro che nessuno la inviti? Non lo sa che questo suo spirito servizievole altro non è che una maschera di carnevale?”.
“Come si permette?”, urlò allora tale Bulloni, mostrando lineamenti nuovi, alla soglia della ferocia, forse più autentici di quelli del bonaccione. “Eccolo lì, il piccolo diavolo! La smetta di gongolarsi nelle altrui necessità, non la sopporta più nessuno e deduco che lei stesso sia segretamente propenso a fregarsene altamente degli altri. Si conceda alla sua vera natura, suvvia, un po’ di sana malizia!”. Gli dissi con un sibilo e lo sguardo furente piantato nel suo.
Dapprima sgranò gli occhi, girò i tacchi e corse via. Me l’aspettavo. Poco male per me. Individuai la pensione e presi posto. Attorno alle 16, precoce come il risveglio di un pupo all’alba di Natale, ero già seduto sotto a una boscaglia di tigli, fra i tavolini in pietra di un grotto, a pochi metri da un torrente che emanava aria fredda e profumo di muschio. Non ci misi molto a raggiungere l’ebbrezza anelata. Leggera ma inebriante. Socializzai con mezzo mondo.
Ero l’unico viaggiatore. Vi erano tanti soldati in libera uscita e un drappello bello folto di vecchi e dissacranti figli di buona donna come me. Suonavano fisarmoniche e chitarre. Fu verso le 21, ben dopo la lauta cena, quando il grotto era all’apice della bolgia, che vidi apparire il fintamente affabile Eugenio Bulloni. Mi si avvicinò subito e si mise seduto su una seggiola, proprio al mio fianco. Aveva un muso lungo, come cementato. Poi mi parlò: “E sia, vecchio”, disse solo così. Non c’era da aggiungere nient’altro, in effetti. Mi aspettavo anche questo.
Con gli altri vecchiacci iniziammo a far girare altre birre e trascinammo il Bulloni in un vortice vorace. Gli altri lo conoscevano per ciò che si era sempre mostrato e provarono un gran sollievo nel vederlo che si struggeva per via del tempo perso appresso alla comodità degli altri. “Finalmente la smetterai di rompere i coglioni a tutti, Bulloni, con la tua benevolenza. Nelle mie preghiere ti ho sempre augurato di trascorrere almeno una giornata alla settimana nella vasca da bagno, a leggere e scorreggiare”. Gli fece uno vestito da spazzacamino. E tutti risero. Anche il Bulloni.
Eran le 3 di notte quando barcollando tornavo verso la pensione. Agganciato a un gomito avevo il Bulloni, che un po’ vomitava e un po’ bestemmiava dietro a tutti coloro a cui aveva fatto favori. E lo lasciavo fare. Nei meandri di un vicolo incastonato fra case alte e strette, a un certo punto, notai la casta insegna di un postribolo. “Danze per soldati”, diceva. Non esitai, non ebbi alcun dubbio, quello sarebbe stato l’atto che avrebbe coronato la terapia. Sganciai svariate banconote a vanvera fra tese mani affusolate, dalle unghie dipinte. Consegnai uno sbraitante Bulloni a una mezza dozzina di giovani ragazze divertite. “Fate che una fra di voi gli dia una calmata, ma attenzione, è un povero diavolo”. Dissi.
L’indomani, ovvero poc’anzi, prima dell’alba, sono salito sul primo treno verso il Nord. Ho deciso di rimanere per qualche giorno ad Ostenda, mi è venuta voglia di Pils e ostriche. Non è che a Parigi ci sia un cane ad aspettarmi.
* Dottor Parnasus, psico-mago, filosofo, esploratore, esoterista, esperto di decodifica genealogica, poeta gotico, navigatore di biografie (Parigi, 11 luglio 1848 – luogo indefinito della Patagonia, 31 marzo 1948).
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